L’oro di Roma

Copertina

Copertina – Particolare della processione di ingioiellate nereidi, tritoni e animali marini. Mosaico della sala absidata della Villa del Casale di Piazza Armerina (EN)

Preambolo

In Italia l’uso dell’oro ha cominciato a diffondersi alla fine dell’Età del Bronzo, ma sempre in connubio con altri metalli. Dall’Età del Ferro continua in quella forma, ma compaiono anche i primi esempi di monili solo aurei (Figura 1 e Figura 2).
Gli Etruschi sono stati il primo popolo italico a introdurre una vera e propria arte orafa (Figura 3 e Figura 4) con un repertorio decorativo di ispirazione francamente orientaleggiante (fine dell’VIII secolo BC; Figura 10). Tuttavia la fruizione di tali prodotti era ancora rigorosamente limitata alla cerchia aristocratica.
Ben presto si instaurò l’immigrazione di artigiani siriani e fenici sulle coste tirreniche proprio a causa della crescente domanda di quegli oggetti d’oreficeria assurti a simbolo di rango sociale. E furono quegli artigiani a introdurre ...le sofisticate tecniche della granulazione (Figura 4) e della filigrana su un repertorio di oggetti di ornamento personale ancora di tradizione villanoviana (X-IX secolo a.C.)… (BISI, 1990; Figura 11).
Nel secolo successivo l’oreficeria etrusca raggiunge il suo apogeo. Lo testimoniano gli oggetti ritrovati nelle necropoli di Vetulonia (Figura 12), Vulci  (che fu un importante centro di produzione fra la fine del VII secolo BC e la prima metà del VI), Cerveteri e Palestrina (Figura 22). Fu in questo periodo, infatti, che gli Etruschi ripresero l’usanza micenea di seppellire i loro morti con ricchi corredi funebri lavorati ad incisione, sbalzo, granulazione, filigrana, etc..
Successivamente, a partire dal IV- III secolo BC, si verificò un nuovo periodo di decadenza con realizzazioni grossolane e di evidente influsso ellenistico.

Origine dell’oro di Roma

Al pari di altri popoli, i Romani si dedicarono alla ricerca ed allo sfruttamento di giacimenti auriferi sia in Italia che fuori. Fra le terre dell’oro conquistate dai romani, si ricordano:
– la Sardegna,
– le Alpi,
– la Gallia soprannominata l’aurifera,
– la Bretagna (o forse meglio l’Irlanda),
– il Galles meridionale (miniera di Dolaucorthy),
– la Spagna dove pare che il metallo si trovasse nei campi lavorando con l’aratro,
– l’Illiria,
– la Macedonia (già sfruttata con la Tracia dall’Età del Bronzo),
– l’Asia Minore,
– la Dacia (Transilvania),
– la regione dei Carpazzi.
La principale regione mineraria di approvvigionamento fu la Transilvania, regione tra l’Ungheria e la Romania. Qui ne restano testimoni le vestigia di antichissimi lavori nel distretto di Valcea in Dacia, dove si ricordano i giacimenti più cospicui coltivati sotto Traiano. Ma in Transilvania non furono solo i Romani a sfruttare quell’oro. …nella Transilvania li zingari ne lavano li torrenti, e li terreni (Relazione di Benedetto Spirito Nicolis DI ROBILANT del 13 marzo 1786).
Come loro abitudine i Romani impiegavano nelle miniere (arruge) i prigionieri di guerra ed i galeotti, tenendo le province minerarie saldamente in mano al governo centrale di Roma. La lavorazione di oro ed argento era prerogativa esclusiva dello Stato, mentre restavano libere quelle del ferro e del rame.

I metodi di coltivazione romani

Le tecniche estrattive applicate nelle miniere dell’Asturia (arruge) sono tramandate da PLINIO il VECCHIO. Le gallerie venivano scavate nelle zone anche solo indiziate di mineralizzazione. Il lavoro era molto pericoloso. I minatori (argentarj) restavano lunghi periodi nel sottosuolo, anche durante i turni di riposo. I rischi erano enormi sia per il continuo pericolo di crolli, del resto frequenti, che per la possibilità di soffocamento provocato dal fumo delle pire accese sulle fronti di avanzamento. Questi fuochi erano necessari per facilitare ed accelerare la disgregazione della roccia e/o del minerale. C’erano poi i vapori sprigionati dall’aceto impiegato per spegnerle.
Terminato lo scavo delle gallerie ne era provocato il crollo
e solo in un secondo tempo era provveduto all’estrazione ed alla cernita del minerale.
Un 
analogo metodo di coltivazione era di frequente applicato in alcune cave di pietra ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso. Il metodo era molto vantaggioso economicamente. Infatti la quantità di materiale abbattuta era enorme e, comunque, sufficiente alla produzione di un lungo periodo. Ma questo a fronte di una relativamente breve, seppure onerosa, preparazione in sotterraneo. In poche parole il metodo consisteva nello scavo di due o più gallerie fra loro sub parallele e non necessariamente complanari. Poi venivano minati i pilastri o le pareti di separazione per provocare il franamento di quanto più versante soprastante possibile.

