Monte delle Forche… Monte delle Miniere…

Copertina

Copertina – Un esempio della mineralizzazione a solfuri del giacimento dei Magari. Un arnione di minerale disperso nel detrito lungo il versante dei Bagari rivolto a oriente.

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Proemio

Fino alla fine del secolo scorso, Monte delle Forche (Figura 1) era solo un un toponimo.
Un toponimo legato alla credenza popolare (o alla tradizione) che derivava dalla presenza di un patibolo. Sarebbe stato un simbolo o un monito poiché il condannato al supplizio capitale, l’impiccato, restava visibile da tutta la valle (Figura 2). Una certa analogia con la Colonna Infame eretta a ricordo dei supplizi inferti agli untori durante la peste di Milano del 1630 (Figura 3). Ed ancora più attinente alla gogna o come a gabbia (chèba) veniva appesa al Campanile di San Marco a Venezia, o la gabbia di ferro e legno che oscillava a venti metri d’altezza dalla Torre degli Asinelli di Bologna, o quella destinata ai chierici sulla torre campanaria della Cattedrale di Santa Maria Assunta e Santa Giustina di Piacenza, o la terribile Gabbia dei Disertori del Castello di Milazzo o ancora quelle della Torre della Gabbia di Mantova, Corciano (Perugia) e Pisogne (Brescia).
Tuttavia, il toponimo, poteva essere anche solo un riferimento alla morfologia locale, oppure ad una confluenza di vie o di crinali.
Ma non solo.
In fase di revisione critica dei risultati scaturiti anche da più recenti field survey, è stato possibile ipotizzare un nuovo quadro complessivo.

Dove il Monte delle Forche era il loco delle forche…

Da Gibet, pilotis, potence (2025), si legge che in Liguria Occidentale/Imperiese si mantiene il ricordo del toponimo connesso ai patiboli.
Così, ad esempio a Triora, in Alta Valle Argentina. In particolare, a monte dell’abitato, disteso su un crinale (Figura 9), sorgeva il cosiddetto fortino costruito dalla Repubblica di Genova ed in seguito trasformato in cimitero. Triora è il borgo classico della caccia alle streghe e qui, nel fortino, avvenivano anche le esecuzioni capitali, almeno fino al XVII secolo. In seguito il patibolo fu spostato più a monte, nella località ancora oggi detta Costa delle Forche (FERRAIONI, 1968). Secondo l’autore, questo particolare sarebbe stato immortalato anche da Matteo VINZONI in una sua tavola del 1771. Del VINZONI, però, risulterebbero solo le due tavole di Triora del Dominio della Serenissima Repubblica di Genova in terraferma [Riviera di Ponente] pubblicato nel 1773 (Figura 9 e Figura 10) dalle quali emerge che a monte del fortino sarebbe rappresentata solo una croce.
In realtà, FERRAIOLI  (1968) sembrava indicare, come sede di conservazione della tavola del 1771, l’Archivio di Stato di Torino. Nella relativa scheda ufficiale (Triora e Briga) risulterebbero quattro disegni con estremo cronologico il 1668 e non digitalizzati… 

Gibet, pilotis, potence (2025), riporta altri esempi di toponimi analoghi, come: Costa delle Forche a Mendatica (Alta Valle Arroscia), Largo della Forca a Pieve di Teco (place du gibbet, cioè piazza del patibolo) e il patibolo di Pigna in località Argeleu, presso l’antico tribunale della città (BERNARDINI, 2002).

Monte delle Forche, un territorio forse sottovalutato.

Nel 2020 un fondamentale ritrovamento eneolitico.
Matteo SCARDOVELLI e Marta MINGUCCI, durante una passeggiata al Monte delle Forche, individuano un frammento di statua stele (Figura 4). Costituiva parte di un gradino del sentiero frequentato da secoli (Figura 5).
Il frammento è stato valutata dalla Soprintendenza Archeologia, Beni Culturali e Ambiente per la Città Metropolitana e la Provincia della Spezia e dagli esperti del Museo di Pontremoli.
La stele è stata classificata di Tipo B e riferita all’Eneolitico (3.440-2.000 BC). 

