Le tecniche estrattive ed il trasporto dell’ardesia della Liguria di Levante

COPERTINA

Copertina: schema di un ambiente di cava d’ardesia con la rappresentazione delle diverse tipologie di lavoro susseguitesi nel tempo e dei relativi strumenti utilizzati dai cavatori (DEL SOLDATO M., 1984)

Etimologia dell’ardesia della Liguria di Levante

Il termine ardesia sembra avere un’origine incerta. Forse deriva da Ardenne, la provincia nell’Ovest della Francia in cui si sviluppò una delle prime industrie estrattive. Il termine ardesia è tradizionalmente usato in Italia per la roccia della Val Fontanabuona, detta anche lavagna (dalla località ligure, centro commerciale dell’ardesia italiana fino al secolo XIX).
L’etimo potrebbe derivare dal greco antico λαζ (las), ossia pietre, roccia. O ancora da claparia, cava o luogo di estrazione delle ardesie (clapae), che divenne lavania e poi lavagna. Comunque entrambe le ipotesi dimostrerebbero la priorità del termine lavagna.
Infine, il termine ciappa, che significa lastra di lavagna, si ritrova in Dante italianizzato in chiappe. In questo caso è usato nell’accezione di masso, pietra [Inferno XXIV – 31/33]. Dal termine ciappa sono poi derivati i dialettali ciappèe, cioè le cave, ciappaieu o ciappaié, cioè i vecchi cavatori che lavoravano col piccone, e ciappàie, cioè le discariche in versante.

L’ardesia della Liguria di Levante in natura

Dal punto di vista geologico l’ardesia della Liguria di Levante è una roccia sedimentaria che ha subito un processo metamorfico. Un originario fango sedimentario argilloso e carbonatico, ha subito una evoluzione geologica molto lunga: dalla deformazione alpina (formazione delle Alpi, deformazione principalmente fragile), alla deformazione appenninica (neotettonica, più dolce e quindi duttile). Questo processo diagenetico con meccanismo anchimetamorfico ha portato alla formazione della sequenza ardesiaca che rappresenta un orizzonte ben specifico della Formazione degli Scisti della Val Lavagna. Il risultato è stato quindi l’ardesia della Liguria di Levante: una marna calcarea fissile di colore scuro (grigio-verde o grigio-bluastro), che alterandosi schiarisce in grigio-beige o nocciola. L’ardesia della sequenza litologica costituisce gli strati ed i banchi che sono sfruttati industrialmente all’interno dei monti del Tigullio (Liguria di Levante). I banchi coltivati vengono chiamati impropriamente filoni dai cavatori ed hanno peculiarità diverse l’uno dall’altro. Correttamente il termine filone andrebbe usato solo in giacimentologia ed arte mineraria poiché si riferisce ad una ben precisa tipologia di giacimento minerario. Soltanto localmente, ed unicamente nel gergo dei cavatori d’ardesia della Liguria di Levante, viene utilizzato per individuare uno strato o una parte o porzione di esso che presenta caratteristiche particolari ed omogenee. Il filone acquisisce denominazioni specifiche in base alla sua potenza: soletto se di 10-20 cm di spessore, strato fino a 1.00 m di spessore e banco oltre 1.00 m di spessore.

Caratteristiche del filone di ardesia della Liguria di Levante

Le parti superiori di uno stesso filone sono generalmente più elastiche, più tenere e meglio sfaldabili in lastre più sottili e regolari. Sono quelle merceologicamente più interessanti. Le porzioni più profonde dei banchi sono, in linea di massima, più dure, scheggiose ed anche più difettose. Questa varianza è utile sul terreno e in cava per capire se il banco ardesiaco si trovi in posizione stratigraficamente normale o rovesciata. Il banco di ardesia è, inoltre, contenuto e delimitato sia in alto che in basso da due strati o banchi di arenaria che, nel gergo di cava sono la soglia, quello che lo limita in basso, e l’agro o aigro quello che lo ricopre e costituisce il tetto delle cave in sotterraneo. I cavatori hanno assegnato ai filoni coltivabili e di potenza superiore ai 4m, nomi differenti e locali (Filone Grande, Filone del Pesco, Filone Roncazze, Filone Belfiore, Filone Baccan, etc.) per riconoscerli.
In caso di potenza inferiore o minore continuità, venivano chiamati filonetti, e prendevano il nome dalla vicinanza con i filoni maggiori, principali.

