Archeologia in Vallese (CH): le nuove recenti scoperte

copertina

Copertina – Lo stendardo del Vallese su una vetrata della medievale Basilica-Château de Valère (Sion).

Il Paleolitico in Svizzera e nel Vallese

Le tracce del Paleolitico sono piuttosto rare in Svizzera. Si sono conservate prevalentemente tracce che risalgono alla fine del periodo. Solo intorno al lago Lemano la prima occupazione risale a circa 13.000 anni BC (Figura 1). I raccoglitori-cacciatori utilizzavano limitate materie prime per produrre i loro utensili, le loro abitazioni ed i loro indumenti. Dell’utilizzo di legno, cuoio, osso e selce delle zone calcaree del Giura sono rimaste poche tracce. 
La Svizzera è un Paese montano, alpino e, in quest’ottica, bisogna considerare la presenza ed i movimenti dei ghiacciai che hanno ripetutamente cancellato, e raramente esposto, le tracce archeologiche.

Tracce dell’uomo di Neanderthal sono riconosciute, in Svizzera in una ventina di siti musteriani (Figura 2). Sono tracce di accampamenti presenti su entrambi i versanti del Giura (Cotencher NE, St. Brais JU), sulla piana del Reno presso Basilea, come pure in ambito prealpino, nella regione del Säntis e nell’Oberland bernese. Situazioni favorite dal riscaldamento climatico e conseguente scioglimento dei ghiacci con quanto ne consegue.
I resti ossei mostrano che l’uomo di Neanderthal cacciava tutto ciò che era disponibile: cavalli selvatici, rinoceronti e renne nelle steppe aperte, cervi e cinghiali su pendii ricoperti da rade boscaglie di betulle e aghifogli, stambecchi, camosci e marmotte sulla fascia prealpina. L’alimentazione era completata da selvaggina di piccole dimensioni, uccelli e pesci, integrata dalla raccolta di vegetali durante i periodi più miti.
La macellazione delle prede produceva la carne, che era essiccata ed affumicata, le pellicce per gli indumenti, le ossa ed i palchi che erano trasformati in utensili ed armi.

Il Mesolitico in Svizzera e nel Vallese

All’inizio del periodo il clima ha subito un radicale riscaldamento. Si sono diffusi ginepri e betulle e a partire dal 12.000 BC anche foreste di pini. Il peggioramento climatico del Dryas ha prodotto l’allungamento dei ghiacciai e un ritiro delle foreste. Sono comparsi l’olmo e la quercia e più tardi il nocciolo, l’acero e il frassino. Il faggio ha fatto la sua comparsa soltanto verso il 5.500 BC e dominerà l’Altopiano. Il riscaldamento ha fatto scomparire le specie animali tipiche delle vaste steppe. Di conseguenza é venuta a mancare la base di sostentamento.
Il Mesolitico è pure il periodo dell’arrivo, sull’Altopiano occidentale, delle influenze provenienti dalla Valle del Rodano, mentre da oriente sono giunti impulsi dai territori del Reno e dal Danubio. I pochi rinvenimenti del Ticino e delle vallate sudalpine sono da associare alle culture dell’Italia settentrionale.
Dopo lo scioglimento dei ghiacciai risultano popolate tutte le regioni svizzere (Figura 3). Tracce di attività umane sono documentate nella parte alpina del corso del Reno (Coira), sulla fascia prealpina (regione appenzellese, Einsiedeln) e nelle valli laterali vallesane (Zermatt).
Nella ciaccia, sono state sostituite le zagaglie con archi e frecce. Le punte di quest’ultime sono piccole, talvolta minuscole schegge affilate (Figura 4). Non mancano le eccezioni come il tipico utilizzo di cristalli di quarzo di rocca (Figura 11 e Figura 12 di Lagorara: 5000 anni fa una cava di diaspro) raccolti in giacimenti particolari. Se ce ne fosse bisogno, questa è la conferma della profonda conoscenza del territorio.

