Donne e miniere in Val Graveglia (Liguria Orientale)

In copertina: Cernitrici al lavoro alla miniera di manganese del Monte Zenone. Da FIGONE F., 2014.

Il manganese e la Val Graveglia

La Val Graveglia (entroterra di Lavagna, Liguria Orientale) è nota da almeno un secolo e mezzo per le sue miniere di manganese, seppure si possa intuire un impiego molto precedente e circoscritto del locale e raro biossido (la pirolusite).
Molto meno nota è la presenza, l’attività e la figura delle cernitrici della Val Graveglia.
Lo sviluppo dell’attività mineraria, dalla fine dell’Ottocento, è andato di pari passo con l’importanza via via acquisita dal manganese nell’industria siderurgica. Di conseguenza, è cresciuto anche il ruolo socioeconomico dell’attività estrattiva in valle, fino a quel momento territorio bellissimo, ma difficile, povero ed isolato.
L’economia della Valle Graveglia, dipendente unicamente dall’agricoltura e da poca pastorizia, si è incrementata con la scoperta delle riconosciute nuove risorse minerarie. È stata un’attività indubbiamente faticosa e pericolosa, ma che poteva garantire una remunerazione tangibile ed una certa sicurezza, almeno psicologica, seppure limitata nel tempo.
Come noto i giacimenti minerari sono risorse non rinnovabili ed i loro prodotti sono fortemente assoggettati all’istantanea richiesta industriale, sia come tipologia che come qualità e quantità.

La preparazione del minerale: le cernitrici di Val Graveglia

Il minerale manganesifero estratto, il tout venant, era difficilmente già rispondente alle necessità industriali, ma doveva essere adeguato alle richieste specifiche delle commesse. Di conseguenza doveva essere frantumato nella pezzatura adatta ed arricchito nel tenore richiesto per lo specifico utilizzo industriale del committente.
La preparazione del minerale è stata un’operazione necessaria fin dagli albori dell’attività estrattiva. Nonostante ciò veniva considerata un lavoro di importanza secondaria e pertanto fu affidato da subito a donne e bambine avviate all’attività di crivellatrici e, soprattutto, di cernitrici  già dall’età di dieci-dodici anni. Allo stesso modo fu destinato da sempre alle donne un altro lavoro umile e faticoso: il trasporto del minerale da bocca di miniera alle tramogge di carico.
A tutti è noto il caso più famoso ed emblematico delle portatrici di ardesia (clicca qui e qui).

Nel caso del manganese, le cernitrici erano prevalentemente donne della Val Graveglia che vennero impiegate quasi subito nella locale industria estrattiva. Attività del tutto nuova e con grandi prospettive nella neonata industria siderurgica.
L’impiego della manodopera femminile è attestato in gran parte, se non in tutte, le miniere in produzione nella Liguria Orientale. Esso affonda le sue radici in epoche precedenti alla seconda metà dell’Ottocento in tutta l’Italia mineraria e nei bacini soprattutto carboniferi europei (SALSI, 2018). La manodopera femminile era impiegata generalmente all’esterno della miniera, ma era comunque un anello fondamentale della catena produttiva. In alternativa le donne operavano nelle laverie, come ad esempio in quella a tavole fisse del Foppo, presso Statale dov’era trattato il minerale estratto dal Monte Porcile. I ruderi del Foppo sono rappresentati nelle foto degli anni Ottanta del secolo scorso (Figura 1, Figura 2 e Figura 3). I primi riscontri storici dall’attività femminile ai crivelli si trovano in AGRICOLAE, 1657 (Figura 4), mentre la cernita, oltre che da AGRICOLAE, 1657 (Figura 5) è precedentemente attestata anche da BIRINGUCCIO, 1559.

