Copertina – Il Trionfo della Morte, affresco di Ignoto, Palermo, Palazzo Abbatellis (da focus.it)
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Le pesti di Genova nei XV e XVI secolo
Notizie indirette sulle pesti che hanno colpito Genova nei secoli (e forse anche di Acqui, Chieri ed il basso Piemonte) si ricavano da uno scritto di IGNOTO del 1825. Il testo è una lunga disquisizione (tre volumi) sulla storia letteraria della Liguria e sul tempo di inizio della stampa, successiva alla mera copiatura di testi antichi, se a Genova o a Savona o altrove (IGNOTO, 1825).
Tuttavia, …in Genova, per attestato del Giustiniani, era la peste nel 1493 (…) Innoltre, il Giustiniani parlando della pestilenza del 1528 la dice tanto grande, che a memoria dei vecchj quella del 1493 e molte altre che si ricordano per eccessive, in comparatione di questa furono nulle. Ve n’ebber dunque molte altre non registrate negli Annali… (IGNOTO, 1825, p.358). ROLLA (s.d.) ricorda che la peste del 1528 fu presente anche nella Napoli assediata dai francesi quando Andrea DORIA vi giunse con le sue 12 galee e l’intento, raggiunto, di liberarla per conto di Carlo V.
Ma altre epidemie sono accennate in anni precedenti.
Certo …Antonio ASTEGGIANO da Villanuova, in un suo poema latino scritto verso il 1450 (…) racconta, che trovandosi a studio in Pavia, fu costretto a partirne per timore della peste, che vi si scoprì nel 1431, e si ricoverò nella città fondata da Genuo (…) Ma l’infelice ASTEGGIANO, introdottasi la peste in Genova, e morti due suoi scolari per contagio, se ne fuggì tremante nella state dell’anno medesimo; e postosi in gondola, e corso pericolo di naufragare alla Cerusa, giunse in Savona, e statovi due giorni, acconciossi con un mulattiere, e fece ritorno ad Asti… (IGNOTO, 1825, p.385).
Un notizia interessante, e prova della ricorrenza delle epidemie, è la fondazione del Lazzaretto di Genova. Fu opera di Ettore VERNAZZA, uno dei fondatori dell’Ospedale degli Incurabili sempre di Genova, nonché di altri a Roma e Napoli.
Il Lazzaretto fu costruito fra il 1515 e il 1522 con il favore del Doge Ottaviano FREGOSO (Figura 21) e fu beneficiato di un pingue legato. Opera che fu certamente tempestiva dato che già nel 1527 ricomparve a Genova la peste.
L’edificio del Lazzaretto veniva costruito, in genere, lontano dall’abitato. Era destinato ad ospitare soprattutto le persone provenienti da luoghi sospetti di peste.
Le pesti di Chiavari nel XV e nel XVI secolo
In realtà c’è un po’ di confusione fra le epidemie ricordate storicamente (1493 ca., 1528, 1630, …) ed alcuni eventi relativi a Chiavari. Ad esempio c’è notizia di un’epidemia a FIrenze nel 1527 (LEO, 1840, p.369) quando …per tre (giorni) di più di cinquecento persone al giorno si videro mancar di vita in Firenze e ne’ suoi dintorni… (LEO, 1840), p. 370).
Occorre premettere che l’origine dell’area di Chiavari …che successivamente diventerà piazza N.S. dell’Orto è avvenuta tra il XII (Figura 22) ed il XIV secolo, in seguito al continuo apporto di sabbia provocato sia dalle correnti marine che dal moto ondoso, fenomeno responsabile del graduale e progressivo avanzamento della linea costiera… (Del Soldato 1991, pp. 32-33).
La piazza, originariamente denominata Piazza della Marina, era situata all’esterno della cinta muraria cittadina, tra l’antico ingresso al centro abitato detto appunto Porta della Marina, posto nel tratto meridionale delle mura cittadine (Figura 23), e la riva costiera alla quale l’originaria intitolazione della piazza faceva riferimento.
