Storie di Donne e Donne dei mestieri perduti

Copertina

Copertina –  Gruppo di minatori e cernitrici sotto un capannone della miniera di Molicciara (Luni). Fonte: MALFANTI, T. e PASSARINO G. (2009). Miniere li Luni. Storia in fotografia. Luna Editore.

Proemio

…Date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto… (Oscar WILDE)

Viviamo un momento particolare.
Sarà un caso, ma da pochi giorni due Donne hanno acquisito, per la prima volta, ruoli che tradizionalmente erano riservati agli uomini.

Una frase che ricorda la conquista del diritto di voto da parte delle Donne, ma oggi siamo nel 2022.
Da pochi giorni Giorgia MELONI è Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana. E subito dopo Mirjana SPOLJARIC EGGER è diventata la prima donna alla testa del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) a Ginevra.
Non sono certo i primi casi di Donne di potere, ma sono sicuramente le prime Donne a rompere quei tabù.
Non possiamo certo dimenticare tutte quelle Donne, in realtà poche, che hanno lasciato segni fondamentali nella storia. Donne Capaci e Caparbie.
L’ultimo esempio, ma solo in ordine di tempo, è senza dubbio quello di Elizabeth Alexandra Mary, sovrana per settant’anni del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e degli altri reami del Commonwealth, la Regina Elisabetta II.

Storie di Donne

Le storie di Donne importanti e uniche vengono da lontano.
Alcune icone.
IPAZIA di Alessandria, matematica, astronoma filosofa divulgatrice di cultura, insegnante e martire. Istruita alle scienze dal padre Teone che, con la cultura, voleva farne un perfetto essere umano (!). E questo la dice lunga sulla considerazione che le donne avevano nel IV secolo d.C.
Artemisia LOMI GENTILESCHI, pittrice di talento (Figura 1 e Figura 2). E come tramandano le cronache, molto bella. Fu oggetto di stupro e di una lunga, conseguente, dolorosissima ed inquisitoria vicenda processuale consumatasi nella seicentesca Roma papalina.

E… senza dimenticare Antonia DONI, suora carmelitana, primogenita del pittore Paolo UCCELLO; o Marietta ROBUSTI, artista veneziana, eclettica, figlia illegittima del TINTORETTO e per questo chiamata la Tintoretta (Figura 3); o Sofonisba ANGUISOLA artista cremonese di grande talento e grandemente stimata da Michelangelo BUONARROTI (Figura 4); o Lavinia FONTANA apprezzata ritrattista soprattutto di bambini, bolognese formatasi nella bottega del babbo Prospero (Figura 5)…
Un omaggio alle poche Donne che, pur fra mille difficoltà anche violente, si sono affermate ed hanno lasciato una impareggiabile traccia.

Per ciascuna di esse ce ne sono state (e ce ne sono) migliaia che hanno subito analoghe ingiustizie, discriminazioni ed angherie in nome di una inferiorità. Oppure hanno sopportato lavori duri, che oggi definiremo usuranti, pur continuando la gestione familiare e l’essere mamme.

Immagine citata nel testo

Figura 4 – Sofonisba ANGUISSOLA. Fanciullo morso da un gambero (1554 ca.), Carboncino e matita su carta. Napoli Museo di Capodimonte, Gabinetto dei disegni e delle Stampe (da Web).

Donne dei mestieri perduti: la sveglia umana

Questa storia che viene da lontano non si svolge nel Tigullio o in Liguria, ma è comunque una storia quantomeno originale.
Siamo nel Regno Unito all’epoca della Rivoluzione Industriale. È l’epoca dello sviluppo industriale ed anche di quello minerario (qui soprattutto per il carbone).
Nascono le fabbriche e gli stabilimenti. Nascono i turni di lavoro. La classe operaia, ma anche quella impiegatizia, difficilmente poteva concedersi il lusso di un orologio, soprattutto con l’allarme per la sveglia. Ecco nascere allora le Knocker-up, le sveglie umane. Uomini armati di lunghi bastoni bussano alle finestre di operai, ma anche di professionisti (medici, avvocati, insegnanti, …).
Ma fu Mary SMITH a perfezionare la professione. Inventò l’originalissimo personaggio della donna con la cerbottana (Figura 6 e Figura 7).  Mary girava per la città di Manchester sparando sassolini nei vetri dei clienti. Le fonti ricordano fagioli o piselli, ma data la povertà dilagante all’epoca è più credibile fossero sassolini. Un’occupazione che, in qualche caso, è proseguita fino alla prima metà del secolo scorso. Un modo originale, semplice ed onesto per arrotondare e integrare magri bilanci familiari. Nella Londra del 1870 il compenso era di sei Pence a settimana.
Mary SMITH praticò la professione per una trentina d’anni, verosimilmente alla fine dell’Ottocento. Quindi lasciò la cerbottana e l’eredità professionale alla figlia Molly (Figura 8).
È una storia che viene dal Web. Una storia che se vera è sicuramente originale, di un’originalità tutta femminile.