Il Neolitico in Svizzera e nel Vallese

Anche in Svizzera, il Neolitico vede il passaggio fra la cultura dei cacciatori-raccoglitori a quella degli agricoltori (Figura 5).
Le tracce dei più antichi insediamenti neolitici della Svizzera risalgono alla seconda metà del VI millennio a.C.. Sono state rinvenute a nord (Bottmingen BL Hechtliacker e Gächtlingen SH Goldäcker), a nordovest (Liestal BL Hurlistrasse), in Ticino (Bellinzona Castel Grande) e in Vallese (Sion Planta). 
Quest’ultimo sito archeologico, forse il più importante sito neolitico svizzero, è emerso durante i lavori dell’omonimo parcheggio sotterraneo. Rappresenta la fase della prima colonizzazione agricola della Svizzera. Precede la civilizzazione del Cortaillod, ritenuta, fino a quel momento, la più antica della Svizzera romanda (Neolitico medio).
L’insieme delle scoperte emerse dagli degli scavi eseguiti dagli anni Sessanta del secolo scorso dimostra che l’occupazione più importante è quella del Neolitico medio (Complesso Chassey-Cortaillod-Lagozza che in Vallese si data fra il 3.200 e il 2.700 BC). È a quest’epoca che vanno riferiti l’abitato del Petit-Chasseur (Figura 6), le tombe del quartiere Saint Guérin ed i menhir del sentiero delle colline (Figura 7 e Figura 8). Tutti questi siti sarebbero più o meno coevi col primo dolmen del sito Don Bosco di Sion (3.000 BC) e con la necropoli dolmenica del Petit-Chasseur. 
Lo strato archeologico è stato riscontrato lungo tutta la superficie del parcheggio interrato (Figura 9). 
La stratigrafia è stata descritta fino all’epoca romana ed al Medioevo.
L’industria litica scheggiata era tutta realizzata il cristalli di rocca (64% Planta, Neolitico antico, e 88% Petit-Chasseur II, Neolitico medio) e selce (36% Planta, Neolitico antico, e 12% Petit-Chasseur II, Neolitico medio).

L’Età del Bronzo in Svizzera e nel Vallese

Nel Bronzo antico risulta abitata gran parte dell’attuale Svizzera. Fa eccezione solo la regione prettamente alpina.
La crescita demografica viene confermata dalle dimensioni degli abitati che, tuttavia, si concentrano lungo le fasce litoranee delle numerose aree lacustri o paludose. Vi fanno da richiamo le condizioni climatiche e la facilità di comunicazioni.
Le fonti archeologiche sono piuttosto rare per l’inizio dell’Età del Bronzo. Aumentando in funzione dello sviluppo degli insediamenti lacustri (XX-XIX secolo a.C.).
L’Età del Bronzo è caratterizzata dalla nascita della metallurgia (Figura 10) e della coltivazione mineraria.
Il bronzo è una lega di rame e stagno. In territorio alpino il rame è reperibile piuttosto facilmente. Consideriamo che a quel tempo il concetto di coltivazione economicamente sfruttabile era ben differente da quello di epoca industriale e moderno (Figura 11). Al contrario non è presente lo stagno. Pertanto doveva essere importato essendo indispensabile alla produzione della lega bronzo. Lo stesso avveniva per l’ambra e il sale. A tale proposito bisogna ricordare che i giacimenti di salgemma e le saline svizzere, ancora attive, sono state scoperte in epoca molto successiva. Le possibili provenienze dello stagno erano la Cornovaglia (GB), la Bretagna (F), il Massiccio Centrale (F), la Penisola Iberica (E, P), la Toscana (I), i Monti Metalliferi (D, CZ). Quindi tutto minerale di scambio o commercio.

Immagine citata nel testo

Figura 12 – Antica mappa del Vallese (Fondation Pierre Gianadda, Martigny).

