Oro, storia di una leggenda

copertina

Copertina – Particolare del cosiddetto Papiro delle miniere d’oro dell’antico Egitto. Si tratta della mappa dello Wadi Hammamat, la più antica carta mineraria conosciuta. Sul verso la mappa della miniera d’oro e sul recto testi di vario genere (lettere, scritti amministrativi e letterari). È databile fra il 1156 e il 1150 a.C., al regno di Ramesse IV. Il papiro è conservato presso il Museo Egizio di Torino.

Le origini della leggenda

L’oro è certo stato uno dei primi metalli che l’uomo ha imparato a riconoscere, cercare e lavorare. Già le civiltà più antiche (Sumeri e presumeri, protoindoeuropei, indoeuropei, camitosemitici, uraloattici ed Egiziani predinastici) conoscevano ed impiegavano oro, argento, rame e ferro meteorico per manufatti di lusso.
Nel 1925 , l’archeologo Howard  CARTER  scoprì  due pugnali, uno d’oro e l’altro di ferro tra gli oggetti personali di Tutankhamon sepolto più di 3300 anni fa. Il pugnale di ferro che ha un’impugnatura d’oro, un pomello di cristallo di rocca e una guaina decorata con sciacalli e gigli ha incuriosito gli scienziati fin dalla loro scoperta perché la lama non si è mai arrugginita… (DELLA BONA, 2016). Questo particolare fece ipotizzare che si trattasse di ferro meteorico (Figura 1). Le analisi lo hanno confermato anche di recente, seppure qualcuno abbia sollevato dubbi (POLLASTRINI, 2022).
Nonostante tutto il tenore di vita quotidiana di quelle popolazioni era, però, ancora rigorosamente contenuto nei limiti della civiltà della pietra.
Reperti in oro provengono da numerosi siti archeologici. Fra i più antichi sono da ricordare gli scavi di Fayum (famosi soprattutto per i numerosi ed unici ritratti) che hanno riportato alla luce oggetti in oro e selce risalenti a 10.000 anni fa.
Il più o meno diffuso e costante sviluppo della gioielleria fu naturalmente soggetto, da subito, alla disponibilità di metallo e così mentre l’Egitto poté contare, fin dalle epoche più remote, sui giacimenti della Nubia e del deserto orientale (CopertinaFigura 14), in Mesopotamia la mancanza di materie prime condizionò lo sviluppo dell’arte orafa alle vicissitudini politiche ed al frazionamento etnico del paese. Nonostante ciò la prova archeologica della conoscenza dell’oro fino dal quarto millennio nel Nord della Valle dei Due Fiumi è fornita dalle rosette, dai grani e dalle lamine auree trovati in una tomba di Tepe Gawra (Figura 2; BISI, 1990; WYGNAŃSKA, 2014).

Troia, la leggenda continua

Dal Calcolitico (circa IV millennio a.C.) si diffuse nell’area anatolica la metallurgia. Fu naturalmente finalizzata alla produzione di armi (le famose spade ageminate), ma anche, e soprattutto, all’oreficeria. Lo testimoniano i tesori di Troia (Figura 3) e quelli della necropoli reale di Alaca Höyük (che due secoli più tardi diverrà sede dell’impero ittita) due siti molto distanti fra loro e con radici culturali differenti. …I corredi funebri di Alaca, in cui i gioielli sono accompagnati da uno splendido vasellame d’oro massiccio e dagli enigmatici «stendardi» con figure animali e simboli astrali, si inseriscono in un quadro di sviluppatissime manifestazioni metallurgiche, che hanno il loro centro di irradiazione nel nord del Caucaso e che giungono sull’altopiano anatolico attraverso la zona pontica (attuale Mar Nero)… (BISI A.M., 1990).
Durante il Mesolitico-Neolitico (circa 4000 anni fa), superati i limitati tentativi fatti nel Paleolitico, l’uomo prese anche ad insinuarsi nelle viscere della terra. In questo periodo era già in grado di scavare pozzi profondi oltre 20 metri, con diametro di un metro-un metro e mezzo, armarli e tracciare gallerie orizzontali di altezza generalmente non superiore alla sessantina di centimetri. Consentivano l’accesso agli uomini in posizione necessariamente carponi (Figura 4; BOSCH, 1979; SALACINSKI S. e ZALEWSKI M., 1989). Molto frequente era il pericolo di crolli, come sottolinea il ritrovamento di corpi ricoperti da frane (Figura 29), in antichissime gallerie.
L’attrezzatura di questi primi minatori era costituita da picconi ricavati da corna di animali o da battenti lignei come quelli del Monte Amiata (Figura 5, Figura 6, Figura 7 e Figura 8) e litici o di bronzo incastrati su manici di legno. Questi ultimi erano del tipo di quello ritrovato da Issel (ISSEL A., 1892; ISETTI G., 1964; MAGGI R. e VIGNOLO M.R., 1989). nella miniera di Libiola – Liguria Orientale – risalente all’inizio dell’Età del Bronzo. Altri strumenti di circa 2400 anni fa erano pertiche e/o sottili tronchi impiegati come scale, funi di canapa e secchi di cuoio per il trasporto del materiale estratto.