…Lo sfruttamento agricolo della zona (l’area prospiciente ed attigua alla cattedrale di Chiavari) è confermato dalle cronache che riportano la notizia di una donna chiavarese, Maria (Maridola; BONTÀ, 1847) de’ Guerci detta la Turchina (o Lucchina; BONTÀ, 1847), che nell’anno 1493, scampata ad una epidemia di peste, fece dipingere da Benedetto Borzone un’immagine della Madonna con Bambino tra i Santi Sebastiano e Rocco nella nicchia del muro di delimitazione di un orto affacciato sul lato orientale della piazza, per questo motivo l’immagine viene venerata con il nome di “Madonna dell’Orto” (Figura 24). Nel 1528 in occasione di una nuova pestilenza viene celebrata la messa all’aperto davanti al dipinto mentre in un angolo della piazza si seppelliscono i morti di peste, una parte dell’area si trasforma così in cimitero… (MANFREDI, 2016, p.6). In seguito, …per ragioni di salute pubblica il Magistrato di Sanità di Genova ingiunse agli Anziani di Chiavari che fosse ridotto ad orto chiuso quel campo, in cui sepolti erano i cadaveri degli appestati… (BONTÀ, 1847, p.6). Ma alcuni cittadini fecero dipingere una nuova immagine all’esterno del muro che, però, rimase sbiadita in breve dagli atmosferili.
Una volta, in corrispondenza dello spigolo SW della Piazza, c’era un vecchio leccio colpito da un fulmine, che la cultura materiale indicava come un caposaldo di quell’orto.
La fede nella Madonna dell’Orto rimase incrollabile, anche fuori da Chiavari. A Tunisi risiedeva un gruppo di Cattolici Chiavaresi quando, nel 1795, la città fu colpita dalla peste. Anche in quell’occasione fu chiesta ed ottenuta la misericordia della Madonna e la salvezza dal morbo. Così …Niccolò e Felice Borzone ed altri Negozianti Cattolici residenti in Tunesi fecero presente al Santuario di quattro piviali, ternario, pallio e continenza di seta ricamati in oro, valutati mille scudi di Francia… (BONTÀ, 1847, p.189). L’intercessione si ripeté nelle pesti del 1792 e del 1835.
La peste del 1630-1631 a Milano e in Lomellina
Milano, 1630.
Possiamo pensare ad una città che vive i ritmi quotidiani (Figura 25), seppure sotto una dominazione straniera e con la guerra dei Trent’anni in corso (1618-1648).
Nel 1630 la peste arriva in città e si diffonde rapidamente,
Le descrizioni e le pagine più intense e realistiche sono quelle di Alessandro MANZONI (Figura 26) che descrive la peste con grande precisione documentaria, basandosi su cronache dell’epoca. La peste diventa uno strumento narrativo, ma anche morale. La paura, i sospetti, la ricerca di capri espiatori (gli untori, Figura 27) sono il crollo dell’ordine sociale. Per contro mostra la fragilità umana, i gesti di carità e solidarietà. Ancora, la peste mette a nudo colpe e vitû, l’uguaglianza di fronte alla malattia ed alla sofferenza. Poi la rinascita dopo la distruzione, col lieto fine del matrimonio fra i protagonisti Lucia Mondella e Renzo Tramaglino (Figura 28).
Sia nel MANZONI che dalle cronache storiche appare la Milano durante la peste (Figura 29). Quartieri svuotati dalla paura e dal contagio, zone affollate da malati e soccorritori in gruppi sparsi e movimento talvolta caotico. Carri che raccoglievano corpi o infermi, accompagnati da monatti, medici, sacerdoti o volontari delle confraternite. Personaggi descritti da MANZONI come una presenza continua e angosciante. E poi fumo denso, atmosfera cupa e opprimente favorita dai falò e dai fuochi purificatori accesi in osservanza delle credenze mediche dell’epoca.