Manufatti di eccezione del Bronzo finale svizzero

Una mano in bronzo e oro di 3.500 anni (Figura 13) fa è stata scoperta da due amici che facevano ricerche con un metal detector. Il ritrovamento è avvenuto a Prêles, sul Plateau de Diesse (Cantone di Berna). Oltre alla scultura della mano sono stati trovati anche una lama di coltello anch’essa in bronzo ed una costola umana (Figura 13). La mano in bronzo sarebbe un oggetto praticamente unico, che non avrebbe trovato, fino ad oggi, riscontro in altri siti svizzeri, francesi e tedeschi o dell’Europa centrale. Questo almeno in analogia anche all’epoca del manufatto. Inoltre sarebbe da accertarne la provenienza e l’origine.
Le analisi eseguite sul collante impiegato per fissare la lamina d’oro alla mano bronzea, datano il manufatto fra il 1.400 e il 1.500 BC.
A seguito della scoperta, il Servizio Archeologico Cantonale ha eseguito uno scavo. Il sito è stato interpretato come la tomba di un uomo adulto. Conteneva delle ossa, una spirale in bronzo e frammenti della lamina d’oro verosimilmente provenienti dalla mano.
Il corpo del defunto, un uomo di alto rango, era deposto su una struttura in pietra predisposta appositamente (Figura 14).
Di grande importanza tre tombe celtiche particolarmente ricche, databili fra la fine del Bronzo e la seconda metà del Ferro scavate di recente nel sito di Don Bosco (Sion). Nella sepoltura definita la Tomba del guerriero è stata trovata una spada in bronzo con un pomo di avorio cesellato e altri ornamenti di pregio (Figura 21 e Figura 22).  

L’Età del Ferro in Svizzera ed in Vallese

Durante l’Età del Ferro si cominciano a distinguere le differenze culturali e linguistiche che caratterizzano ancora oggi la Svizzera.
L’Altopiano e il Giura sono molto affini alla Germania meridionale ed alla Francia orientale. Questo appare già durante la prima età del Ferro (periodo di Hallstatt, 800-450 BC), che durante il periodo più tardo. È particolarmente significativo per la Svizzera poiché prende origine e nome dai ritrovamenti di Latène, nei pressi del lago di Neuchâtel.
I Grigioni si rifanno, invece, all’unità culturale di Austria occidentale e Alto Adige, mentre nel Ticino fiorisce la cosiddetta Cultura di Golasecca.
Dal IV secolo a.C. si riscontrano movimenti migratori da parte di popolazioni Celte che lasciano la loro impronta in Ticino e nella parte grigionese della valle del Reno.
Dalla letteratura latina emergono le varie tribù di origine celtica instauratesi nel territorio svizzero (Figura 15). Sono gli Elvezi sull’Altipiano, i Rauraci nell’area di Basilea e nel Giura, gli Allobrogi nella regione di Ginevra e nella valle del Rodano francese, i Nantuati, i Veragri, i Seduni e gli Uberi nel Vallese, i Leponti in Ticino e nella Mesolcina, i Rezi (popolo di origine non celtica) nei Grigioni, in Austria occidentale e nella Baviera.

L’epoca romana in Svizzera e nel Vallese

Nel III secolo a.C. è cominciata la conquista dell’odierna Svizzera da parte dei Romani.
Prima il Ticino e poi, in una settantina d’anni, la valle del Rodano e Ginevra (Figura 16).
L’annessione della Svizzera all’Impero non ha prodotto grandi mutamenti. I Romani, infatti, hanno saputo utilizzare le locali strutture dell’Età del Ferro. I nobili celti, leali a Roma, hanno mantenuto il loro status ed in tal modo hanno garantito la stabilità politica. Sono diventati, quindi, fautori della romanizzazione integrandosi in un ceto superiore presente in tutto l’Impero. Sono divenuti, una sorta di nobiltà imperiale.
La popolazione era di discendenza
 celtica. Non mancarono però gruppi minori provenienti da altre parti dell’Impero. In genere erano funzionari dell’apparato amministrativo, operai specializzati, schiavi o soldati che vi si stabilirono al termine del servizio attivo.

Il territorio era diviso fra cinque provincie. Il Vallese rientrava nella regione dei passi che attraversano le Alpi Occidentali ed il Ticino. 
La romanizzazione prese avvio dalle città. Seguirono lo schema consueto con la viabilità ortogonale e gli edifici tipici. L’acqua potabile giungeva attraverso i classici acquedotti, ma veniva distribuita in maniera atipica e originale tramite tubazioni ricavate da tronchi d’albero, generalmente di larice.