Dalle miniere di selce a quelle di metalli

Le prime coltivazioni in sotterraneo hanno avuto come oggetto l’estrazione della selce. Solo più tardi le medesime tecniche sono state applicate anche alla coltivazione di rame, ferro e metalli preziosi fra cui argento, oro e stagno.
Secondo HEICHELHEIM (1979) le miniere sparse in Europa, Asia Minore, Sinai ed Egitto note dall’Età del Bronzo, erano note e forse già parzialmente esplorate o coltivate a partire dal Neolitico.
La paura di scendere nel ventre della Terra fu superata solo dalla necessità/avidità di possederne i tesori. Erano le armi sempre più letali che se ne potevano forgiare, ma anche la bramosia di sfoggiare l’oro assurto al ruolo di status e simbolo di potere per eccellenza.
L’attrazione ed il primo sfruttamento dei giacimenti iniziava dai loro affioramenti. Qui i  processi naturali avevano già degradato i minerali e concentrato (parzialmente) i metalli. Successivo per tempistica e tecnica fu lo scavo/estrazione in sotterraneo. E la profondità dei cantieri fu direttamente proporzionale al coraggio, alla coercizione dei lavoratori, alla necessità, alla tipologia e morfologia dei giacimenti, nonché alle tecniche acquisite.
Certamente più antico (V-IV millennio a.C.) è stato l’impiego dell’oro proveniente dalle raccolte nei giacimenti secondari, alluvionali, che fu generalmente finalizzato alla gioielleria. Così è emerso dagli scavi archeologici della regione di Varna che comprendeva anche le vicine Sveti, Konstantin e Albena sulle rive del Mar Nero, costa delle cosiddette Sabbie d’Oro. La popolazione locale pare fosse dedita alla metallurgia già da quel lontano periodo e producesse comunemente armi ed utensili di rame e manufatti ornamentali, collane, amuleti zoomorfi, scettri e simboli di potere in oro (Figura 24). …Tenendo conto che questi oggetti risalgono a più di 6000 anni fa, si può ben dire che essi … dimostrano, in un’epoca ancora molto vicina al Paleolitico, un’evoluzione già avanzata della società ed una notevole perizia nella tecnica della lavorazione del metallo… (REDAZIONALE, 1989).
Dal Neolitico recente è accertato anche in Europa l’uso dell’oro per piccoli ornamenti lavorati con percussori di pietra analoghi a quelli rinvenuti nei dolmen e nelle allées couvertes francesi.

