Lavandaie (Bugàixe) e lavatoi (a-i tréuggi)

Copertina

Copertina – LA LAVANDAIA. Dipinto di Angiolo TOMMASI (1858—1923 ), livornese, seguace della corrente dei MACCHIAIOLI.

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Leggendo per caso…

Leggendo, nel primo volume dell’Enciclopedia del Negoziante ossia Gran Dizionario del Commercio, la voce Acali, si trova: …Soda, o barilla. (Olandese, soda; tedesco, soda, barilla; francese, sonde barille; portoghese, solda, bariIha; russo, socianka; spagnuolo, barrilla; arabo, kali). La soda nativa si trova in Ungheria, in Egitto, donde ci venne col nome di natron o anatron (sotto carbonato di soda assai impuro e di poco valore, mescolato con molto sal marino, ecc.); ve n’ha però anche in altri paesi. I lavandai, i fabbricatori di sapone duro, i vetrai, i tintori, ecc., ecc., ne fanno immenso consumo. La barilla del commercio è il prodotto della combustione di varie piante che allignano in abbondanza sui lidi del mare. La migliore barilla ci viene d’Alicante (Figura 1), in Ispagna; la si ottiene dal salsola soda (pianta nota anche come Barba dei Frati, Figura 2), che è una pianta coltivata in copia nell’huerta della Murcia (Figura 3) e degli altri paesi situati sulle coste orientali della Spagna. Le piante si tagliano in settembre, si fanno seccare e si bruciano in fornelli che si riscaldano a segno di mettere le ceneri in fusione imperfetta; sfreddandosi, si rapprendono in massa dura, secca, cellulare, di color azzurro bigiccio. La Sicilia e l’isola di Teneriffa producono similmente una buona barilla, che però è inferiore a quella d’Alicante e di Cartagena (Figura 4)… (A. IGNOTO, 1839, p. 170).

Acqua bollente e soda

Il natron è un minerale, il carbonato decaidrato di sodio.
Il carbonato di sodio è un sale sodico dell’acido carbonico (Na2CO3). Nel carbonato entrambi gli ioni idrogeno sono stati sostituiti da ioni sodio.
Ancora oggi è utilizzato come correttore del pH dell’acqua (ad esempio nelle piscine). In pratica innalza il pH dell’acqua, ove troppo basso.
Il carbonato di sodio è una polvere bianca, solubile in acqua, dove produce una soluzione basica. Viene impiegato per igienizzare, detergere, sgrassare, sbiancare e neutralizzare gli odori.
Ricordo mia nonna (Figura 5) che, insieme ad un’altra donna, immergevano i panni, soprattutto lenzuola, in un catino o in una tinozza (Figura 6, Figura 20, Figura 21, Figura 36 e Figura 38) aggiungendo il ranno (la lesciva, o lescîa nel genovesato) cioè una poltiglia di acqua e cenere) e abbondante acqua bollente. La cenere per sbiancare era utilizzata in origine, poi fu sostituita dalla soda. E, nel catino, rimestavano i panni con un grande mestolo (batoêzo nel genovesato).
Era uno …strumento per lo più da cucina, di legno o di ferro stagnato, e di varie forme, il quale s’adopera a mestare e tramenare le vivande che si cuocono, e le cotte.– (…) Strumento che adoperano alcune lavandaje per battere i panni lini; ed è un pezzo di legno quadro, cui lasciasi alla metà della sua larghezza un manico rotondo ed a piano inclinato da ambo i lati. – Fig. detto di Uomo, Insipido, scimunito, o di grossoi ngegno. 2.Coregrafia. Ballo della mestola, specie di Ballo rusticale dove il cenno dell’invito è il tocco di una mestola o la consegna di quella. 3. Bot. È il nome volgare della Cocciniglia, detta dagli autori Nopale… (AA.VV., 1838).
E da bambino, la nonna mi mandava dal droghiere a comprare la soda. Erano scaglie bianche che venivano prese con una sassola e messe in un cartoccio conico di carta oleata, molto spessa, un po’ untuosa e di colore blu notte… Erano gli anni Cinquanta del secolo scorso…