Forum Claudii Vallensium, Matigny nel Vallese

Martigny, la Forum Claudii Vallensium romana, si trova ai piedi del Summus Poeninus, il colle del Gran San Bernardo (Figura 17).
All’epoca della guerra di Cesare contro gli Elvezi era Octodurus, un oppidum, cioè un centro fortificato, dei Veragri.
Qui i romani subirono una sconfitta nel 57 a.C., prima che l’imperatore Claudio la conquistasse nel I sec. d.C. e ne facesse il Forum Claudii Vallensium, capitale della provincia delle Alpes Poeninae.
La città fu sviluppata su 3 file di 6 insulae ciascuna con l’area forense al centro (Figura18 ). Oggi ne rimangono numerose ed importanti vestigia. Sono l’anfiteatro costruito intorno al 100 d.C. fuori dell’abitato odierno e l’area del Foro, i cui resti corrispondono al quadrilatero in muratura (Figura 19) proprio al centro del complesso sulla quale assorge la Fondation Pierre Gianadda.
Un’icona di Martigny è la grande testa di Toro tricorne. È il pezzo più celebre e suggestivo dei Grands Bronzes de Martigny trovati nel 1883 all’interno della basilica forense. Animale mitologico simbolo di forza e virilità, con valenza legata al mondo sacro e culturale gallo-romano. Rappresenta la triade sacra dei Galli: Lugh (il dio degli dei), Dagda (dio druidico del cielo) e Ogma (il dio della Guerra), oltre al 3, il numero della perfezione per antonomasia. Una leggenda o credenza locale riferisce, poi, questo animale alla locale razza bovina d’Hérens, la forte e combattiva mucca nera tipica della regione (Figura 20).
L’odierna Martigny si estende completamente sulla romana Forum Claudii Vallensium e lo provano i continui ritrovamenti ad ogni scavo. Fra gli ultimi le vestigia emerse durante i lavori per la realizzazione del Parking du Midi del 2019.

La villa gallo-romana di Orbe-Boscéaz ed i suoi mosaici

La tenuta rurale e la villa padronale gallo-romana di Boscéaz (Figura 23) si trovano ad un paio di chilometri da Orbe, nel cantone di Vaud.
Del sito archeologico rimangono oggi pochi ma importanti resti dell’area padronale.
La villa fu distrutta durante le invasioni di Alemann. Poi, a seguito del suo abbandono, i resti della villa di Boscéaz divennero una riserva di pietre, una cava per le edificazioni circostanti. Inoltre, quanto rimaneva di ancora interrato fu l’ossessione dei contadini poiché danneggiava gli
 aratri.
Nell’autunno del 1845, Albert JAHN eseguì alcuni scavi e riportò alla luce due mosaici. Ma la scoperta non piacque e pare addirittura che uno di essi, quello del labirinto (Figura 24), sia stato assalito a picconate e rinterrato. Fu riscoperto nel 1930 in cattive condizioni. Oggi è ospitato in un padiglione. Linee nere parallele e concentriche disegnano un labirinto circondato da una cinta muraria sormontata da merli stilizzati, intersecata da quattro porte e sorretta da quattro torri angolari (Figura 24). Nel 1845, Ch. BÉTRIX ne realizzò una litografia complessiva. Ma nell’originale non è certa la presenza dell’uscita, forse andata perduta con parte del mosaico.
La principale attrazione del sito archeologico sono i resti di nove mosaici risalenti alla fine del II secolo d.C. Per la loro bellezza costituiscono un insieme unico per la Svizzera.
Sono ancora visibili i mosaici delle divinità della settimana (Figura 25) in una sala dell’area termale, quello del corteo rustico (Figura 26), quello geometrico con effetto di rilievo a cubi e losanghe (Figura 27) nel peristilio, quelli del tritone (Figura 28)  e, infine, il citato
 labirinto (Figura 24) lungo il colonnato.
Come detto un insieme unico di pavimenti musivi il cui pregio risalta anche al confronto dei magnifici ed imponenti mosaici della Villa romana del Casale di Piazza Armerina in Sicilia (Figura 29, Figura 30, Figura 31, Figura 32, Figura 33 e Figura 34) risalente al IV secolo BC.