I gioielli di Ebla e l’oro alluvionale

Durante il terzo millennio a.C. si affermano società di tipo gerarchizzato. Al vertice c’era un re-sacerdote (o il faraone) e nella fascia intermedia gli artigiani. Di conseguenza si innescò una circolazione ritmica e rigorosamente chiusa di materie prime dal Palazzo verso le botteghe degli artisti. Il contrario avvenne per i prodotti finiti veicolati nella direzione diametralmente opposta.
La situazione favorì soprattutto la gioielleria intesa come manifestazione ed emblema di distinzione sociale. E tale funzione della gioielleria perdurò, in Egitto (Figura 21, Figura 26 e Figura 27) ed in Asia, per un paio di millenni finché le esigenze commerciali della rete creata dai Fenici ne decretarono il decadimento. Si diffusero, accanto a gioielli di raffinata fattura, ornamenti più correnti in argento, bronzo, paste vitree, etc.
La rivelazione di un’evoluta civiltà fiorita ad Ebla (l’attuale Tell Mardikh presso Aleppo) sin dalla seconda metà del III millennio a.C., in forme originali anche se parzialmente ispirate a precedenti realizzazioni mesopotamiche, ha posto in una nuova luce l’origine delle oreficerie siriane, sino a poco tempo addietro note – per l’inizio del II millennio – solo dai gioielli egittizzanti di Biblo. Sotto il Palazzo Occidentale di Ebla, distrutto intorno al 1650 a.C., gli archeologi italiani hanno rinvenuto, anni fa, tre tombe sotterranee con i resti degli splendidi corredi principeschi, in cui larga parte era riservata a raffinati oggetti di ornamento... (BISI, 1990; Figura 9 e Figura 10) realizzati con la tecnica della granulazione. E l’oro impiegato era solo di origine alluvionale.

Immagine citata nel testo

Figura 13 – Suddivisione geo-politica del Bacino Mediterraneo protostorico con particolare riguardo alla localizzazione dei giacimenti auriferi storici, primari e secondari.

Micene fra storia e leggenda. La detrazione a niello

Al secondo periodo neolitico della Tessaglia risalgono i primi esempi di oreficeria Cretese-Micenea, provenienti da Dimini. Ma una vera e propria forma di artigianato è, qui, più tarda e risalente alla seconda metà del terzo millennio a.C. (tombe proto-minoiche dell’isoletta di Mochlos presso Creta, risalenti al Minoico Antico, circa 2200 a.C.). Da qui provengono esempi di oggetti vari: pendenti, collane ed anelli caratterizzati da ornati, incisi, punteggiati a sbalzo ed un diadema …in lamina con gli occhi disegnati a punzone, che era deposto sul volto del morto precorrendo un rituale funebre più tardi ampiamente diffuso a Micene… (BISI, 1990).
La civiltà micenea si diffuse, come nucleo originario, nel Peloponneso da dove si espanse poi alla Grecia centrale e fino alla Tessaglia che ne rappresentò una sorta di limite settentrionale (Figura 13).
L’agricoltura fu alla base delle attività di sostentamento dei micenei. In particolare quella finalizzata alla coltivazione della triade mediterranea (grano-ulivo-vite). All’agricoltura si accompagnava l’allevamento e lo sfruttamento del legname. …Non sfuggì all’attenzione dei Micenei, però, l’armonico sfruttamento di ogni altra risorsa disponibile… VAGNETTI, 1990).
La civiltà micenea fu caratterizzata da una rapida concentrazione di opulenza e raffinatezza. La sua prima generazione è quella dei circoli tombali del XVI secolo a.C.. Già in quel periodo i monarchi erano seppelliti con ricchi corredi: maschere (Figura 11) e diademi in oro, vasi  in oro e argento, gioielli in oro, argento e pietre preziose, recipienti in bronzo, una gran quantità di armi e numerosi oggetti di provenienza esotica (Oriente, Egitto ed anche Europa). Sono questi oggetti d’importazione ad indicare come lo splendore e la prosperità della civiltà di Micene fossero collegate ai commerci esteri e, sicuramente, all’acquisizione dei metalli.
Una nota di originalità è fornita dalla tecnica di decorazione a niello (Figura 12) introdotta dagli artigiani-orafi micenei. Consisteva in incrostazioni di oro su argento o di oro su bronzo con creazione di un effetto pittorico di grande eleganza (VAGNETTI, 1990). Dall’uso combinato di questi materiali si può trarre un’indiretta conferma del livello raggiunto dai Micenei nell’arte orafa e metallurgica ma anche delle difficoltà di reperimento dei materiali e della conseguente modesta disponibilità.