L’Acqua di Javelle

A proposito della soda per lavare, sbiancare e detergere il bucato, nei primi dell’Ottocento era usata anche l’Acqua di Javelle (Figura 7 e Figura 8). Veniva ricavata dall’arrostimento di alghe (Varek) raccolte in Normandia. Secondo il Dizionario Treccani, il termine Varek o Vareck, indica genericamente alcune alghe brune dei generi fuco e ascofillo, ma anche le loro ceneri. Erano usate come fertilizzante o per ricavarne lo iodio e, soprattutto nel passato, la soda e sali di potassio.
Il primo a prepararla la soda da queste alghe fu il chimico francese BERTHOLLET nel 1785.
È un prodotto chimico che dalla sua origine si fabbricava a Javelle presso Parigi. Consiste in un ossicloruro di potassa ottenuto con una dissoluzione di potassa allungatissima, nella quale s’è fatta giungere una corrente di cloro. Quest’acqua, di cui presentemente sono parecchie manifatture in più luoghi e che porta sempre il nome di Javelle, s’adopra molto nelle arti. Le lavandaie soprattutto ne fanno gran d’uso per levare le macchie dalla biancheria provenienti da vino, frutti, inchiostro. A tal effetto conviene che sia da12° a 14° dell’areometro (12-14%). Quest’acqua si vende a peso, in ampolle di gres o di vetro (Figura 7) di varie grandezze. Le lavandaie che la vogliono al grado sopraddetto dell’areometro, non hanno in ciò una garanzia della sua qualità; cercano anche che posta sopra la mano, ammorbidisca la pelle, il che pruova soltanto che contiene un leggier eccesso di soda o di potassa; in fine la pruovano ancora applicandola sulla scrittura recente dell’inchiostro ordinario che deve scancellare sul momento… (IGNOTO, 1839).
In pratica era una sorta di candeggina (o varechina, varachina).

Lavare insieme

Non sempre in casa c’era lo spazio per il bucato. Tuttavia, una volta, c’era acqua disponibile vicina, buona, pulita e libera. Nella cultura materiale c’è il ricordo che ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso, chi lavorava presso il fiume Entella, poteva raccogliere l’acqua da bere direttamente dall’alveo, magari con la pala (dopo averla sciacquata).
Spesso alcuni punti di torrenti (Figura 10) e fiumi diventavano luoghi canonnci  per fare il bucato. Erano punti di ritrovo per le compagnie di lavandaie (Figura 26), le bugàixe in dialetto ligure.
Punti di ritrovo classici per l’Entella erano la foce, sia sulla sponda di Lavagna  (Figura 11) che su quella di Chiavari (Figura 12), oppure la barra costiera (Figura 13 e Figura 14) e sia più all’interno, verso San Salvatore (Figura 15).
In molte delle foto meno recenti compare ancora, sullo sfondo, il ponte di legno fatto costruire da Napoleone nel 1810 e che fu distrutto dalla piena nel 1920. Questo è il gap temporale di riferimento per le foto, che si riduce per quelle che lasciano intravedere anche il ponte della ferrovia, costruito nel 1868.
Più fortunate erano quelle lavandaie che potevano utilizzare i canali artificiali (Figura 32) che attraversavano direttamente la città (Figura 37), come a Brugnato (Figura 17 e Figura 18 di Un’anguilla in Cattedrale) o alla Spezia, nel laghetto della sprugola nel Lagora (Figura 16) dopo la realizzazione dell’Arsenale Militare. Infine, le spiagge (Figura 25 e Figura 35) o, dove esistevano strutture portuali, potevano essere sfruttate le banchine, come alla Spezia (Figura 17), oppure i grandi Navigli di Milano (Figura 18 e (Figura 19). A Genova, nel quartiere del Molo esisteva una Piazza delle Lavandaie… (IGNOTO,1873-74), ma non vi è certezza se fosse anche un punto di per l’attività lavoro.