Diagramma della distribuzione della manodopera addetta al lavoro in galleria ed all’esterno delle miniere di manganese della Val Graveglia

Le cernitrici della Val Graveglia: un valore aggiunto

Per la Val Graveglia, ed in generale per quel periodo storico, fu una grande rivoluzione.
Per la prima volta le donne partecipavano prepotentemente e palesemente all’economia della famiglia non solo accudendo i figli, gli animali o coltivando l’orto, ma integrando il reddito con un loro salario.
Con questo non si vuole dimenticare e, tanto meno, sottovalutare l’attività domestica: il primo e da sempre vero e proprio lavoro. Un lavoro che cominciava la mattina e finiva a tarda sera. Un lavoro in tutti i sensi, semmai poco o nulla riconosciuto, ma un lavoro. In qualunque società, il lavoro della donna in casa è stato una fondamentale e reale integrazione con l’amministrazione e le economie indispensabili alla sopravvivenza, soprattutto quando il rendimento dell’attività dell’uomo non era sufficiente.
Le donne risultavano più adatte all’arricchimento del minerale (cioè la separazione del minerale manganesifero dallo sterile e la scelta di quello più ricco) per la precisione e meticolosità che ponevano nell’operazione. In realtà erano ritenute più adatte perché il lavoro in galleria era considerato più nobile di quello all’esterno. Ad onor del vero la letteratura ricorda rari casi di attività svolta in sotterraneo anche da parte delle donne. È il caso delle miniere di zolfo siciliane. Ma si devono ricordare, soprattutto, un paio di casi di imprenditorialità diretta femminile! Sono casi eccezionali e limitati poiché nello specifico quelle impiegate in sotterraneo erano considerate “donne facili, leggere” e comunque elementi di disturbo di distrazione per i minatori.
Per quanto il lavoro delle cernitrici fosse concettualmente semplice, non era affatto facile per le condizioni ambientali in cui le donne si trovavano ad operare. Erano continuamente esponendole al rischio di malattie e disabilità. Il contatto con le pietre mineralizzate e soprattutto col diaspro affilato era causa di frequenti tagli ed infezioni alle mani. E la situazione veniva aggravata dalla continua immersione nell’acqua fredda per il lavaggio del minerale. Non vanno poi dimenticati gli incidenti anche mortali, seppure molto rari, come quello accaduto il 4 maggio 1871 nella miniera sarda di Montevecchio, che costò la vita ad 11 fra donne e bambine (AUTORE IGNOTO, s.d.; GORACCI, 2017) ed altrettante rimasero ferite.
Il compito e l’obbiettivo delle cernitrici era quello di riempire delle ceste (le “corbe” e le “curbinne” in dialetto) di solo minerale, separandolo completamente dalla roccia sterile.
In Valle si ricorda ancora che, negli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso, giornalmente ogni operaia doveva riempire oltre una cinquantina di ceste che potevano contenere da 25 a 30 Kg di minerale (complessivamente circa una tonnellata e mezzo).

Rapporto fra i salari medi giornalieri dei minatori, degli operai addetti all’esterno e delle cernitrici

I piazzali di cernita

Il luogo di lavoro era all’esterno della miniera, in prossimità della zona di scarico dei vagoncini (Figura 6) o dove il materiale veniva accumulato dagli operai addetti a portare fuori i carrelli pieni di tout venant.
Le cernitrici della Val Graveglia  lavoravano in ogni condizione metereologica e, nella migliore delle ipotesi, sotto una precaria tettoia (Figura 7). I turni erano anche di 12 ore al giorno. Stavano accovacciate a terra ed utilizzavano un martello e una manichetta dell’acqua per rompere e lavare i pezzi di roccia. Questa operazione permetteva loro di riconoscere al meglio il minerale (braunite o manganite, di colore nero o marrone scuro) dalla ganga (diaspro rosso). Tendenzialmente operavano a coppie, in modo da dividersi i compiti e controllare meticolosamente e reciprocamente che il risultato fosse come richiesto.
Il compenso al lavoro era misurato in ceste riempite di materiale che doveva ancora superare l’esame visivo di una cernitrice esperta ed addetta all’ultimo controllo. Il lavoro era pagato a cottimo e questo ne condizionava la velocità. E portava ad acquisire una gran dimestichezza con il martello oltre che una grande abilità soprattutto visiva. l’obbiettivo era dettato dalla necessità di riempire il maggior numero possibile di ceste. Contemporaneamente, però, in maniera scrupolosa affinché non venissero scartate dal conteggio della paga giornaliera.