Luogo simbolo del racconto manzoniano e della storia sanitaria milanese è il Lazzaretto (Figura 30) voluto da Ludovico il Moro nel 1489 e progettato dall’architetto Antonio Averlino FILARETE (Figura 31). Oggi ne rimane solo la Chiesa di San Carlo al Lazzaretto (Figura 32). E qui, nel Lazzaretto, avvengono tre momenti fondamentali e conclusivi del racconto manzoniano: l’incontro tra Renzo e Lucia, la conversione di Don Rodrigo e l’opera assistenziale di Frà Cristoforo.
L’epidemia si è diffusa lungo le vie commerciali e quelle militari attraverso la Lomellina fino a Vigevano e Mortara, espandendosi in tutta la campagna circostante. Da Milano, in piena pestilenza, furono diramati ordini severi per l’isolamento dei malati, la chiusura dei mercati e la creazione di lazzaretti (Mortara) ai margini dei paesi.
Vigevano dovette sostenere spese straordinarie per le cosiddette case di sanità e per la custodia delle strade. I sopravvissuti di Mortara, in ringraziamento per lo scampato pericolo, fecero voto solenne e costruirono la chiesa dedicata a San Carlo.
La memoria storica del contagio rimane negli archivi parrocchiali della diocesi e in alcuni toponimi a Giorgio Lomellina, come il Campo della peste, il luogo delle fosse comuni, posto lontano dalle abitazioni (Figura 57).
Anche la Lomellina uscì dal post emergenza profondamente cambiata (per la Lomellina, parte liberamente tratta da FB_storie_di_lomellina, 2025; Figura 33).
Figura 27 – Guglielmo PIAZZA e Gian Giacomo MORA sono due untori che diffondono il virus della peste nella Milano di Alessandro MANZONI. Per questo saranno arrestati dai soldati spagnoli e giustiziati sul luogo della casa del MORA Poi, sul luogo sarà eretta la colonna infame a monito pubblico (immagine creata con IA).
La peste del 1630-1631 in giro per l’Italia
Due casi di peste colpirono Alghero in periodi meno, diciamo, canonici.
Una prima epidemia locale si manifestò nel 1477 ed una seconda nel 1582-1583. La causa delle infezioni poteva provenire dall’estero, con cui il porto cittadino aveva fortunati rapporti. …Questo commercio vi fa approdare da 40 a 50 bastimenti… (CASALIS, 1833, p.226). L’autore non indica ogni quanto tempo, ma l’enfasi dell’enunciato lo rende un notevole movimento. A quello va aggiunta l’attività della pesca del corallo che, nel 1828, contava 290 barche con differenti bandiere, per un giro di affari valutato in 1.825.200 lire nuove.
Passiamo oltre.
Il 5 giugno 1592 giunsero a Portoferraio, dalla Turchia le galee di Ferdinando I. Subito …si manifestò al loro bordo la peste. La poca vigilanza della deputazione di Sanità di quel porto, e l’avanzamento del calore estivo, diedero adito al morbo pestilenziale di passare dalle galere alla città, e da questa in un momento all’altre parti dell’isola… (NINCI, 1840, p.113).
Un’epidemia era in corso a Palermo quando, il 15 luglio 1624, …gli afflitti palermitani corsero a trovare in quella grotta misteriosa le ossa di S. Rosolia. Quale entusiasmo non dovette suscitarsi nell’animo di quel popolo angustiato alla vista di quei resti, che credea con sicura persuasione essere stati gl’istrumenti d’intercessione che fugarono la peste dalla Città… (FERRARA, 1813, p.47).
…Acqui dal 1625 sino alla pace di Vestfalia del 1648 fu più volte presa e ripresa da francesi e dagli spagnuoli, i quali ultimi vi atterrarono il castello, che fu poscia riedificato dal duca Carlo nel 1663 (Figura 34). In questo doloroso intervallo di tempo, cioè negli anni 1630 e 1631, fu questa città spopolata dalla peste… (CASALIS, 1833, p.48) …sì che i superstiti, che furono pochissimi, si videro costretti di riparare in Asti… (CASALIS, 1833, p.62).