Immagine citata nel testo

Figura 8 – Ampolla di Acqua di Javel o Varechina, o candeggina. Prodotto per lavare, sgrassare e smacchiare la biancheria ricavato dall’arrostimento di particolari alghe o dall’erba Barba del Frate (resolecasa.com).

Un mestiere, una professione

Inizialmente lavare i panni era una delle attività svolte in/per la famiglia. Era un lavoro faticoso, ma non meno di altre attività femminili. Che fossero svolte in montagna, in campagna o sulla costa.
Poi, talvolta, oltre ad una fatica era anche una risorsa. Alcune lavandaie svolgevano la loro attività per conto terzi, magari per le famiglie che arrivavano al villaggio in montagna, in campagna , sul lago o al mare per la villeggiatura estiva (Figura 30).
A proposito di impresa, Giovanni CASELLI in un post sulla sua pagina FB, ricorda che …le lavanderie del Rimaggio lavavano la biancheria sporca degli alberghi di Firenze da almeno 500 anni. Nelle stesse case abitavano fin dal XV secolo i lavandai locali, le famiglie Bini, Frizzi e Calosi… Ed ancora, …la casa che mio padre prese in affitto nel 1946 era una lavanderia dismessa della famiglia Calosi. Era grande, e aveva un immenso prato racchiuso entro un’ansa del torrente Rimaggio. Il terreno era in realtà un vasto prato dove la biancheria veniva stesa ad asciugare al sole…. (Figura 27). In questo caso il motore e forza lavoro delle imprese locali erano le donne che in ginocchioni (com’è uso dire in Toscana) lavavano, direttamente nel torrente Rimaggio (Figura 45).
Per rimanere a Firenze, nel 1766, in epoca Leopoldina, operavano in città 174 lavandaie, su 47.662 occupati dei 78.635 abitanti (CONTI, 1921).
Tuttavia, il lavaggio, la smacchiatura e l’apparecchiatura della biancheria sono attività di impresa molto più antiche. Si pensi ad esempio alle fulloniche romane, le officine addette specificatamente a lavaggio e riordino delle vesti. L’attività è dettagliata sugli affreschi di Pompei. Le fulloniche erano diffuse nelle città romane e ne rimane traccia anche nel quartiere meridionale della Città di Luni (Figura 46). Qui, una delle domus dell’area meridionale fu trasformata, nel corso del V sec. AC, in laboratorio artigianale dotato di almeno due vasche ed una piccola cisterna per l’acqua. Da ciò la sua probabile destinazione a fullonica, in attività fino a circa la metà del VI secolo AC, quando le strutture furono abbattute.