Gli argentari – cambiavalute

Durante l’Impero, gli argentari erano anche i banchieri-cambiavalute Figura 5 e Figura 6).
La loro attività è stata ricostruita sulla base di 150 tavolette di cera ritrovate in casa di Lucius Caecilius Jucundus, argentario a Pompei nel I secolo BC.
Il compito di questi banchieri consisteva nel valutare il fino delle monete e cambiarle. Infatti, a causa dell’ampiezza dei territori assoggettati all’impero il cambio monetario non era in uso. Al contrario esisteva un cambio dei pezzi d’oro contro i pezzi d’argento o di bronzo. E forse quello di lingotti o oggetti preziosi contro monete. Questi personaggi, gli argentari-banchieri, si occupavano anche del deposito di valori dei clienti ai quali corrispondevano un interesse. Potevano fare prestiti di capitali e allestivano le aste per l’incanto di edifici, terreni, schiavi, etc.. Questo era un metodo di vendita-acquisto molto diffuso fra i Romani.
La figura del cambiavalute sembra comparire intorno al V. sec. BC nel porto del Pireo (Figura 7). Era il porto di riferimento per le navi cariche di pesce salato dalla Palude Meotide, di cereali dalla Sicilia, di essenze aromatiche dall’Egitto, di metalli dalla Spagna, etc.. Poi ripartivano cariche d’olio e vino, vasi dipinti, armi, etc..
Il Pireo, come ogni grande porto mercantile, era frequentato dai personaggi più disparati in un affollamento continuo ad ogni ora del giorno e della notte. In mezzo a questa folla variopinta ed eterogenea comparvero i primi cambiavalute. Il loro ruolo fu fondamentale ed indispensabile. I commercianti acquistavano e vendevano solo in argento per cui chi voleva trattare affari doveva avere disponibilità di quel metallo. I cambiavalute si occupavano di convertire in argento le monete più disparate. Da quelle del Bosforo a quelle di Epidauro, da quelle di Siracusa e quelle di Massalia, da quelle di Tiro a quelle della Libia o persiane. Tanto più il commercio si espandeva, tanto più questa nuova figura acquisiva importanza ed opulenza.
Tutto ciò segnò anche l’inizio di una nuova fisionomia dell’economia. Il denaro acquisiva un nuovo ruolo, nasceva il patrimonio pecuniario dei crediti ed il denaro si andava a sostituire a terre e schiavi come simbolo di ricchezza (da Il Sole 24 Ore).

Immagine citata nel testo

Figura 8 – Il pagamento della pace di Brenno (390 BC). Stampa di Paul Lehugeur (1854-1916) Paris, 1886 (da wikimedia.org)

L’oro di Roma ed i bottini di guerra

Gran parte dell’oro di Roma proveniva anche, e soprattutto, dai bottini di guerra. Oppure dalla corruzione, come nel caso dell’abitudine di Jugurtha Re della Numidia nei confronti di diversi eminenti romani per conquistarsene le simpatie e la connivenza per sue scelte politiche
Tuttavia approssimandosi il declino dell’Impero la stessa Urbe fu più volte saccheggiata e spogliata delle ricchezze accumulate con tante guerre.
Così durante il sacco di Roma del 410, Alarico pretese, fra l’altro, il versamento di 5000 libbre d’oro, pari a circa 1637 Kg, a titolo di tributo (Figura 9).
Ma c’erano già stati dei precedenti. Ad esempio, nel 390 BC l’Urbe fu costretta a comprare per 
la pace dai Galli di Brenno, conquistatori della città pagando circa 2000 libbre d’oro (Figura 8). …Roma stette gran tempo che non ebbe oro, se non poco; e certo quando presa dai Galli ebbe a comprar la pace, non potè fare più che mille libbre d’oro (cui se ne aggiunsero altre mille, bottino di saccheggio di alcuni templi). Furono dunque al più duemila libbre d’oro quando fu presa Roma... (DOMENICHI, 1844).
A proposito di libbre, quella romana equivaleva a circa 327 g.