Le problematiche (le magagne) dell’ardesia della Liguria di Levante

Lo sfruttamento, la coltivazione e la direzione di avanzamento all’interno di un filone sono fortemente influenzati dai difetti dell’ardesia o dalle variazioni locali delle sue proprietà e caratteristiche. Le irregolarità dell’ardesia sono dipendenti dalla natura, dalle caratteristiche e dall’estensione. Di seguito sono ricordati i nomi dei difetti più noti, derivati dalla cultura materiale, che si riscontrano in fase di estrazione dell’ardesia della Liguria di Levante (TERRANOVA, 1966; 2001; DEL SOLDATO 1988, D. & O. PANDOLFI, 1995; CUNEO, 2001):
– lo stortu o gobu è una fascia di ardesia con scistosità curvilinea presente dove il filone cambia direzione;
-la gôma è una sorta di rigonfiamento all’interno dello strato di ardesia, con locale perdita della spiccata scistosità;
– la sénta è una variazione irregolare della consistenza del banco che viene ad assumere una compattezza analoga a quella della söeggia e non spacca, cioè non si sfalda;
– la söeggia è la porzione basale del banco di ardesia. È dura, compatta e scheggiosa e quindi non adatta alla lavorazione a spacco;
– il dùce, o dolce o schéggiu dùce, è la parte qualitativamente migliore del banco di ardesia, quella che spacca in maniera più regolare e fine; occasionalmente può essere interessato da discontinuità prodotte da fratture molto sottili chiamate in gergo lásci;
listrún, è l’improvviso cambio di direzione del piano di sfaldatura (spacco);
– il sole (o suo o ) è, tradizionalmente, la direzione dei primi raggi di sole. Individuava, nella cultura materiale, la direzione migliore di spacco; lungo la direzione di si potevano trovare anche delle discontinuità o fratture che venivano indicate come streppún;
– la fálda indica generalmente un’ampia piega del banco; talvolta può essere confusa anche con una faglia principale;
– la rotta è il difetto più vistoso, è una faglia che provoca uno spostamento relativo delle porzioni di banco utile. Sono fratture/fessure che si estendono generalmente lungo tutto lo spessore del banco e fino agli strati di roccia incassante (soglia ed agro); la faglia più evidente in cava è detta rotta maestra; talvolta assume la medesima denominazione anche una frattura/fessura particolarmente ampia e beante;
– i rissoni sono fasci di roccia dura, sistemi di venature calcitiche, molto simili alle rotte o alle spaissie. I rissoni hanno larghezza variabile dai 50 cm ai 2-3 m ed attraversano completamente il banco di ardesia senza però modificarne giacitura e qualità;
– le spaisse prendono il nome dal fatto che spariscono in estensione, si anastomizzano. Sono discontinuità planari o venature calcitiche di spessore 0.5-1 cm che attraversano l’ardesia mantenendo una debole inclinazione longitudinale rispetto ai piani di scistosità; sono differenti dalle fie;
– le fie sono vene calcitiche relativamente sottili, quasi sempre parallele tra loro, ad andamento verticale; si distinguono in ciàn-e e rissúze;
– le fie-cutelin-e hanno aspetto simile a lame di coltello; sono venature spesse meno di un millimetro, parallele tra loro, quasi sempre nere e poco percettibili perché riempite di carbonati; quando presentano giacitura perfettamente verticale (in gergo a piombo) sono definite pei secchi e danno luogo al cosiddetto scoglio matto, cioè caratterizzato da microfratturazione assai dannosa;
– i pei, peli, sono sottilissime venature che in superficie appaiono come fili neri; presentano giacitura per lo più sub-verticale e di non grande estensione; sono simili alle coltelline, ma sottilissimi, quasi invisibili. Ricordano i peli furbi del marmo;
– il canètu, è una frattura interna alla roccia che si presenta come una lista rossastra inclinata. Di solito attraversa l’intera porzione di filone e spesso si accompagna ad altri difetti. È una frattura (beante) riempita di materiale fine percolato, argilloso, ocraceo. Il canneto è già nominato in DELLA TORRE (1838). PANDOLFI (1973) lo definisce, invece, come una parte dura e nera per la maggior presenza di sostanze carboniose e microgranuli di quarzo che formano liste bianche nella marna nera del banco;
– la torta è una venatura quarzosa assai estesa che appare come una lista marmorizzata di bianco e nero, dallo spessore variabile da 1 a 10 mm;
le gianche (le bianche), sono venature calcitiche che interessano il banco di ardesia utile e sono disposte obliquamente rispetto al piano di scistosità. Hanno uno spessore variabile da millimetrico a pochi centimetri ed hanno un andamento irregolare;
– i nodi, sono gibbosità o noduli rocciosi diffusi nella massa ardesiaca e costituiscono la parte più dura della roccia, ovvero quella più ricca di silice e con rari noduli di pirite.