Lavandaie al lavoro

In ogni caso, fiumi e torrenti, erano i posti di lavoro più diffusi. Il problema era spesso raggiungerli, specialmente in montagna. E la Liguria è montagna, anche di rimpetto al mare. Già arrivare al fiume o al torrente era impegnativo, dovendo camallare, portare sulla testa (Figura 23 e Figura 24), come le portatrici d’ardesia, le tinozze (concón) piene di panni (dràppi e giancàia nel genovesato). E spesso i panni erano bagnati anche prima del lavaggio vero e proprio, avendo riposato per ore a mollo nella lesciva. Questo era una sorta dl detergente fatto da cenere di legno e acqua bollente. E magari con l’aggiunta di alloro o lavanda (spîgo) per profumare.
I piani di lavoro erano lastre di roccia, lisce e inclinate (…a buona lavandaia non mancò mai pietra… detto fiorentino ricordato da GIUSTI, 1853) che si trovavano già sul posto (Figura 10, Figura 15 e Figura 48). Poi bisognava stare nell’acqua con i piedi, o in ginocchioni, e con le mani come le cernitrici delle miniere e non solo. Magari d’estate era piacevole, anche se a volte la penuria d’acqua obbligava a giri più lunghi e faticosi. Ma d’inverno (Figura 33), col freddo e il ghiaccio nell’entroterra… si gelavano le mani, si raggrinziva la pelle e si infiammavano le ginocchia.
Nella bella stagione il lavoro cominciava prestissimo. Raggiunto il fiume o il torrente di buon’ora, la mattina passava a insaponare (col sapone di Marsiglia, savón nel genovesato), risciacquare (ruxentâ nel genovesato) e strizzare (Figura 9 e Figura 28) prima le lenzuola. Azioni che richiedevano anche una certa forza, tanto che un detto delle lavandaie fiorentine recitava …se t’imbianco, gli è onor mio; se ti rompo, un l’ho fatt’io…  (GIUSTI, 1853). Poi mentre veniva lavata la biancheria, le lenzuola erano stese al sole (scioâ a bugâ a-o sô nel genovesato; Figura 22, Figura 27 e Figura 31), sulle pietre calde ad asciugare, per rientrare con un carico di peso poco inferiore di quello della partenza (Figura 29).

Una lavandaia protagonista di un momento di Storia d’Italia

Le nostre lavandaie (bugàixe), donne dedite ad uno dei tanti lavori pesanti a loro destinati, sono personaggi noti, ma che rimangono nell’anonimato, come le portatrici d’ardesia, le cernitrici delle miniere e le attrici di molti altri lavori. In letteratura sono ricordate solo accidentalmente. Uno dei rarissimi casi è quello di Rusinin (Rosa REPETTI, classe 1894) che lavorò a Genova dov’era emigrata in seguito alla vedovanza (SBARBARO, 2005)
Se ne ha il ricordo, però, di una molto particolare. Si deve alla storica di Lavagna Francesca MARINI l’aver fatto uscire una lavandaia da questo anonimato. É, Rosalia MONTMASSON (Figura 39), francese, moglie del cospiratore e patriota dell’Unità d’Italia Francesco CRISPI (Figura 40).
Ricordiamo Rosalia con le parole di Francesca MARINI, raccolte da Il Secolo XIX del 20 aprile 2011. …La patriota Rose Montmasson, detta Rosalia, nacque a Saint-Jorioz, in Francia, il 12 gennaio1825. Nativa della Savoia, allora parte del Regno di Sardegna, fu moglie di Francesco Crispi e passò alla storia come unica partecipante femminile alla spedizione dei Mille. A Nizza trovò lavoro come stiratrice in un albergo. Li conobbe li futuro presidente del Consiglio, Francesco Crispi, giovane cospiratore, e iniziò con lui una vita in esilio. Da Torino furono mandati a Genova e da lì a Malta, isola sulla quale Rose mantenne se stessa ed il marito facendo la lavandaia. La loro fama di cospiratori li rendeva poco graditi al governo locale e furono cacciati. A Londra vissero a stretto contatto con Mazzini (Figura 41) e Rosolino Pilo (Figura 42). Il 15 maggio 1860 Montmasson fu l’unica donna a salpare da Quarto insieme ai Mille (Figura 43). Combatté a Calatafimi (Figura 44) e sfruttò la sua abilità di lavandaia per pulire la biancheria e farne bende per i feriti. Dopo la fine del matrimonio con Crispi, Rose rimase sola e visse grazie a un vitalizio del Comune di Roma… (II Secolo XIX del 20 aprile 2011).