Purtroppo, come nel caso del frammento di statua stele rinvenuto alla Baia Blu di Lerici (Figura 6) e di quella dell’Arsenale della Spezia (Figura 7), è stata rinvenuta in giacitura secondaria.
Questi rappresentano anche i ritrovamenti più prossimi alla costa e, pertanto, esterni all’area classica della Val di Vara e della Lunigiana (Figura 8).

Monte delle Forche, dal Bronzo al Ferro

Nel 1996 l’ISCUM di Genova ha eseguito una serie di Survey archeologici ed un modesto scavo proprio nell’area del Monte delle Forche.
I risultati sono stati di grande interesse, tanto da individuare un importante momento di continuità nella storia della frequentazione del bacino di Levanto (Figura 45). Quel settore geografico si arricchisce di un sito dell’Età del Bronzo, di uno dell’Età del Ferro e di un possibile insediamento metallurgico seicentesco.
Uno degli aspetti più rilevanti sollevati dalle ricerche al Molte delle Forche (GIANNICHEDDA e FERRARI, 2001) è l’identificazione di possibili antiche zone di estrazione mineraria (rame/ferro). Proprio nei pressi del sito è il successivo ritrovamento, da parte di Matteo SCARDOVELLI, di due piccoli globuletti metallici, interpretati come possibili resti di fusione o scorie di lavorazione. Questa scoperta pare confermare che il Monte delle Forche non era solo un punto panoramico o un piccolo villaggio di capanne, ma anche un centro minero-metallurgico attivo. Il problema è stabilire e confermarne l’epoca di attività sulla base di questi pochi indizi. Anche la morfologia della galleria ispezionata, molto angusta, talvolta limitata allo spessore del possibile filone metallico e talaltra ad un possibile adunamento massivo minerale, non aiuta. Bisogna aspettare la rivoluzione industriale e la meccanizzazione dei cantieri affinché le gallerie divengano più ampie, salvo casi del tutto eccezionali dettati dalla tipologia del giacimento.

In sito riferibile all’Età del Bronzo, …identificato come MDF 1 (posto 117 m s.l.m.), è stato parzialmente indagato con un intervento di scavo, sebbene tardivo rispetto alla manomissione dei depositi determinata dalla costruzione di strutture recenti… (Catalogo Generale dei Beni Culturali).
Lo scavo del 1996 ha consentito di delimitare l’insediamento ad un’area di 15×20 m circa, posta su un terrazzo morfologico.
Il secondo …sito, denominato MDF 2 (posto 130 m s.l.m., è stato riconosciuto a seguito di sole ricerche di superficie, che hanno altresì permesso di stabilire la giacitura secondaria dei depositi... (Catalogo Generale dei Beni Culturali).
La ricostruzione dell’ambiente (DEL SOLDATO e PINTUS, 1984) induce a ritenere che i siti si affacciassero direttamente sulla pianura costiera, su un’insenatura assolutamente più profonda di quella definita per i periodi precedenti al Mille (Figura 11). Ipotesi condivisa in seguito anche da CAMPANA, GERVASINI e ROSSI (2012).

Il Monte delle Forche, il sito dell’Età del Bronzo recente-finale

Su un bed rock di natura colluviale del sito MDF1 sono emerse tracce di attività antropiche, quali tagli e riempimenti di lacune.
Dallo scavo è emersa una capanna parzialmente interrata, con buchi per pali (Figura 12) e traccia di più interventi di sistemazione delle pareti.
L’edificio è compatibile con la prima occupazione dell’area.
Ad esso è stato collegato un deposito argilloso nerastro, antropico, con carboni, frammenti ceramici e una probabile porzione di focolare rimaneggiato. Particolare sul quale ritorneremo.
L’analisi tipologica dei reperti riferiti all’Età del Bronzo ha evidenziato forti parallelismi e influenze con la Cultura di Canegrate (fase protostorica della pianura padana occidentale, risalente al XIII secolo a.C.) e con le successive espressioni dell’Età del Ferro ligure. Questo lascerebbe ipotizzare come la valle di Levanto potesse essere un punto nodale per rotte commerciali e di transito transappenninico.