Figura 1 - Apertura di una cava + legenda

La coltivazione dell’ardesia della Liguria di Levante

L’estrazione dell’ardesia della Liguria di Levante è un’operazione ardua e costosa poiché avviene quasi totalmente in galleria seguendo un andamento più o meno complicato in base alla giacitura degli strati. In Val Fontanabuona, proprio per la giacitura degli strati, lo sfruttamento viene senz’altro ostacolato dall’accumulo delle acque che obbliga a prevedere impianti di prosciugamento, o simili procedure, all’interno delle camere di coltivazione (FERRETTI, 1934). Da sempre i filoni sono seguiti scavando in galleria. Le prime gallerie sono state scavate completamente a forza di piccone e solo in tempi più recenti sono state introdotte attrezzature meccaniche e limitatissimo impiego di mine. Raggiunta la parte utile del banco attraverso la galleria, iniziava la coltivazione vera e propria con l’estrazione dei blocchi. La prima porzione di ardesia era per lo più di scarsa qualità e si proseguiva con l’avanzamento sperando di reperire materiale migliore, più tenero. Una volta ritrovato cominciava lo sfruttamento in senso stretto, ampliando gradualmente le camere della cava fino a permettere il lavoro di più operai contemporaneamente. Le tipologie di coltivazione erano principalmente due: il più arcaico sistema a tetto (detto anche a cielo) ed il successivo, più tardo, metodo a letto (conosciuto anche come a terra o a soglia) (Copertina).

Col più arcaico metodo di sfruttamento a tetto la galleria doveva raggiungere la base del banco d’ardesia, presso lo strato di arenari inferiore, il cui piano di contatto con l’ardesia è detto letto o soglia (Figura 1a). Con il metodo più moderno, ovvero il metodo di coltivazione a terra, invece, la galleria d’accesso veniva realizzata in maniera tale da raggiungere la parte superiore, il tetto, del banco utile. Ciò permetteva di intraprendere la coltivazione procedendo verso il basso all’interno del banco (Figura 1b).

Talvolta, in cave coltivate per lunghi periodi di tempo, si sono succedute entrambe le tecniche estrattive, oppure sono state utilizzate contemporaneamente. In altre zone di interesse storico per l’ardesia della Liguria di Levante, è stato riscontrato un terzo metodo estrattivo detto a fossa e, in rarissimi casi, quello a cielo aperto. In quest’ultimo caso non esistono gallerie in sotterraneo e lo sfruttamento procede in modo più agevole, con l’unico problema dato dall’acqua.