Tebe, gli Ittiti e gli Assiri

L’Età del Bronzo dell’area Egea corrisponde approssimativamente al III – II millennio B.C.. All’epoca la città di Tebe fu un’importante centro per la lavorazione di oro, avorio e pietre semi preziose. Lo confermano le botteghe orafe-artigiane che scavi  del secolo scorso hanno ripotando alla luce (ARAVANTINOS, 1987).
Nel II millennio B.C. fiorì anche la civiltà Ittita nell’odierna Turchia. Lo sviluppo della civiltà Ittita fu non poco influenzato dalla posizione strategica di passaggio fra l’Asia ed il Mediterraneo. Ma non meno dalla ricchezza di minerali disponibili sul territorio. Le miniere d’oro, argento e rame costituirono una fortissima attrazione durante il III e II millennio B.C. e le Città-Stato indipendenti si svilupparono contemporaneamente alle attività artistiche legate alla lavorazione dei metalli.
Le stesse risorse furono richiamo per le colonie commerciali assire che si stabilirono tra Malatya e Konya. Fu il primo esempio di organizzazione internazionale di traffici. Ne resta conferma nelle numerose tavolette d’argilla in caratteri cuneiformi che riguardano i conti e le transazioni commerciali di scambio fra stagno, tessuti e profumi con oro, argento ed oggetti bronzei (Figura 15). Relazioni complesse, ma che hanno consentito lo sviluppo prepotente ed impetuoso dell’impero ittita. Storia di contrasti culminati intorno al 1530 B.C., quando Re Murshilis I distrusse il regno babilonese fondato da Hammurabi.
E, comunque, gli oggetti dell’artigianato (Figura 16) e dell’oreficeria ittita rivestirono un’importanza fondamentale nella formazione della cultura artistica orientaleggiante sia presso i Greci (Figura 25) che presso gli Etruschi.

L’artigianato orafo greco

Un esempio del livello raggiunto dagli orafi greci del II e I millennio a.C. è fornito da un diadema (Figura 3 e Figura 17)  proveniente dal secondo strato di Troia (detto anche Tesoro di Priamo, oggi datato al Bronzo Finale, fra il 2000 e il 1850 a.C.). Fu realizzato con ben 16.337 pezzi che formano 90 catenelle pendenti da una catena principale lunga 52 cm (ARAVANTINOS, 1987). Nella Troade, e precisamente nelle vicinanze di Astyra, gli AA. classici tramandano il ricordo di un giacimento alluvionale che pare fosse all’origine delle fortune di Troia.
In seguito l’arte orafa avvertì un periodo di decadenza, definita da alcuni storici dell’oreficeria, l’età geometrica dell’oro. Questa stasi artistica si protrasse fino almeno all’VIII-VII secolo a.C. allorché si manifestò una riprese d’impulso artistico, influenzata dall’arte orientaleggiante. Sono di questo periodo i ritrovamenti di Efeso e Rodi, con esempi di tecnica a stampa, granulazione e rare filigrane.
La filigrana (Figura 22) consisteva in un decoro, simile nell’aspetto ad una trina, ottenuto schiacciando uno o più fili d’oro intrecciati. Un’altra tecnica era quella della granulazione (Figura 18 e Figura 23) i cui primi lavori risalgono ai Babilonesi del periodo di Hammurabi (XVIII secolo B.C.). La prima granulazione venne praticata soprattutto in Siria, ad Ebla e a Biblo. Consisteva nel saldare su una superficie liscia una serie di minuscole perline d’oro (da 400 a 800 grani per centimetro quadrato) in modo da ottenere un effetto di chiaro-scuro. Gli esempi più antichi di manufatti eseguiti con tale tecnica sono alcune collane appartenute alla regina Pu-Abi sepolta nella necropoli di Ur. Del corredo di Pu-Abi è particolarmente curioso un paio di orecchini semilunati, costituiti da due lamine auree saldate e riempite di bitume (BISI A.M. 1990; Figura 20).
Va ricordato, infine, che l
‘niziale colonizzazione delle “poleis” greche dell’VIII e VII secolo a.C. si impiantò allo  sbocco delle miniere, prima di essere condizionata dal commercio attivo, dagli insediamenti agricoli, dai centri di pesca, dai castelli di potenti e dalle fortezze di pirati (HEICHELHEIM 1979).