Note di Aggiornamento

2023.02.21

I manufatti mesolitici in quarzo dell’Alpe Veglia (VCO)

Anche lungo il versante italiano delle Alpi ed in particolare all’Alpe Veglia (VCO) è noto l’utilizzo diffuso dei cristalli di quarzo per la produzione di manufatti scheggiati (Figura A). Si tratta di raschiatoi (9 e 10 di Figura B), grattatoi (7 di Figura B), bulini (1, 2 e 6 di Figura B), microbulini a dorso (11 di Figura B), lame denticolate (19 di Figura B). I frammenti e gli scarti sono riconducibili a punte a dorso (4 di Figura B), troncature (16 di Figura B), dorsi di troncatura e loro schegge (5, 7, 8, 14 e 15 di Figura B). I cristalli di quarzo erano impiegati anche come percussori (19 di Figura B). Al contrario, sono rarissimi i ritrovamenti di manufatti in selce (17 di Figura B).
Nel 1986, l’archeologo Angelo GHIRETTI ha individuato casualmente i primi utensili ricavati da cristalli di quarzo all’Alpe Veglia (Figura C e Figura D), in località Cianciavero, a 1750 m di quota. In seguito ad indagini di superficie, prima, e di scavo, poi (Figura E), fu individuato il sito che ospitava l’officina specializzata nella scheggiatura del cristallo.
L’Alpe Veglia rappresenta uno dei siti d’alta quota riferibili al Mesolitico, che sulle Alpi si sviluppa tra l’VIII e il VI millennio BC. Lo stanziamento in alta quota era limitato al periodo estivo per praticare la caccia, la pesca (nei laghi glaciali residuali) e la raccolta di frutti e radici. Alle prime nevi il trasferivano in fondovalle e lo stazionamento fino a primavera inoltrata.
I 1750 metri dell’Alpe Veglia sono una quota insolitamente bassa rispetto ad altri insediamenti coevi simili. Pertanto questo insediamento potrebbe interpretarsi come un campo-base di sussistenza (Figura F e Figura G). In quest’ottica, …i bivacchi finalizzati alla caccia dello stambecco sarebbero da ricercarsi a quote più elevate, nei pianori e sulle sponde dei laghetti glaciali situati oltre i 2000 metri, a dominio della conca di Veglia… (GAMBARI, ANGELO GHIRETTI, e GUERRESCHI, 1991, p. 51).
In dieci anni di ricerche a CIANCIAVERO sono stati rinvenuti quasi 8 kg di scarti di lavorazione del quarzo, 719 strumenti o frammenti di essi, 39 nuclei e 95 microbulini… (REDAZIONALE GAT, 2007). I manufatti in quarzo dell’Alpe Veglia sono stati datati, in particolare, al Sauveterriano (VIII-VII millennio BC).
Nel Piemonte l’uso del cristallo di rocca era finora documentato nel Neolitico (…). Nel vicino Cantone Vallese, oltre alla nota industria neolitica in cristallo di Saint Léonard (…), recentemente sono stati rinvenuti manufatti in cristallo riferibili al Sauveterriano nel riparo sotto roccia di Collombey- Vionnaz (…)… (GAMBARI, ANGELO GHIRETTI, & GUERRESCHI, 1991, p. 51).
Oltre al sito di CIANCIAVERO vanno ricordati, sempre all’Alpe Veglia, la BALM DEL LARECC e PIAN DUL SCRICC. Ambienti analoghi di alta quota si trovano sul Simplon Pass: la PALUDE DELL’OSPIZIO (Figura H e Figura I), l’HOPSCHENSEE, il ROTELSEE ed il RIPARO BLATTE (POLETTI ECCLESIA, 2011, p. 6).