L’autore ricorda che la peste di quel tempo colpì anche la città di Alby, soprattutto per il fatto che certo Domenico MEDA vi fece edificare, nel 1630, un grande ospedale. Qui, un …gran numero di persone state colte dalla peste s’ebbe, secondo le piissime intenzioni del fondatore, i più caritativi sovvenimenti… (CASALIS, 1833, p.160).
La peste del 1630 toccò anche la città di Annecy che si spopolò, con grave danno anche per la fiorente industria tessile (fabbriche di panni e filature di lana) locale.
Ed ancora …la peste del 1630 (…) imperversò fieramente in Chieri e nelle terre vicine… poste in fondovalle, evitando completamente il paese di Arignano che si posizionava sulle alture (CASALIS, 1833, p.366). E Chieri, pare, fosse già stata contagiata nel 1471. Nel 1585 e nel 1630 fu contagiato anche tutto il Canavese (BARUFFI, 1839, p.274).
La peste del 1630 fu oggetto di studio e rendicontazione nell’opera dell’accademico e medico Lorenzo GHERADELLI ll memorando contagio seguito in Bergamo l’anno 1630 pubblicata postuma nel 1681.
Genova 1656, la peste
La Repubblica di Genova, con Roma e Napoli, fu graziata dalla peste manzoniana del 1630, ma …il contagio passa dalla Sardegna nel continente d’Italia, e si accende in Roma ed in Napoli… (CASONI, 1831), nel 1656-1657, espandendosi in seguito a macchia d’olio. Quindi la città fu colpita da una successiva ondata, o secondo alcuni da una coda della precedente.
I dati del contagio riportati nella storiografia (MICONE, 1658, Figura 35; CASTALDI, 1684; CASONI, 1799 e 1831; ACCINELLI, 1750; CORRADI, 1865-1894; STICKER, 1910; DONAVER, 1913; LEVATI, 1930; COSTA, 1933; HIRST, 1953; VITALE, 1955; BELOCH, 1961) sono molto variabili, ma mediamente 70.000 vittime, in Genova, seppure ritenute ancora esagerate (GIACCHERO, 1951; FELLONI, 1952).
…In Genova, le prime denunce parrebbero dimostrare che i diversi focolai di infezione erano nati allo stesso tempo e trovavano tutti la loro origine in un’unica fonte compresa tra la Foce e Sturla. Secondo alcuni proprio su queste ultime spiagge erano approdati marinai provenienti dalla Sardegna… (PRESOTTO, 2012). …Essi erano stati posti in quarantena, ma violando i divieti, avevano venduto della merce infetta che da alcuni mercanti era stata portata nell’entroterra… MICONE, 1658).
…Il male, dopo un breve periodo di incubazione, da 3 a 5 giorni, si manifestava solitamente con febbre, con dolori di capo, dolori alla colonna vertebrale, vertigini, vomito, delirio. Nella seconda e terza giornata si delineava la forma clinica della malattia, caratterizzata dalla tumefazione di uno o più gangli linfatici. Gli stessi, (i «bubboni»), presentavano segni di infiammazione acuta emorragica e suppurativa. Nel periodo più micidiale (cioè in quello estivo del 1657) l’intervallo tra la contrazione del male ed il sopravvenire della morte era andato riducendosi a soli due o tre giorni… (PRESOTTO, 2012, p.327). L’andamento dei contagi e dei decessi durante i 17 mesi dell’epidemia è rappresentato in Figura 36 (PRESOTTO, 2012).
L’aria era infestata, e non solo quella dei lazzaretti e dei loro dintorni. A mitigare la situazione …anco i profumieri francesi resero buon servizio alla Repubblica, cosi in purgare i lazzaretti, i quali, per il gran numero de malati, e de’ cadaveri, avevano infettata l’aria delle infermerie, come in altri luoghi principali della città particolarmente nel pubblico palazzo, e nell’Arcivescovato… (CASONI, 1799,p.37).