Coltivazione di tipo arcaico a tetto

Il cavatore era provvisto di pochi e semplici attrezzi: un piccone, dei cunei, degli scalpelli, un palaferro, una squadra e lumi ad olio talvolta fissati a dei lucernieri il legno (Figura 2). Ognuno di questi aveva precise caratteristiche:
– piccone (pigùn): attrezzo di lunghezza sui 30 cm con forma appuntita da una parte ed a testa di martello o mazza dall’altra; il manico era di legno con una lunghezza variabile dai 50 ai 60 cm. Venivano temprati, ma nonostante ciò, spesso andavano rettificati e riappuntiti per la troppa usura o per eliminarne le deformazioni;
– cunei (cügnu): di forma piramidale più o meno larghi, generalmente di legno; venivano infissi e bagnati per provocare il distacco dei banchi da estrarre;
– scalpello (scōpéle): strumento affilato, largo un palmo e di forma trapezoidale; – palaferro (pāferu, palanchìn o ganba storta se piccolo): barra di ferro con funzione di leva, di misura variabile e provvista di piede incurvato;
– squadra (scuadra): squadra in legno, l’antenata delle livelle goniometriche e delle bolle; serviva per perimetrare il blocco o la lastra da estrarre;
– lume ad olio: semplice apparato illuminante costituito da un piccolo serbatoio, riempito di olio, e da uno stoppino.
Con questi pochi strumenti, l’operatore doveva dapprima delineare, con l’aiuto della squadra, le dimensioni del blocco da ottenere incidendolo con lo spigolo di un cuneo (Figura 3). Subito dopo veniva praticato un solco lungo il perimetro tracciato, picchettando con la punta del piccone. Il fronte di avanzamento si trovava al di sopra della sua testa.

Coltivazione a terra

Il metodo di coltivazione cosiddetto a terra o a soglia è caratterizzato da cave ampie, approccio al filone dalla fascia superiore, estrazione dei blocchi dal basso e obbligo di eliminare gli scarti dalla galleria e dalla camera di coltivazione. Vi sono numerose analogie con il sistema a tetto ed anche operazioni del tutto identiche. Una volta realizzata la galleria d’accesso, in modo da trovarsi nella parte alta del banco, appena sotto la roccia incassante di tetto, si scavava un varco sufficientemente spazioso da consentire l’avvio ai lavori di sfruttamento. Praticato con le mine uno spazio (scoverta, scúverta o descuérta) nella parte superiore dello strato ardesiaco e proprio sotto il tetto di arenaria cominciava il lavoro dei cavatori. l’estrazione, con tagli a piccone, continuava fino ad arrivare alla base del banco ed all’intercettazione, del cosiddetto agrô (Foto 1).
Gli attrezzi impiegati nelle varie operazioni erano gli stessi usati nelle cave coltivate con il metodo precedentemente descritto (piccone, palaferri, mazza e cunei) (Figura 4). Differiva sostanzialmente la prospettiva e l’inquadramento generale del lavoro: le scanalature a V di delimitazione dei blocchi venivano realizzate adoperando il piccone in maniera più naturale e meno faticosa, ovvero portando i colpi dall’alto verso il basso. Una volta isolato il blocco dal banco si procedeva al distacco utilizzando i cunei ed i palaferri (Foto 2a) per contrastare il peso della roccia e la resistenza allo sfaldamento. Se il blocco doveva essere suddiviso in cippi, andava capovolto (Foto 2b). Anche questa operazione si eseguiva tramite palaferri, puntelli e cunei di legno. Il blocco veniva poi suddiviso in ceppi a forma troncopiramidale come quella del blocco d’origine.