Grecia e Magna Grecia

Secondo BISI (1990) …non è casuale che i più antichi, sporadici esempi di gioielli nella Grecia di età geometrica (X-IX secolo a.C.), dopo i due secoli oscuri successivi al crollo della civiltà micenea, provengano da quelle regioni che costituivano tappe obbligate lungo le rotte dei mercanti levantini da Oriente ad Occidente: Creta, l’Eubea, l’Attica. (…) Da Atene viene una serie di diademi nastriformi a sottile lamina d’oro, stampigliata (Figura 19), che erano posati sulla fronte del defunto e poi, dopo la cremazione, sigillati nell’urna con le sue ceneri (…). Perché la produzione di oreficeria si generalizzi in Grecia occorre tuttavia attendere l’età orientalizzante, allorché specialmente due scuole, fiorite a Creta e a Rodi (ritrovamenti nella necropoli di Exochí) fra l’VIII e il VII secolo a.C., rielaborano con stile originalissimo tipi e tematiche di indubbia derivazione siro-fenicia... (BISI, 1990).
Fra VI (Figura 30) e V sec. (Figura 31) BC si formarono le prime colonie greche nel Mediterraneo occidentale (Figura 13), in particolare di Massalia (Marsilia). Fu l’occasione di contatti sempre più frequenti e ad ampio raggio fra le popolazioni interne, celtofone (Figura 28), e le città costiere.
Un importante asse di scambi e penetrazione fu quello lungo la valle del Rodano. Ceramiche e recipienti di bronzo greci ed etruschi vennero dedicati al commercio e consumo del vino, il prodotto principale importato dai Celti. La contropartita era probabilmente lo stagno, indispensabile alla metallurgia. Lo stagno proveniva ...dai giacimenti dell’Atlantico e della Boemia… (KRUTA, 1991). Altre merci di scambio erano il rame dalle Alpi, l’oro e l’ambra dal Baltico, tradizionalmente esportata in direzione dell’Italia (KRUTA, 1991).
La disponibilità di metalli era fondamentale. Greci ed Etruschi lo possedevano pur essendo tagliati fuori dai traffici atlantici. I ricchi giacimenti iberici erano, invece, monopolizzati dalle colonie cartaginesi stanziatesi a sud della penisola. La via terrestre, o meglio fluviale, più battuta pare fosse quella del Rodano-Saona-Doubs. Da questi era possibile accedere ai bacini superiori della Senna, del Reno e del Danubio per raggiungere le coste atlantiche oppure i giacimenti dell’Europa centrale (KRUTA, 1991).
Nella terra dei Celti, l’elemento fondamentale del loro sistema socio-economico fu l’oppidum, cioè un agglomerato urbano fortificato, costruito lungo un’importante arteria commerciale. Spesso era localizzato anche in prossimità dei giacimenti minerari (sabbie aurifere, grafite, sale, argilla da ceramica). Ben presto l’oppidum assunse ruolo mercantile e di artigiano specializzato, con finalità comunque commerciali.

Immagine citata nel testo
La più antica raffigurazione conosciuta del cavallo di Troia (da FB_ArchaeologistTiciaVervee)
Immagine citata nel testo
Il phitos con la più antica raffigurazione conosciuta del cavallo di Troia (da FB_ArchaeologistTiciaVervee)

Note di aggiornamento

2023.01.25

La più antica raffigurazione conosciuta del cavallo di Troia si trova sul cosiddetto vaso di Mykonos, risalente al 670 BC.
Si tratta di un pithos sul cui collo è rappresentata la discesa dei greci dal cavallo di legno. Gli zoccoli poggiano su piccole ruote, e nel collo del cavallo sono presenti sette finestre (cinque sul busto e due sul collo) alle quali si affacciano altrettanti soldati. Intorno al cavallo sono presenti altri armati appena discesi.
Il pithos è stato scoperto nel 1961, durante lo scavo di un pozzo in una delle case del centro della città di Mykonos in Grecia. Ora è in mostra nel museo di Mykonos.
Nella prima immagine è rappresentato il particolare del cavallo di Troia e nella seconda immagine è rappresentato il photos completo
 