Donne dei mestieri perduti: le cernitrici

Delle cernitrici e delle donne impiegate in miniera ed in cava è già stato detto da queste pagine anche di recente.
Ma è giusto ricordare tre Donne che hanno svolto questa attività e delle quali si è conosciuto il nome.
La prima è Maria STURLA, classe 1844. È famosa per essere rimasta immortalata in una fotografia che la ritrae mentre lavora. Moltissime altre cernitrici compaiono nelle fotografie storiche, ma purtroppo rimangono anonime.
La seconda è Rosa OTTOBRI, vedova ANTONACCI, mancata centenaria nel 2016. Era una trovatella adottata da una famiglia della Val Graveglia. A circa diciott’anni Rosa intende andare a lavorare alla miniera di Cassagna per aiutare la famiglia. Il racconto della sua richiesta di impiego è tutta da ricordare.
Una mattina mi misi lì ad aspettare il barbarossa. Il barbarossa era il direttore della miniera di manganese di Cassagna, sfruttata della Ferromin, che aveva concessioni dall’Elba alla Val Trompia. Lo chiamavamo così perché era un veneto biondo biondo. Veniva su a cavallo. Quella mattina sento il cavallo, esco fuori e dico al barbarossa voglio lavorare in miniera!. Lui, mi squadra, ero tutta piccina, e mi dice: i cesti sono pesanti, ce la farai a portarli?. Io ci provo, poi vediamo, gli ho detto… (ROLLI, 2016). E Rosa rimase a lavorare in miniera, come cernitrice, per vent’anni. Però non c’era solo il lavoro in miniera. …Quando tornavo a casa c’era da star dietro alle bestie – pecore, capre – e zappare nei campi. Bagnare a volte si bagnava di notte, con la lanterna ad acetilene… (ROLLI, 2016).
Infine, la terza è Maria USAI (Figura 9), figlia di Emanuele, cernitrice nella miniera di manganese di Cerchiara (SP). Qui le donne, una trentina, facevano un turno unico oppure optavano per il cottimo. In quest’ultimo caso la cernita era eseguita su quattro o cinque carrelli in uscita dalla miniera. Era preferito perché rimaneva maggior tempo per la successiva cura dei campi. Un particolare curioso. Qui le donne avevano come unico attrezzo …un piccolo rampino costituito da una impugnatura di legno e da due estremità di metallo, l’una a forma di paletta, l’altra composta da quattro denti leggermente ricurvi… (ZACCONE S. 1995, p. 188).

Donne dei mestieri perduti: le cuoche di miniera

Nella storia delle miniere liguri non è assolutamente facile imbattersi nella figura della cuoca o del cuoco. In realtà se n’è trovato, ad oggi, riscontro nella sola miniera di Cassagna. Era l’epoca della gestione Ferromin, e precisamente gli anni del secondo conflitto mondiale. Se ne ha un doppio riscontro. Il primo è la planimetria del complesso minerario (Figura 10) sul quale compaiono la grande cucina, un refettorio-spogliatoi ed un refettorio uomini; il secondo è l’attestazione diretta, il ricordo della cuoca Maria (Marietta) BENENTE di Nascio (Figura 11). La presenza dei due refettori separati suggerirebbe che anche le donne, le cernitrici, potessero accedere a questo servizio.
Più facile e ricorrente è la presenza di figure femminili impegnate anche come cuoche o inservienti (Figura 12 e Figura 13), sempre sotto la direzione di un uomo, alla preparazione della tradizionale festa di Santa Barbara. Il riferimento è alla storia fotografica della Miniera di Molicciara (MALFANTI e PASSARINO, 2009). Ne emerge un momento di compartecipazione che superava le differenze di impiego, sesso, e valore del lavoro, almeno finché si trattava di cucinare… (Figura 12 e Figura 13).
Ma poi, al pranzo, la presenza femminile latitava (Figura 14 e Figura 15), come al momento dei festeggiamenti (Figura 16), forse con l’unica eccezione del successivo veglione.
Le Donne erano ignorate anche nelle manifestazioni politiche (Figura 17 e Figura 18), eppure anche loro partecipavano alla preparazione di quel carbone. Neppure la festa del Primo Maggio (Figura 19) si estendeva alle Donne che pure lavoravano nella miniera.

Bibliografia

DEL SOLDATO, M. (1993). La miniera manganesifera di Cerchiara (La minea du rantegu). Memorie dell’Accademia Lunigianese di Scienze G. Capellini, LXII-LXIII (1992-1993), 129-205.
MALFANTI, T., e PASSARINO, G. (2009). Le miniere di Luni. Storia in fotografia. La Spezia, Luna Editore.
ROLLI, S. (2016, ottobre 31). Le cernitrici di manganese della Val Graveglia, nel Chiavarese. I cent’anni di nonna Rosa l’ultima operaia delle miniere. Il Secolo XIX – Italia mondo, p. 11.
ZACCONE, S. (1995). Donne in miniera: breve storia della cernitrice. In AA.VV., Ripartiamo dalla nostra storia. La Spezia, Comune di Pigone.

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