Coltivazione ai giorni nostri

L’introduzione dei metodi moderni di coltivazione ha portato ad una miglioria delle condizioni di sicurezza. Fra questi si possono trovare: i) lo studio razionale dei circuiti di ventilazione naturale, o se necessario di quelli artificiali; ii) l’introduzione della macchina tagliatrice a catena dentata; iii) l’illuminazione elettrica e non più con candele ad acetilene o ad olio; iv) i trasporti e la manovra dei blocchi eseguita con mezzi meccanici, anche se emettono gas che devono essere eliminati; v) l’abolizione del metodo primitivo del taglio a piccone. Tutte queste nuove metodologie di lavorazione hanno ridotto drasticamente il pericolo della tubercolosi, eliminando i casi mortali tra le maestranze addette al sotterraneo (D. & O. PANDOLFI, 1995). Ancora oggi, pur con l’introduzione delle macchine tagliatrici e sollevatrici non si riscontrano grosse differenze per quanto riguarda le metodologie ed i principi seguiti nell’estrazione dell’ardesia della Liguria di Levante. La differenza sostanziale è data dalla tipologia di estrazione. È stata abbandonata la coltivazione con il metodo a cielo, ma si attua quella a terra o la sua più moderna evoluzione a fossa. L’imbocco viene aperto direttamente nell’affioramento del banco ardesiaco quando possibile, Altrimenti viene scavata una galleria di carreggio, per raggiungere la coltivazione che si spinge troppo in profondità. Raggiunta l’ardesia di qualità idonea, vengono realizzati i cantieri di estrazione (detti in gergo moderno anche cave, stanze o camere) che sono le porzioni della stessa cava delimitate da pareti di materiale scadente o difettoso e da pilastri di sostegno del tetto. La tecnica di coltivazione più diffusa per l’ardesia della Liguria di Levante è quella a camere e pilastri con sostegni definiti abbandonati con funzione strutturale di sostegno del carico litostatico della roccia sovrastante. Sono porzioni di banco ardesiaco lasciate in posto a costituire puntelli allo strato arenaceo che racchiude superiormente il banco d’ardesia. Questa tecnica viene soprannominata abbattimento per vuoti poiché vengono lasciati in posto pilastri di materiale utile con certa frequenza o sistematicità. Nel caso dell’ardesia della Liguria di Levante sono quasi sempre pilastri irregolari e senza una disposizione geometrica precisa e quindi, nello specifico, la tecnica viene detta a pilastri occasionalmente abbandonati. La prima fase di lavoro è la preparazione del vano nel quale sarà inserita la macchina tagliatrice a catena. Vengono realizzate due serie di tre mine ciascuna: i) la prima, detta di tetto con direzione molto ripida (a circa 50-60 cm dalla volta); ii) la seconda, detta bastarda, al di sotto della precedente con inclinazione più debole; iii) la terza, detta piana o a piano, posizionata lungo la superficie di levata. Una volta creato il fronte di coltivazione si inserisce la tagliatrice a catena e si eseguono i primi tagli (Foto 3). La tagliatrice a catena ha sostituito l’opera del cavatore con il piccone. Eseguendo dei tagli a velocità molto ridotta in un ambiente umido, ha portato all’eliminazione della volatilizzazione di una grande quantità di polvere pericolosa. Una volta isolato il blocco con tagli eseguiti perfettamente perpendicolari ai piani di fissilità dell’ardesia, si passa alla fase di distacco. Questa operazione avviene attraverso l’utilizzo di cunei di ferro (punciotti) (Foto 4) e martello pneumatico per sollecitarne il distacco lungo i piani di fissilità (Foto 5).
Una volta isolato il blocco lateralmente, si inseriscono al di sotto cunei di legno o scarti di ardesia per permettere il successivo imbrigliamento con un cavo metallico. Il blocco attraverso un verricello ed una mancina o la benna di una ruspa può essere spostato, sollevato e, successivamente, trasportato all’esterno. Per poterlo lavorare deve però essere mantenuto umido e per questo viene ricoperto subito di boiacca (fango formato da acqua e polvere di ardesia) e rivestito con del celophan (o materiale impermeabile). A questo punto viene stoccato all’esterno in attesa di essere trasportato in laboratorio.