Fra i tanti è stato recuperato anche un frammento di olla (Figura 13) che, di recente, è stato assoggettato ad analisi petrografica.
…Le olle hanno profilo probabilmente sub-cilindrico e orlo con tacche impresse (Figura 14) o liscio e arrotondato. Nei contenitori di medie e grandi dimensioni compaiono soprattutto cordoni decorati a tacche (Figura 15). Nel complesso l’insieme dei reperti sembra riconducibile all’Età del Bronzo Tarda o Finale, con elementi che trovano confronti con i materiali del Castellaro di Camogli e con lo strato ”F” di Chiavari... (Catalogo Generale dei Beni Culturali).

Analisi petrografica del frammento di olla

L’esame autoptico indica, già preliminarmente, che il frammento di olla è riferibile ad una ceramica grezza, di tipo arcaico (Figura 13). L’impasto è costituito da una pasta di fondo fine, irrisolvibile, di colore rosso-mattone chiaro-rosato. Lo scheletro spicca con rarissimi ciottoli arrotondati di litologie differenti, molto piccoli (inferiori al mm). Occasionalmente emergono frammenti cristallini più grandi, lucenti, riferibili a pirosseni.
L’analisi microscopica conferma che l’impasto ceramico è costituito da una matrice fine prevalentemente argillosa e da abbondante scheletro eterodimensionale. Sono frequenti i frammenti cristallini/lapidei di dimensione fino a millimetrica-ultra millimetrica. Fra questi sono stati riconosciuti:

  • rare schegge minute di diaspro rossastro, ftanitico (Figura 26 e Figura 27);
  • microframmenti scuri, verdi, sub-prismatici, a bordi arrotondati, genericamente di ofioliti; probabilmente lherzoliti o peridotiti (Figura 28);
  • plaghe irregolari di gabbro, molto alterate nelle quali, però, si riconoscono i componenti minerali principali: il pirosseno (Figura 29) ed il plagiocalsio (biancastro-verde chiaro, in componente amorfa inglobante).
    Su alcuni frammenti cristallini molto grossi (circa 5×6 mm) di pirosseno si evidenziano facilmente i piani di sfaldatura caratteristici (Figura 30); il colore originale del pirosseno è verde-scuro verde-bottiglia. In questo caso la tonalità bianco-argentea è indotta dalla riflessione della luce incidente;
  • un granulo tondeggiante, alterato, verde-giallognolo chiaro di steatite. È molto tenera (alla verifica ha fornito un valore di 1-2 della scala di Mohs); lucentezza e scagliosità palesano la caratteristica untuosità al tatto della steatite (Figura 31);
  • granuli prismatici di quarzo latteo; da prova eseguita, la punta di acciaio non li incide (Figura 32);
  • frammenti cristallini prismatici, bianco lattei di calcite (alla prova si incide con la punta di acciaio; Figura 33); in un caso si riconosce un frammento idiomorfo, prismatico, di calcite spatica (Figura 34);
  • residui e spalmature di carbonati di neoformazione o residui di calce, molto teneri alla punta di acciaio (Figura 35 e Figura 36);
  • frustoli di carbone (probabili) relegati nelle aree annerite per esposizione al fuoco (Figura 37 e Figura 38); anche probabile fibra vegetale residua (Figura 39, in basso a dx);
  • frustoli minutissimi di laterizio (Figura 40) vicini ad un frammento cristallino di pirosseno molto alterato e con molto evidenti i piani di sfaldatura-clivaggio;
  • microgranuli metallici, neri, da composti di ferro (magnetite…).
Immagine richiamata nel testo