I trogoli o lavatoi (tréuggi)

Come abbiamo visto, la prima attività si svolgeva open air (fiumi, torrenti, canali,  darsene, laghi e spiagge). Solo dalla fine del Settecento (almeno a Genova) alcune lavandaie più fortunate poterono godere di lavatoi in muratura e riparati (tréugi o trogoli in dialetto). Forse già da prima, dov’era possibile, potevano utilizzare semplici pozzi di raccolta (i butazzi) alimentati da sorgenti prossime alla casa o al villaggio.
Suggestivo e ricco di storia è il genovese Truogolo di Santa Brigida che si trova in una piazzetta raggiungibile da una traversa di via Balbi. Molti, sono antichi e molto conosciuti, sopratutto dopo i recenti lavori di ristrutturazione.
Nei numerosi caruggi (le strette viuzze del centro storico antico di Genova) venivano utilizzate dalle lavandaie anche le fontanelle, qualora presenti.

Lavoro faticoso ed usurante, ma il mezzo bicchiere pieno del mestiere era, oltre a miseri utili lavando per terzi, la socialità. Ritrovarsi per lavare al fiume o ai trogoli era l’occasione di stare un po’ insieme, per fare qualche pettegolezzo (i ciaeti nel genovesato) e magari confidare disgrazie e paure o chiedere un consiglio oppure approfittare per una lite (rattèlla nel genovesato).
Per fortuna c’era anche qualche momento di leggerezza, magari accompagnando il lavoro con una nenia, una cantilena o un canto, E così capitava ai giovani scapoli di Andâ a sentî cantâ e bugàixe (andare a sentir cantare le lavandaie), che lavavano sul greto del Bisagno, davanti al cimitero monumentale di Staglieno (Figura 47) a Genova.

Testimoni di storie che vengono da lontano

Fortunatamente si conservano diverse testimonianze della fatica di quelle donne e di quell’attività Era comunque un lavoro necessario alla gestione familiare, ma anche un aiuto economico nel bisogno, prima di essere un’impresa. Resta il fatto che fosse molto faticoso e non scevro di malattie professionali. Si parla di artriti e malformazioni per lo stare tanto tempo nell’acqua, estate e inverno, piegate in ginocchioni, ma anche di infezioni gravi, come il colera per il contatto diretto con i panni sporchi.
Testimonianze di tutto questo sono la memoria ed i lavatoi. Se ne trovano un po’ ovunque. A Genova se ne contano circa duecento.
Non si può pensare che siano ancora utilizzati come tali, ma sono certo oggetto di cultura materiale.
In alcuni casi, Amministrazioni pubbliche e volontari se ne sono presi cura restaurandoli. Ne è esempio Vanzone, in Valle Anzasca (VCO). Qui, nel 2019, è stato ripristinato un lavatoio di fine Ottocento che si trova lungo l’antica mulattiera della Valle, la Strà Granda (Figura 49 e Figura 50). Poco distante, a San Carlo, rimane un altro lavatoio molto particolare. Nella zona sono state attive per lungo tempo molte miniere d’oro. Una prima fase della metallurgia prevedeva, per la macinazione del minerale, l’utilizzo di grossi mulini idraulici (molinoni). Per la vasca di questo lavatoio è stato riciclato proprio uno di questi molinoni (Figura 51 e Figura 52).
Più  vicini a noi si conservano lavatoi differenti, per epoca e tipologia di struttura. Sono quelli di Lavagna (Figura 53), Chiavari (Figura 54) e Moneglia (Figura 55). Di questi ultimi uno, restaurato, è molto originale per la presenza di un’area riservata al riscaldamento dell’acqua (Marzia DENTONE pers. com. e foto). 