Chiavari 1656, la peste
…Nel mese di ottobre 1656 si scoperse infetto il borgo di Rovinò (Rupinaro), e fu stabilito un lazzaretto in un antico convento già abitato dalle monache dell’Ordine ai Santa Chiara, e vi perirono duecento persone. Si fermò totalmente la mortalità, e continuò il popolo a godere perfetta salute per giorni quarantadue, a capo de’ quali si scoprirono infette alcune famiglie, e fu riaperto il lazzaretto, e vi morirono circa mille e duecento infetti, fra’ quali fu compianto Vincenzo Doria , il quale dopo di avere adempiuto in Genova a molte commissioni ricevute dal Magistrato di Sanità, risolvendo di passare per maggior sicurezza a Chiavari, quivi nel terzo giorno della sua quarantena s’infermò, e ben presto passò all’altra vita. Tre Commissarj ebbero il comando in Chiavari durante la pestilenza, Carlo Spinola del fu Felice, che morì Senatore, Geronimo DeFranchi, e Gio.Maria Spinola. In Chiavari si può dire, che si fermasse il contagio nella Riviera orientale della Liguria, perchè sebbene seguirono alcuni casi in Levanto, e nella Spezia, ad ogni modo per l’opportuna diligenza di quelli, che a’ suddetti luoghi comandavano, restò il morbo soffocato nella culla, e tagliata la radice ad ogni disturbo.
Passerò ad accennare di quattro luoghi fra terra, che furono nel territorio della Repubblica dall’infezione tocchi; in Montaggio, o sia monte Eugino, già feudo de’ Fieschi, penetrò il contagio, e non si estinse, se non colla mortalità di trecento persone. Fondarono quegli abitanti un lazaretto, e non essendosi potuti convenire circa il modo di contribuire alle spese del medesimo in comune, fu con singolar provvidenza stabilito, che ogni casa dovesse somministrare giornalmente il vitto a’ suoi. Due Commissarj esercitarono la soprantendenza agli affari della sanità in questo luogo, Raffaele Raggi, e Marco De Franchi. In Voltaggio luogo di molto passaggio, per essere situato fra i monti Appennini in un sito, nel quale i monti auddetti aprono una assai buona strada da tragittare dalla Liguria nella Lombardia, non fece gran strage il morbo contagioso, non essendovi morte, che circa cento cinquanta persone. Furono in Voltaggio cretti due lazzaretti, uno per gl’infetti, e l’altro per li sospetti; ed ebbero il comando sopra Té cose della S. Anita con titolo di Commissari consecutivamente Francesco Spinola, e Michele Geronimo della Rocca. Gavi pure, luogo situato in mezzo de’ monti Appennini, che ha un buon castello per difesa di quel passo, fu toccato leggermente dal contagio, e vi morirono venti abitanti. Maggiore fu il danno, ch’ebbe la guarnigione del castello, della quale perirono sessanta persone; cosi a quei del luogo, come a’ soldati fu comune il lazzaretto fondato dai terrazzani nel convento di Santa Maria della Valle. I Commissari della Sanità, che in diversi tempi regolarono in questo borgo gli affari della sanità, furono dito, Filippo Spinola Conte di Tassarolo, Filippo Lomelliuo, Gio. Batista Giacinto Gentile, Gio. Battista Grimaldo, Stefano Spinola, Carlo De Franchi, e Francesco Maria Lercaro. Ma in Nove, terra assai grossa, popolata e mercantile, situata ai confini della Repubblica nella Lombardia, si accese il contagio quando stava estinguendosi in Genova. Fu glande la costernazione del popolo, e non minore il timore i quelle famiglie, che vi si erano ritirate da Genova, per stare più sicure dall’infezione; ma cessò il morbo colla morte di ventidue persone, stante la provvidenza di Lazaro Grimaldo, il quale con risoluto rigore andò al riparo della dilatazione del morbo; oltre i confini della Repubblica non fu infezione, tanto bene seppero guardarsi i popoli vicini. E per singoiar grazia di Dio a capo di diecisette mesi venne a cessare quel flagello, che aveva si terribilmente trattata la Liguria, infierendo principalmente contro la città capitale… (CASONI, 1799, p.80).
Continua…
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I personaggi della peste… (4)
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