Figura 1 – Particolare del Foglio 20 (Levanto) della carta storica preunitaria del Territorio compreso tra Genova, Spezia e il confine col Ducato di Parma. Il foglio Levanto fa parte di una serie di tavoletopografiche incentrate sulla rappresentazione orografica accurata e dettagliata dell’area costiera e collinare della Liguria di Levante.
La cartografia è stata eseguita  fra il 1816 e il 1832 da un gruppo di ufficiali e topografi del Regno di Sardegna (fra i quali Antonelli, Martini, Rinaudo, S. Marzano, Scoti). La rappresentazione, ad acquerello, dell’orografia è del tipo a “sfumo” e la scala è 1:9450.
La carta viene anche citata come;1816-1825 – Tavolette di campagna manoscritte eseguite per la Carta degli Stati diS. M. Sarda in Terraferma, fogli Levanto 20 e Spezia 13, 1:9.450, 1816-1825,Archivio LASA (da (AA.VV., 2015).

La produzione dell’olla

In conclusione, l’analisi conferma una produzione ceramica locale, arcaica, tipica della Liguria Orientale (Figura 15 e Figura 41), realizzata con la cosiddetta terra di gabbro della zona del Bracco in particolare. È analoga alla terra impiegata per realizzare i testelli  per cuocere focaccette tipo testaieü o contenitori maggiori (olle).
L’ipotesi è che sia stata utilizzata la classica terra di gabbro.
Tuttavia la presenza di diaspro (quello piü prossimo affiora sul Monte Rossola), della steatite (plausibile come presenza nelle circostanti serpentiniti) e dei frustoli di laterizio lascia supporre che la terra di gabbro possa essere di provenienza prossima (Figura 18), ma che abbia subito uno stoccaggio in sito. Qui si sarebbe inquinata con frammenti esterni (diaspro, steatite e frustoli di laterizio) e la fibra vegetale.
I residui di carbonio indicano, inoltre, una esposizione al fuoco.
La superficie esterna del recipiente è ornata da un cordone a rilievo, probabilmente applicato (Figura 14).

Il giacimento dei Bagari

Il giacimento dei Bagari rappresenta una modesta mineralizzazione metallifera associata alle rocce ofiolitiche della Liguria orientale (Figura 16). Il suo interesse è stato soprattutto geologico e storico.
L’area mineraria è comunemente associata al toponimo Case Bagari localizzato sul versante prospiciente Monterosso. In realtà, il giacimento si estende a cavallo dello spartiacque compreso fra i monti Vè o Focone e Montenegro (promontorio del Mesco).
Un primo accenno in letteratura (ISSEL, 1892) ricorda che fra Levanto e Monterosso si potevano incontrare, …in limitato affioramento, due filoncelli irregolari di limonite che raggiungono i 40-50 centimetri di spessezza. Essi contengono un minerale suscettibile di fornire 52 per 100 di ferraccio e che lo ricetta tracce d’oro… (ISSSEL, 1892).
A proposito di composizione mineralogica, VENERANDI PIRRI (1992-93), ha esaminato in sezione lucida un campione di minerale proveniente dai Bagari (versante Levanto). La particolarità è stata l’identificazione della paragenesi
del giacimento a Fe-Cr-Ti-Co-Ni-Cu, espressa da pirrotina (Figura 19), Cr-spinello, magnetite (Figura 20), Co-pentlandite (Figura 21 e Figura 22), pirite (Figura 23), calcopirite (Figura 24) e ilmenite (Figura 25 – VENERANDI PIRRI, 1993).