All’epoca di Costantino il Grande (272-337) fu stabilito, proprio su questa base, lo standard bizantino per il conio dell’oro. Fu costituito da una libbra divisa in 16 once (ogniuna di circa 20 g) anziché in12. Questa nuova definizione venne usata nelle miniere d’oro per aumentare il reddito dello Stato derivante da quell’attività (BASS, 1971).

Decadenza e rinascita dell’oro di Roma

Con la decadenza politica anche l’attività mineraria ne seguì le sorti. Le imprese minerarie avevano una gestione costosissima ed i nuovi stati che si andavano creando non potevano sostenerle. Di conseguenza l’attività subì un rallentamento che degenerò nella chiusura dei cantieri.
Anche dal punto di vista artistico è da registrare un certo declino nella foggia dei gioielli di produzione romana. In pratica prevalse il valore del metallo con il quale era prodotto il gioiello sul valore artistico dell’oggetto di oreficeria. Ad onor del vero bisogna anche ricordare che nella Roma repubblicana lo sfoggio dell’oro era rigorosamente limitato dalle leggi suntuarie. Così, ad esempio, quella delle XII tavole (la più antica), fissava la quantità di metallo che era possibile seppellire col defunto. Inoltre la legge Oppia (215 BC) vietava  alle matrone di indossare più di mezza oncia (circa 13 grammi) di gioielli d’oro pro capite.
Ma si verificò un rapido cambiamento durante il II secolo B.C. In seguito alle conquiste d’oltremare, si riversarono su Roma ingenti ricchezze accompagnate dalle mode e dai costumi dei regni dell’Oriente ellenistico. Di conseguenza venne meno l’austerità degli usi romani che avevano visto ori e gioielli come presenza alquanto sporadica negli ornamenti di uomini e donne.
Con l’età imperiale la cupidigia d’oro andò crescendo, di pari passo con la sfrenata ostentazione della ricchezza (Figura 13 e Figura 14), vera o millantata che fosse, a scapito del gusto e della raffinatezza.
Nella Roma imperiale, la presenza di cesellatori d’oro ed argento, di doratori, di battiloro Figura 15), di fabbricanti di anelli e di commercianti di perle (Figura 16), riuniti in corporazioni, è confermata da molte iscrizioni e da alcuni bassorilievi funebri che li ritraggono al lavoro.

Verso la fine dell’oreficeria romana

I primi gioielli prodotti a Roma furono opera di orafi romani, etruschi o ellenici. A Taranto, per esempio, fu attivo dal IV secolo BC e per tutto quello successivo, un importante centro di produzione (Figura 17 e Figura 18) che influenzò gran parte della contemporanea produzione apula, campana ed etrusca.
In seguito, però, vennero via via prediletti monili sempre più appariscenti, come ricorda lo stesso PLINIO il Vecchio. L’Autore ricorda Lollia Paolina (Figura 19), consorte dell’Imperatore Caligola, che si recò ad una comune festa di fidanzamento sfoggiando una parure di gioielli del valore di 40 milioni di sesterzi. Quella somma, all’epoca, corrispondeva più o meno al reddito di un’intera provincia.
Abbandonata la raffinatezza e l’elaborata minuzia della tradizione ellenistica, i gioielli romani di età imperiale si ricollegano di più alla semplicità dell’oreficeria tardo etrusca a superfici lisce. La variante fu l’introduzione di forti contrasti cromatici ottenuti con impiego di pietre dure, perle e paste vitree che imitavano le pietre preziose.
Dalla stessa terra caviamo la murrina ed il cristallo che essendo fragili sono molto in pregio. Questo è segno d’esser ricco questa è stimata vera gloria di magnificenza, aver cosa che in un momento possa tutta perire… (Plinio tradotto da DOMENICHI, 1844).
La maggior produzione di gioielli durò fino al III secolo BC dopodiché entrò in crisi e si immiserì soprattutto per quanto riguarda l’originalità. Lo dimostra l’uso sempre più frequente di elementi precostituiti quali le monete d’oro e d’argento.
È la decadenza che, come in molti altri campi, preannunciò al Medio Evo.

L’oro di Roma. Crotalia, catellae, anelli e bracciali a teste di serpente.