Bibliografia
AA.VV. (2007). Guida Civico Museo Archeologico di Mergozzo. (E. POLETTI, A cura di) Gravellona Toce: Aligraphis.

GAMBARI, F. M., ANGELO GHIRETTI, A. e GUERRESCHI, A. (1991). Il sito mesolitico di Cianciàvero nel Parco Naturale di Alpe Veglia (Alpi Lepontine, Val d’Ossola, Novara). In Preistoria Alpina, Vol. 25 (1989), 47-52.
GUERRESCHI, A., GHIRETTI, A. e GAMBARI, F. (1997). Archeologia dell’Alpe Veglia. In A. GHIRETTI, F. GAMBARI, A. e GUERRESCHI, A. (a cura di), Armi di cristallo. Dieci anni di archeologia territoriale all’Alpe Veglia. Omegna, Ed. Parco Naturale Veglia Devero e Comunità Montana Valle Ossola.
POLETTI ECCLESIA, E. (2011). Breve guida al Museo e al territorio. Parco Naturale Veglia Devero. Archeomuseo Multimediale.
REDAZIONALE GAT, G. A. T. (2007). Archeocarta – Carta Archeologica del Piemonte. Tratto il giorno febbraio 23, 2023 da GAT – Gruppo Archeologico Torinese.

Simplon Dorf, Canton Vallese, Svizzera

Alpe Veglia, Varzo, provincia del Verbano-Cusio-Ossola, Italia

Villa del Casale, Strada provinciale 15, Piazza Armerina, Libero consorzio comunale di Enna 94015, Italia

Martigny, Canton Vallese, Svizzera

Ginevra, Canton Ginevra, Svizzera

Prêles, Canton Berna, Svizzera

Sion, Canton Vallese, Svizzera

Orbe, Canton Vaud, Svizzera

Bibliografia

AA.VV. (2008). Des Alpes au Léman. Image de la préhistoire. (A. GALLAY, A cura di) Bischheim, Francia, Musée Cantonal d’archéologie (Sion), Musée Cantonal d’archéologie et d’histoire (Lausanne), Musée d’art et d’histoire (Genève).
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ATS/sdr. (2017, 08 11). Tombe antiche a Sion. Tratto da www.rsi.ch: https://www.rsi.ch/news/vita-quotidiana/cultura-e-spettacoli/Tombe-antiche-a-Sion-9426529.html
DUBOIS, I. (2010). La villa Gallo-Romana d’Orbe-Boscéaz (Suisse): répartition spatiale des schémas picturaux. In I. BRAGANTINI (A cura di), Atti X Congresso Internazionale Association Internationale pour la peinture murale antique (AIPMA). II, p. 645-658. Napoli, UniNa “L’Orientale”, Annali di Archeologia e storia antica, Quaderno 18/2.
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NOTTES, E., e NICOLIS, F. (2010). La fin du Néolithique et le début de l’âge du Cuivre dans le territoire sud-alpin centre-oriental. Monographies d’archéologie Méditerranéenne, 27, 235-248.

RAUSIS, O. (2019, 01 30). Abrités par une tente, des archéologues effectuent des fouilles près de la salle du Midi, à Martigny. Tratto da www.lenouvelliste.ch: https://www.lenouvelliste.ch/histoire-valaisanne/archeologie-le-valais-deterre-son-passe-819404.
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REDAZIONALE. (2017, 08 12). Scoperta una necropoli celtica a Sion. Tratto da www.swissinfo.ch: https://www.swissinfo.ch/ita/si-estende-su-10mila-metri-quadri_scoperta-una-necropoli-celtica-a-sion/43406612
REDAZIONALE. (2018, 09 18). Découverte archéologique exceptionnelle à Prêles. Tratto da www.rjb.ch: https://www.rjb.ch/rjb/Actualite/Region/20180918-Decouverte-archeologique-exceptionnelle-a-Preles.html#
REDAZIONALE. (s.d.). Mosaïques romaines d’Orbe-Boscéaz. Tratto da museum.ch: https://www.museums.ch/org/it/Mus–e-d-Orbe

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