La presenza dei filoncelli di ISSEL (1892) è suscettibile di essere messa in relazione con i ruderi di una struttura circolare in pietra presente in un bosco poco distante (Figura 17). Si trova presso la località Tiro a Segno e non si può escludere fosse un forno di arrostimento per trattare quei minerali, in un non meglio precisato, ad oggi, momento storico. Questo, soprattutto, in relazione al possibile centro metallurgico seicentesco ipotizzato da GIANNICHEDDA (1999) rafforza l’ipotesi (Figura 18). 
I filoncelli di ISSEL, infatti, sono stati oggetto di ricerca proprio poco a monte della località Tiro a Segno, in corrispondenza dei tratti di galleria visibili fino a pochi anni fa.

Un’altra segnalazione riguarda del minerale di ferro, in particolare Oligisto, che fu coltivato prima del 1861 in Valle Gande, alle falde del Monte Mesco.

Le miniere dei Bagari, il percorso storico

Nel 1825 il Comune di Levanto trasmette all’autorità competente alcuni campioni di minerale di ferro, per essere analizzati. Nel  contempo, il sindaco riferisce che le verifiche effettuate nei dirupi del Mesco, scaturite dalle segnalazioni dell’anno precedente, non hanno confermato le indicazioni sulla presenza di minerale (Archivio del Museo Storico dell’oro italiano).
Fra il 1849 e il 1857 è in attività una miniera di solfuri di ferro intestata ai fratelli CABELLA. Nel documento non viene citata esplicitamente la località Bagari, ma la più vaga ed estensiva Mesco. Tuttavia, dal punto di vista geologico e geominerario questo non è plausibile, se non in definizione estensiva, poiché il Mesco s.s. è dominio delle Arenarie del Monte Gottero. Il dominio ofiolitico è più interno al promontorio, nell’area dei Bagari  (Figura 18).
In realtà, i primi lavori sono iniziati in precedenza, intorno al 1855, e senza autorizzazione, tanto è vero che l’Ingegnere SIGNORILE del R. Corpo delle Miniere ha sollevato un’eccezione. Ne è seguita una vertenza fra le società MASI & soci ed i fratelli CABELLA, che ne reclamano ambedue la scoperta e quindi la legittimità della concessione.
Il primo di ottobre del 1855 si costituisce la società fra altri noti operatori del settore: GLIAMAS, GUARNIERO, VANNONI, MASI e BROCCHI. Scopo è l’esplorazione della miniera del Monte Mesco. Il documento è descritto nell’inventario dell’Archivio di Stato di Genova come atto costitutivo della società.
Anche in questo caso il toponimo si riferisce certamente ai Bagari.
Il giorno di Santo Stefano dello stesso anno viene emanato il decreto di autorizzazione per scavi a giorno ed in galleria, nella non meglio precisata località Iboga vicino al monte e parimenti Iboga in prossima alla proprietà VINZONI. Lo scopo è mettere in stato di scoperta la miniera.
L’anno successivo, 1856, la medesima fonte, registra le pratiche relative all’esportazione di minerale dal Mesco, da parte di ROCCA e GUERRIERO. Questo è un indizio significativo di inizio lavori, probabilmente preliminari alla dichiarazione di scoperta di miniera, come definita dalla normativa dell’epoca. Anche in questa fase era possibile che almeno una parte del materiale estratto, venisse movimentata e commercializzata.
Nel marzo 1856 sono finalmente redatti i verbali di scoperta di due miniere di rame al Mesco, site sui due versanti (una delle quali in località Pevarone). I verbali sono trasmessi il 19 marzo 1856 dall’Intendente al Ministero. Una di queste concessioni è delimitata dal poligono con vertici in: …A Prigioni di Levanto […] dirige in B alla cappella del Forte in D alla cappella Sant’Antonio, in E alla Negra, segue la spiaggia del mare nei punti F. G. H. fino in K, alla Fegina volge quindi al Monte Molinello […] al punto M distante duecento metri dalla […] casa Vinzoni in O, poi alla casa Canda in P e quindi si ricongiungeva alle predette prigioni… (A.S.G., Prefettura Sarda; Figura 42).
Il 18 marzo 1857 viene stipulato un accordo privato fra la Banca Generale Svizzera e un rappresentante della società MASI: la banca si impegna a finanziare le spese di ricerca. L’inventario riferisce però che la concessione sarebbe stata assegnata ai CABELLA. L’Archivio di Stato di Genova registra una ovvia e conseguente controversia fra MASI & Soci ed i fratelli CABELLA proprio per la concessione della miniera al Mesco.
Una nuova concessione è rilasciata con Regio Decreto ai fratelli CABELLA su una superficie di 334 ettari dal 12 giugno 1857.