Il trasporto: portatrici d’ardesia, camalle, bajuli e teleferica

Il trasporto in passato era affidato principalmente alle donne e solo in casi particolari, ovvero per lastre troppo grandi, intervenivano gli uomini.
La portatrice di lastre di lavagna è una figura molto caratteristica e simbolo della storia dell’ardesia del Tigullio. In dialetto era semplicemente la portatrice d’ardesia e, solo occasionalmente, la camalla. Il ruolo della donna è stato emblematico e sempre di primaria importanza all’interno dell’organizzazione socio-economica dell’industria dell’ardesiaca ligure. L’assenza delle strade carrozzabili aveva obbligato le donne ad assumersi direttamente quel compito tanto oneroso, difficoltoso e tutto sommato anche di grande responsabilità. Le portatrici usavano tenere in equilibrio sulla testa una o più lastre, a seconda delle dimensioni, per trasportarle procedendo a piedi nudi e in fila indiana lungo i sentieri e le mulattiere, ovviamente lastricate di ardesia (Foto 6). Facevano almeno due viaggi al giorno fra le cave e il lido. Raggiunta Lavagna il materiale veniva direttamente imbarcato o depositato presso appositi laboratori. Le portatrici erano circa in numero equivalente a quello dei cavatori data l’importanza e la quantità di materiale estratto, lavorato e commerciato. Nel caso di lastre particolari per peso e dimensioni, le portatrici si mettevano in gruppo, fino a sei, in fila per due, tenendosi per braccio e camminando a passi sincronizzati. Come si può intuire il lavoro era molto faticoso. E per agevolarlo erano state predisposte, lungo il tracciato, delle pose ovvero delle sedute, costituite da un muro a secco di altezza adatta all’appoggio delle lastre senza che queste dovessero essere scaricate dalla testa (Foto 7).
Interessante rivedere un video realizzato nel 1998 da TelePace in occasione dell’evento chiamato Le camalle ed organizzato dal Gruppo TerraMare lungo i sentieri del Monte San Giacomo e di Santa Giulia. È la rievocazione del trasporto dell’ardesia eseguito da alcune ragazze che, per l’occasione, indossavano abiti originali delle popolane lavagnesi dell’Ottocento. La voce narrante è della Dott.ssa Francesca Marini (video). Oltre che faticoso questo lavoro era anche sottopagato come, ricordano i racconti delle ultime portatrici. A questo proposito si deve ricordare che anche il baratto lavoro/generi alimentari è stato una forma di pagamento molto diffusa in epoca storica. quello della portatrice era un lavoro, ma soprattutto era una necessità che richiedeva grande fatica ed esponeva a forti rischi ed incidenti. Si ricordano ancora le frequenti amputazioni ai piedi o al naso, i punti più esposti alle cadute delle lastre, cui erano soggette le portatrici. E si racconta di parti avvenuti lungo il percorso.
Le lastre più grandi e pesanti, come quelle per trogoli da olio, erano fabbricate su richiesta e soltanto in determinate cave. Date le dimensioni ed il peso, queste venivano trasportate da pochi uomini particolarmente robusti, i bajuli (Figura 5). Data l’occasionalità di questo lavoro, quando non operavano nel trasporto delle lastre, si dedicavano ad altre mansioni in cava o ai lavori agricoli. Una lastra di grandi dimensioni non poteva essere portata in posizione orizzontale per motivi di pesantezza ed ingombro, perciò veniva impiegata una speciale imbragatura, chiamata cubbia. La lastra veniva messa in posizione verticale e stretta fra due stanghe di legno poste a contrasto. Per sicurezza erano poi imbragate facendo passare una corda al di sotto della lastra a più riprese. Le stanghe erano fatte in modo che alle due estremità fosse incastrata una traversa e lasciato lo spazio sufficiente a passare la testa dei bajuli per poggiare il carico sulle spalle. Talvolta i bajuli si aiutavano con un bastone durante la discesa sui sentieri. Le lastre di dimensioni ancora maggiori venivano portate da quattro uomini aggiungendo due maggiori stanghe trasversali che venivano poggiate sulle spalle; in questo modo ogni portatore arrivava a sostenere fino a 120kg. Ma se uno di questi scivolava ne rimanevano coinvolti tutti. Altre donne, le camalle, erano dedicate al solo trasporto del materiale lavorato dai laboratori all’imbarco sulla spiaggia (Figura 6). Le barche dedicate a questo tipo di trasporto erano generalmente i leudi. Erano imbarcazioni tipiche della zona e completamente realizzate in legno dai maestri d’ascia locali. Queste venivano usualmente ancorate davanti alla spiaggia di Lavagna e solo occasionalmente il materiale che perveniva alle imbarcazioni arrivava direttamente dalle cave. Le portatrici di ardesia sapevano occupare proficuamente il tempo necessario al cammino di ritorno alle cave filando la lana con l’inseparabile fuso. Quasi mai facevano viaggi a vuoto perché risalendo portavano il pranzo a coloro che lavoravano in cava o altro materiale utile per le varie lavorazioni. Intorno alla metà del XIX secolo è stata poi intrapresa la realizzazione delle teleferiche (le strafie) e delle prime strade carrozzabili sia in Fontanabuona che nelle zone del M. San Giacomo (Foto 8a). Queste innovazioni hanno portato alla sparizione del lavoro delle portatrici. Le vestigia di alcune teleferiche si possono ancora ritrovare nei boschi, ma purtroppo in un grave stato di abbandono e con la vegetazione che ne sta prendendo possesso (Foto 8b).