Fra i gioielli più apprezzati dalle Romane c’erano gli orecchini, tanto è vero che spesso venivano indossati in più esemplari contemporaneamente. E soprattutto quelli ornati di perle, singole o raccolte in grappolo. Erano i cosiddetti crotalia (Figura 20), da crotali, per il caratteristico tintinnio che facevano le perle ai movimenti del volto. Un’alternativa erano gli orecchini a forma di serpente, motivo molto usato anche per gli anelli (Figura 21) ed i bracciali.
Non erano comunque disdegnate pesanti collane, spilloni, armille per caviglie, corone, diademi, anelli (portati anche in numerosi esemplari per ogni dito) e ricami a filo d’oro sugli abiti.
Conferma di tali usi proviene dagli scavi di una delle numerose ville di Oplontis (Torre Annunziata) distrutte dall’eruzione del Vesuvio del 79 AD. In particolare dalla villa probabilmente appartenuta a L. Crassus Tertius. Qui sono stati trovati numerosissimi gioielli sia in un cofanetto (dattiloteca;  Figura 14) che in dosso ad una trentina di individui, uomini e donne, colti dalla morte mentre cercavano scampo in uno dei locali ai piani inferiori dell’edificio (STACCIOLI, 1987)
Durante il I secolo AC, e soprattutto nell’area vesuviana, si venne  affermando un certo gusto per la policromia indotta dal connubio di pietre preziose (smeraldi, perle, acquemarine, zaffiri e topazi) spesso grezze, alternate a grani d’oro. Nacquero i monilia, cioè dei girocollo, e le catellae, collane lunghe fino ai fianchi, sovente appesantite da pendenti aurei in forma di ruote della Fortuna o borchie.

Torre Annunziata, città metropolitana di Napoli, Italia

Pumsaint, Carmarthenshire, Galles, Regno Unito

Le miniere d'oro di Dolaucothi sono note anche come miniere d'oro di Ogofau. Sono antiche miniere romane a cielo aperto ed in sotterraneo, situate nella valle del fiume Cothi, vicino a Pumsaint, nel Carmarthenshire, Galles. Le miniere d'oro si trovano all'interno della Dolaucothi Estate che ora è di proprietà del National Trust.

Pireo, Ακτή Καλλιμασιώτη, Il Pireo, Attica 185 31, Grecia

Pompei antica, città metropolitana di Napoli, Italia

Taranto, provincia di Taranto, Italia

Roma, città metropolitana di Roma Capitale, Italia

distretto di Vâlcea, Romania

 

...restano testimoni le vestigia di antichissimi lavori nel distretto di Valcea in Dacia e dove si trovavano i giacimenti più cospicui coltivati sotto Traiano...

Palestrina, città metropolitana di Roma Capitale, Italia

Vetulonia Scavi Archeologici, Castiglione della Pescaia, provincia di Grosseto 58043, Italia

Ori dalle necropoli etrusche

 

Chiavari, città metropolitana di Genova, Italia

Bibliografia

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Questo articolo fa parte di una serie di scritti presenti sul sito relativi all’oro, alla sua natura e presenza in Italia Settentrionale, con particolare riferimento ai giacimenti ed alle miniere della Valle Anzasca (VCO).

…In Macugnaga Valle Anzasca vi sono delle Bocche … d’oro e li loro Molini … lavorano quotidiana.te col Mercurio…

Altri articoli sono:

  1. Oro, storia di una leggenda
  2. Oro: baratto, simbolo, moneta, bene-rifugio, oggetto d’arte
  3. L’oro dei faraoni
  4. Le arruge di Spagna dalla Naturalis Historiae
  5. Nicolis DI ROBILANT: relazione sull’oro alluvionale del “Piemonte” (1786) 
  6. L’oro di Roma
  7. L’oro fra Balcani e Magreb (prossima pubblicazione)
  8. L’oro della Bessa e dei Cani (prossima pubblicazione)
  9. Un percorso di archeologia industriale nell’oro della Valle Anzasca
  10. Medioevo e primi minatori in Valle Anzasca
  11. Amalgamazione e distillazione dell’oro in Valle Anzasca
  12. L’oro della Valle Anzasca nel Seicento
  13. Un dissesto ambientale in Valle Anzasca (VCO) nel 1766: paura o gelosia?

ed inoltre:

  1. Oro e mercurio nel Tigullio
  2. La Cava dell’Oro di Monte Parodi (SP): storia mineraria dell’argento ligure
  3. L’oro dei monaci della Val d’Aveto
 

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