Miniere dei Bagari: l’oblio

La mineralizzazione dei Bagari appare piuttosto eterogenea.
Sono stati seguiti e scavati filoni mineralizzati a solfuri misti cupriferi  nella miniera detta di Monte Vé, ma anche una massa di pirrotina compatta, incassata nella serpentinite. Quest’ultima è stata coltivata a cielo aperto in un cantiere posto immediatamente sotto lo spartiacque, sul versante di Levanto, poche decine di metri a NE dei precedenti.
Lungo il versante rivolto a est, incipiente su Monterosso al Mare, la coltivazione ha riguardato arnioni di minerale cuprifero (Copertina) dispersi nella coltre incoerente limonitica, presente su parte del versante.
Ancora, tracce di mineralizzazioni sono note lungo tutta la fascia ofiolitica del Mesco fino al mare. Anche queste sono state oggetto di ricerca in momenti differenti, ma senza assurgere ad un qualsiasi interesse industriale.
Col 1870 si chiude l’attività mineraria nel territorio Bagari-Mesco.
Cantieri a cielo aperto e gallerie sono abbandonate.
Non a causa dell’esaurimento delle mineralizzazioni, ma per la loro struttura con andamento poco deciso, disperso e quindi antieconomico. Le coltivazioni ottocentesche poste presso la Sella dei Bagari sono oramai confuse. Così come nella storiografia tematica dove, talvolta, sono vicariate con la dizione di miniera del Mesco.
La sequenza degli avvenimenti si è scansionata lungo una trentina di anni, nel periodo del boom italiano delle attività minerarie.

Monte delle forche, una provocazione toponomastica…

Torniamo un momento ai toponimi Monte delle Forche e Monte delle Miniere (Figura 1), ma in un’accezione differente e collegata alla morfologia e/o alla metallurgia.
Relativamente al primo, forse non dobbiamo dare per scontato che Forche si riferisse necessariamente allo strumento di esecuzione capitale…
Nella toponomastica italiana forca può indicare anche una biforcazione, un valico o una sella. Esistono numerosi Monte delle Forche con questa origine morfologica.
Monte delle Forche, cioè monte caratterizzato da una biforcazione/forca del crinale o da una conformazione analoga.

Ma… rimanendo nell’ambito dell’arte mineraria… dalle fonti storico-etnografiche (Sebastian MÜNSTER, 1550; Georgius AGRICOLA, 1556) emergono descrizioni proprio della forca come verga da rabdomante, utilizzata nella ricerca dei filoni metalliferi (Figura 43 e Figura 44).
Le fonti precisano anche una differenziazione secondo il minerale cercato: rami di nocciolo per l’argento, rami secchi per il rame e rami di pino per ferro e oro. La verga doveva avere forma biforcuta.
Una verga da rabdomante non è un’attrezzatura metallurgica dell’impianto di fusione/arrostimento, ma uno strumento di survey, di ricerca mineraria… anzitempo.
Il Monte delle Forche (e il Monte delle Miniere) non sono semplicemente rilievi con un toponimo curioso.