Le cernitrici della Val Graveglia nella tradizione orale

La tradizione orale della valle ribadisce come l’ingresso in miniera fosse vietato alle donne, principalmente per superstizione. Qualcuno ricorda che potevano venire multate se scoperte all’interno di una galleria e che per loro era vietato anche solo parlare con i minatori. Ma allo stesso modo viene ricordato come trovassero comunque il modo di comunicare. Lo testimoniano i matrimoni tra cernitrici e minatori che lavoravano nella stessa miniera o cantiere. Era una conseguenza inevitabile anche per due fattori: innanzitutto il numero di ore che operai e operaie passavano nello stesso posto. E poi non va dimenticato che le piccole comunità della Val Graveglia, come in molte altre valli dell’entroterra, erano società molto chiuse, che difficilmente avevano relazioni con comunità esterne, se non, per gli uomini, in occasione del servizio militare.
E nella ricerca continua di intavolare rapporti e conoscenze, interveniva come sempre la fantasia e la galanteria. Come detto, le donne venivano pagate a cottimo in base a quante ceste di minerale riempivano al giorno. Così, in Valle, è ancora vivo il ricordo di operai addetti al trasporto del minerale all’esterno che avevano escogitato uno stratagemma per attirare l’attenzione delle cernitrici: i carrelli non erano sempre pieni di minerale ricco e così quando capitava un carico di minerale con tenore particolarmente interessante cercavano di scaricarlo davanti alla cernitrice sulla quale volevano fare colpo. Questo gesto, che può sembrare banale, aveva invece un significato profondo. In realtà consentiva alla cernitrice (o meglio alla coppia di cernitrici di cui quella faceva parte) di riempire più ceste di minerale ricco, in minor tempo e faticando meno, quindi realizzando un maggior guadagno.

La decadenza delle cernitrici della Val Graveglia

La presenza della manodopera femminile durò fino alla prima metà del Novecento quando l’industria estrattiva raggiunse la sua massima espansione e la Valle registrò il picco di produttività estrattiva e di rendimento.
Il lavoro delle cernitrici aveva naturalmente un grosso limite: era un’analisi soprattutto visiva, aiutata dall’apprezzamento, sempre empirico, del peso del campione. A parità di dimensione, più era pesante e più conteneva manganese. La cernita manuale era quindi una metodica governata dalla sensibilità soggettiva. Come tale era inficiata da tanti fattori esterni quali la fatica, la stanchezza, il freddo, possibili momenti di disattenzione, ecc. Non c’è quindi da stupirsi se quantità di minerale anche di tenore utilizzabile finissero in discarica.
Queste possibili perdite ed il continuo aumento della richiesta di minerale a definito tenore in manganese, furono le cause principali che portarono la Società Ferromin a prevedere e realizzare un impianto di arricchimento che perseguisse tre obbiettivi:

  • uno sfruttamento più razionale del tout venant;
  • minori perdite di tenori utilizzabili;
  • la coltivazione di mineralizzazioni anche più povere.

Nacque così, ultimo e più importante, l’impianto di Sink-Float di Piandifieno, per concentrare e stabilizzare la qualità del minerale mercantile rispondente alla richiesta dell’industria. Ma questa è un’altra (prossima) storia.

Bibliografia

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AUTORE IGNOTO. (s.d.).1871: la morte di 11 donne e bambine. Tratto da il giorno ottobre 18, 2018 da www.sardegnaminiere.it.
BERTOLIO, S. (1908). Cave e Miniere(Vol. unico). Ulderico Hoepli.
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GORACCI, D. (2017, maggio 8). Una miniera di donne dimenticate: le cernitrici di Montevecchio e le altre. Tratto da il giorno ottobre 24, 2018 da http://www.agoravox.it/Una-miniera-di-donne-dimenticate.html.
MALFANTI, T. e PASSARINO G. (2009). Miniere li Luni. Storia in fotografia. Luna Editore.
PANI, M. E. (s.d.). Il lavoro delle donne nelle miniere. Tratto da il giorno ottobre 18, 2018 da : https://digilander.libero.it/fluminimaggiore/donneeminiere.htm
SALSI, S. (2018, giugno). Le donne in miniera tra l’800 e il ‘900 in Europa. Tratto il giorno ottobre 18, 2018 da www.storiaefuturo.eu: http://storiaefuturo.eu/le-donne-in-miniera-tra-l800-e-il-900-in-europa/

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