 

Bibliografia

ARAVANTINOS, V. (1987, marzo). Tebe. Riv. Archeo, 25.
BISI, A. (1990, marzo). I gioielli del mondo antico. Riv. Archeo (Dossier), 61.
BOSCH, P. (1979, settembre). Una miniera di selce del Neolitico. Riv. Le Scienze, 133.
DELLA BONA, B. (2016, 06 16). Oro. Tratto da mperialbulldog.com: https://www.imperialbulldog.com/2016/06/16/pugnali-extraterrestri-nella-tomba-di-tutankhamon/
ESPOSITO, L. (2022, 06 06). L’oro degli Sciti. Un patrimonio a rischio. Tratto da preziosamagazine.com: https://preziosamagazine.com/loro-degli-sciti-un-patrimonio-a-rischio
HEICHELHEIM, F. (1979). Storia economica del mondo antico. Roma e Bari, Laterza Ed.
ISETTI, G. (1964). Il rame dei Tiguli e il problema di Chiavari. Rivista di Studi Liguri, XXX, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera.
ISSEL, A. (1892). Liguria geologica e preistorica (Vol. II). Genova, Arnaldo Forni Editre (copia anastatica).
KRUTA, V. (1991, marzo). I Celti. Riv. Archeo (Dossier), 73.
MAGGI, R., e VIGNOLO, M. (1989). Libiola. Riv. Archeologia in Liguria III, I.
POLLASTRINI, A. M. (2022, novembre 20). Tutankhamon, è extraterrestre il pugnale del faraone? La controversia sull’origine del metalllo. Tratto da ilmanifesto.it: https://ilmanifesto.it/tutankhamon-e-extraterrestre-il-pugnale-del-faraone-la-controversia-sullorigine-del-metallo
REDAZIONALE. (1989, maggio). Riv. Archeo, 51, p. 12.
REHO, M., NIKOLOV, V., DOMARADSKI, M., MILCEVA, A. e GERGOVA, D. (1990, 09). I Traci. Riv. Archeo (Dossier), 67.
SALACINSKI, S. e ZALEWSKI, M. (1989). Antica industria estrattiva a Krzemionki. Riv. Il Coltello di Delfo, 11.
SUSINI, G. (1989, maggio). Civiltà dei Traci. Riv. Archeo, 51.
VAGNETTI, L. (1990, dicembre). La Civiltà Micenea. Archeo (Dossier), 70.
WYGNAŃSKA, Z. (2014). Tracing the “diadem-wearers”: an inquiry into the meaning of simple-form head adornments from the Chalcolithic and Early Bronze Age in the Near East. In Z. W. A. Golani, e Z. W. A. Golani (A cura di), Polish Archaeology in the Mediterranean 23/2, Special Studies: Beyond ornamentation. Jewelry as an Aspect of Material Culture in the Ancient Near East (Vol. 23/2, p. 85-144). Polish Centre of Mediterranean Archaeology, University of Warsaw (PCMA UW), Wydawnictwa Uniwersytetu Warszawskiego (WUW).

Questo articolo fa parte di una serie di scritti presenti sul sito relativi all’oro, alla sua natura e presenza in Italia Settentrionale, Con particolare riferimento ai giacimenti ed alle miniere della Valle Anzasca (VCO).

…In Macugnaga Valle Anzasca vi sono delle Bocche … d’oro e li loro Molini … lavorano quotidiana.te col Mercurio…

Altri articoli sono:

  1. Un percorso di archeologia industriale nell’oro della Valle Anzasca
  2. Amalgamazione e distillazione dell’oro in Valle Anzasca
  3. L’oro della Valle Anzasca nel Seicento
  4. Un dissesto ambientale in Valle Anzasca (VCO) nel 1766: paura o gelosia?

ed inoltre:

  1. Oro e mercurio nel Tigullio
  2. La Cava dell’Oro di Monte Parodi (SP): storia mineraria dell’argento ligure
  3. L’oro dei monaci della Val d’Aveto

 

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