Per altre storie sull’ardesia della Liguria Orientale clicca qui

Interessante rivedere un video realizzato nel 1998 da TelePace in occasione dell’evento chiamato Le camalle ed organizzato dal Gruppo TerraMare lungo i sentieri del Monte San Giacomo e di Santa Giulia.

Note di aggiornamento

2024.07.21

Una interessante immagine di fine Ottocento/primi Novecento della spiaggia di Lavagna, dove oggi c’è il parcheggio e l’ingresso al Porto Turistico.
All’epoca Palazzo Franzoni era ancora dotato delle garitte e la ferrovia era a binario unico, protetto da una cancellata.
Sull’ampia spiaggia antistante venivano ormeggiati i leudi che caricavano e scaricavano merci (ardesia, vino, formaggi, etc.) lungo tutto il litorale di Lavagna.
Ma questo di Piazza Umberto Primo era il porto, il luogo di ormeggio, e le uniche attrezzature erano i possenti tronchi d’albero che erano infissi nella sabbia ed ai quali erano legati, con possenti catene, i leudi in attesa di operare. Una bella, originale e pochissimo nota immagine, pubblicata da Paolo Pastorino.

Immagine citata nel testo
Palazzo franzoni e le garitte e, al centro della piazza un cippo con le catene per legare i Leudi (FB_pastorino)

Bibliografia

CUNEO M., Le parole dell’ardesia – Storia e descrizione dell’industria ardesiaca in Val Fontanabuona – Glossario etimologico e comparativo. DE FERRARI EDITORE, 2001.
DELLA TORRE N., Guida del viaggiatore alle cave della Lavagna nella Liguria Orientale. Per V. Botto Tip. Prov. Ed.. Chiavari, 1838.
DEL SOLDATO M., Manoscritto Inedito. Lavagna (GE), 1979-1984.
DEL SOLDATO M., L’ardesia in natura. In AA. VARI Oro di Liguria: storia, lavorazione, arte. Ed. SAGNO – Centro Studi Chiavari, 1987.
FERRETTI R., Le ardesie liguri o lavagne – Le vie d’Italia. Riv. Del Touring Club Italiano, XL, 2, 1934.
PANDOLFI D., L’industria dell’ardesia in Liguria. Riv. L’Industria Mineraria. Roma, 1972.
PANDOLFI D. e PANDOLFI O., La Cava, cap 2.3. Belfiore Grafica, 1995.
TERRANOVA R., La serie cretacea degli “Argilloscisti” fra le valli dei Torrenti Entella e Petronio (Appennino Ligure). Atti Ist. Geol. Univ. di Genova, vol. 4 (1). Genova, 1966.
TERRANOVA R., Le ardesie della Liguria: dalla geologia agli aspetti ambientali e culturali. VIII Congresso Cons. Naz dei Geol. – Scienza della terra e trasformazioni antropiche, un rapporto in continua evoluzione. Roma, 1994.

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