Note di aggiornamento

2024.02.10 – Un bel post di Maurizio MAGLIETTA trovato sulla pagina FB_Foto Genova Antica, molto aderente all’articolo, che rappresenta una testimonianza diretta dell’attività. Scrive Maurizio MAGLIETTA:

LE BUGAIXE AI TROEGGI.
Ero un adolescente quando casa mia venne invasa dagli elettrodomestici ed in particolare quando la lavatrice venne accolta da mia madre come una regina: la regina del bucato!.
Addio mastello di zinco insaponato, memore dei miei primi “bagnetti” quando era posato sul lavandino di marmo grigio della cucina, e che aveva accolto centinaia di volte lenzuola e federe bianche fatte bollire sul fuoco dei fornelli e girate pazientemente con apposito bastone di legno…
Immagine citata nel testo
…Addio spazzole di saggina usate per strofinare i panni con il profumato sapone di Marsiglia!
Addio, soprattutto e finalmente, alle fatiche che imponeva il rito del bucato!
Or c’era lei, la regina: la lavatrice.
Ma quanta fatica fino a quell’epoca! E non erano fatiche di Ercole, pur essendo più congeniali alla natura dell’uomo, ma erano fatiche dell’atavica Giunone (la più robusta fra le dee) perché sempre sopportate dalla donna.
Donna assai robusta e forte era infatti la lavandaia di un tempo che quotidianamente si recava presso i trogoli (in genovese troeggi “italianizzato” truogoli) pubblici per svolgere il suo lavoro: fuori di casa, con il sole e con la pioggia, pur al riparo di un piccolo tetto.
D’altra parte fuori di casa, anche a Genova, c’era in molte piazze il barchile (termine derivato dal turco barchi = fontana) per attingervi l’acqua destinata anche ad alimentare quelle vasche rettangolati di mattoni e/o cemento chiamate appunto trogoli. Le lavandaie appoggiavano su dette vasche le loro tavole di legno sulle quali strofinavano e spazzolavano i panni insaponati per poi risciacquarli e stenderli al sole ad asciugare.
In genovese quelle robuste e tenaci donne venivano chiamate “bugaixe” perché si occupavano del bucato (in genovese “bugà”).
E sul significato di bucato apro una parentesi: due tesi si contendono l’origine e la prima di esse sostiene che il termine deriva da bukòn = lavare in lingua francone (di origine tedesca) mentre la seconda attribuisce il sostantivo ad una tela bucata utilizzata per spargere la cenere quale detersivo.
Quanto alle lavandaie, si distinguevano quelle che lavavano soltanto per la propria famiglia dalle “professioniste del bucato”, robuste donne, spesso provenienti dall’entroterra (famose quelle di Montoggio) che portavano i numerosi panni con ceste tenute in equilibrio sulla testa dalla “cercina”, un panno attorcigliato a forma di ciambella: tanta fatica per poche palanche!
Nella foto di Francesco Leoni del 1956 le ultime bugaixe del centro storico di Genova

Bibliografia

AA.VV. (1838). Dizionario della Lingua Italiana arricchito di tutte le giunte che si trovano negli altri dizionari pubblicati e di un copioso numero di voci nuove. Tomo II, Fratelli Vignozzi e Nipote, Livorno
CONTI G. (1921). Firenze dopo i Medici. Francesco di Lorena. Pietro Leopoldo. Inizio del regno di Ferdinando III. R. Bemporad e figlio editori. Firenze
GIUSTI G. (1853). Raccolta di proverbi toscani. Felice Lemonnier, Firenze

IGNOTO (1839). Enciclopedia del Negoziante ossia Gran Dizionario del Commercio, ec. Vol. 1.
IGNOTO, (1873-74). Guida Generale delle due Provincie di Genova e Porto Maurizio. Luigi Ticozzi Editore, Tipografia e stereotipia della Guida Generale d’Italia, Milano
REDAZIONE (2019). Lo storico lavatoio di Vanzone torna a vivere. Il Rosa, giornale di Macignaga e della Valle Anzasca.
REDAZIONE (2011). Lavagna va alla scoperta di Bugaixe e antichi lavatoi. Il Secolo XIX 
SBARBARO S. (2015). Il ponte sull’Aveto a Villa Sbarbari e gli Americani. Piccola storia dell’emigrazione nella parrocchia di Priosa d’Aveto (1806-1924) e genealogie. Da www.valdaveto.net

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