Intanto vi concorrono differenti indizi: miniere di rame e/o ferro; attività estrattive; presenza di scorie; ipotesi circa la presenza di uno o due impianti preindustriali (possibile attività di arrostimento del minerale ed un impianto databile al XVII secolo); una documentazione archeologica che mostra una lunga frequentazione dell’area.
Quindi, una possibile interpretazione di ispirazione mineraria del toponimo, seppure molto labile, non può essere esclusa. La prospezione dei giacimenti mediante verghe biforcute è documentata nella tradizione mineraria europea e italiana almeno dal XVI secolo. MÜNSTER (1550) e AGRICOLA (1556) descrivono esplicitamente la verga avente forma di furca per la ricerca mineraria.
Tuttavia, non è stata finora individuata un’attestazione ligure seicentesca che denomini la bacchetta stessa forca. 

Pigna, provincia di Imperia, Italia

Pieve di Teco, provincia di Imperia, Italia

Mendatica, provincia di Imperia, Italia

Triora, provincia di Imperia, Italia

Levanto, provincia della Spezia, Italia

Bibliografia

AA.VV. (2015). Biografia di un paesaggio rurale. Storia, geografia e archeologia ambientale per la riqualificazione di Case Lovara (promontorio del Mesco – La Spezia). (N. GABELLIERI, & V. PESCINI, A cura di) Genova: Oltre Edizioni.
AA.VV. (s.d.). L’archivio del Museo Storico dell’oro iraliano. Tratto il giorno ottobre 14, 2026 da oromuseo.com: https://www.oromuseo.com/file/archivio_it.pdf
ARCHIVIO DI STATO DI GENOVA, M. p. (2020, maggio). Intendenza Generale di Genova (1816-1860). Elenco inventario n. 23. (V. PANDIN, A cura di) Tratto il giorno ottobre 14, 2026 da www.archiviodistatodigenova.beniculturali.it: https://archiviodistatodigenova.cultura.gov.it/fileadmin/risorse/pdf/23_Prefettura_Sarda_202001.pdf
ARCHIVIO DI STATO DI GENOVA, M. p. (s.d.). Fondo Prefettura Sarda. Levanto: controversia Masi e soci/fratelli Cabella, 1857; Levanto, Bonassola, Monterosso al Mare, domanda di concessione Mesco e verbale di scoperta miniere, 185-1857, Busta 218, Fc. 12 e Busta 219, per la prosecuzione delle Pratiche, Genova.
BERNARDINI, E. (2002). Villaggi di Pietra,. Editions BLU.
DEL SOLDATO, M., & PINTUS, S. (1984). Levanto: geologia, ambiente, evoluzione storica. (M. DEL SOLDATO, & S. PINTUS, A cura di) La Spezia: Amm. Provinciale della Spezia.
DEL SOLDATO, M., & PINTUS, S. (1985). Studio geologico-storico delle attività e delle tecniche estrattive nella Liguria Orientale (Vol. XLV-XLVII (1975.1977). La Spezia: Memorie dell’Accademia Lunigianese di Scienze Giovanni Capellini.
FERRAIONI, F. (1968). Triora. Borgo medievale presso Sanremo (Gli Entroterra turistici ed.). N/A.
ISSEL, A. (1892). Liguria geologica e preistorica. Genova: A. Donth Editore.
JERVIS, G. (1874). I tesori sotterranei dell’Italia – Parte seconda – Regione dell’Appennino e vulcanni attivi e spenti dipendentivi (Vol. 2). Torino: Ermanno Loescher.
JERVIS, G. (1889). I Tesori sotterranei dell’Italia. Repertorio d’informazioni utili (Vol. Parte quarta). Torino: Ermanno Loescher.
VENERANDI PIRRI, I. (1992–1993). Segnalazione di una mineralizzazione cobaltifera nella zona dei “Bagari” (Levanto). Segnalazione di una mineralizzazione cobaltifera nella zona dei “Bagari” (Levanto). Memorie dell’Accademia Lunigianese di Scienze «Giovanni Capellini», LXII–LXIII, 123–127. .

immagine richiamata nel testo
Levanto, una storia che viene da lontano. Intervento a Territorio e Storia locandina del 09-10-2026

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