Caverne ossifere e Ursus spelaeus

Copertina

Copertina – La Caverna ossifera di Cassana in una foto dell’Autore (sn) e nel disegno di Paolo SAVI (1825) in Sopra una caverna ossifera stata scoperta in Italia. In, Nuovo Giornale dei Letterati, tomo undicesimo (ROLLA F.. Sulle grotte ultimamente scoperte a Longone nell’Isola d’Elba ovvero La grotta di Reale a Porto Azzurro. (www.academia.edu).

Prologo

Caverne ossifere è una delle prime dizioni con le quali sono state definite le grotte che hanno restituito resti scheletrici di orso.
Ursus spelaeus è la denominazione data da ROSENMUELLER e HEINROTH (1794) ai resti provenienti da quelle grotte.
Il ritrovamento di resti ossei di orso delle caverne (nel fondo delle grotte è un elemento che accomuna molte aree carsiche europee ed italiane. Numerose sono le località particolarmente ricche di reperti fossili, che hanno permesso la ricostruzione pressoché completa dello scheletro... (NARDELLI, in AA.VV. 2015).
Tuttavia anche in numerose grotte dell’ampia area carsica spezzina (Figura 1) si sono susseguite nel tempo segnalazioni e ritrovamenti di resti attribuiti all’Ursus spelaeus. Così nella Caverna ossifera o Grotta dell’Orso di Cassana (Copertina) ed alla Grotta dei Branzi (Figura 2 e Figura 3). Ma anche in altri siti liguri come la Grotta della Basura a Toirano (Figura 4) e più vicini come la Tecchia di Equi (Figura 5).
La diffusione areale dei ritrovamenti consente di ipotizzare anche una grande diffusione europea dell’urside.

La descrizione originale della Grotta dell’Orso

Chi da Borghetto Vara segue il sentiero che costeggia il canale di Cassana e, giunto dopo tre quarti d’ora, ad un bivio si dirige a sinistra sul fianco del Monte Redescia, si inoltra in un bosco povero di castagni in mezzo al quale s’apre la Caverna Ossifera di Cassana. L’ingresso, a 174 m. sul livello del mare, è situato a Nord 10 Est, di forma quasi circolare con m. 0,50 circa di diametro (Copertina) e s’apre fra i massi d’uno scisto rossastro (Figura 6) per l’abbondanza di manganese… (SAVI, 1825; Figura 7).
Per introdursi all’interno di quell’angusto foro, è necessario lasciarsi scivolare, giacché per la lunghezza di tre braccia e mezza, lo stretto canale in cui esso mette, va declinando circa 45°.
Appena però che si è giunti al basso, si trova la Caverna molto più ampia e di tale altezza da stare comodamente in piedi. Dalla parte destra si estende nel monte circa due braccia e mezzo, ma la non si può andare che carpone. La parte più elevata della grotta volge a sinistra e dopo essersi prolungata anche tre braccia, termina nella vera grotta. E’ questa una cavità presso a poco ovale di 26 braccia circa di circonferenza, lunga 11 braccia e larga 9 braccia e mezzo: la sua parte superiore non è orizzontale, ma inclinata e dal lato di tramontana vi è la maggior altezza, cioè di circa 7 braccia e va poi gradatamente calando, di modo che nel punto più meridionale della grotta bisogna distendersi col ventre sulla terra per volerla visitare (Figura 8, Figura 9 e Figura 10). Tutte le pareti sono formate dalle testate dei solidi strati di pietra calcarea che ancora lì, ed assai più manifestamente, si vedono essere verticali. Il fondo è quasi piano, ma irregolarissimo, essendo ingombro da una gran quantità di frammenti degli strati calcarei che si sono distaccati dalla volta, e tutti questi pezzi sono ricoperti da una incrostazione rossastra… (SAVI, 1825).

Le caverne ossifere e gli interessi scientifici

Il mondo ipogeo ha attratto gli studiosi antichi, inizialmente, per i suoi caratteristici acquiferi all’origine delle sorgenti (PALISSY, 1580, KIRCHERI, 1665; VALLISNERI, 1726). È solo dalla seconda metà dell’Ottocento che inizia il sistematico interesse paleontologico del mondo carsico, per le caverne ossifere.
In realtà, la prima scoperta di resti fossili (però marini) è documentata nel Seicento. Nelle …grotte di Baumann e di Scharzfeld nell’antico stato di Brunswich dove verso la fine del XVII secolo il matematico e naturalista tedesco Gottfried Wilhelm LEIBNIZ (1646- 1716), aveva rinvenuto resti di vertebrati fossili (marina rumbeluarum, aliorumque ignoti orbisanimalium ossa integra frequentererui). Di una di queste cavità egli ci ha lasciato anche una planimetria, inserita nell’opera del 1749… (LAURETI, 2011, p. 152; LEIBNITII, 1749; Figura 11 e Figura 12).

La scoperta del SAVI

A detta di molti Autori la scoperta dal SAVI fu la prima per la Liguria (BERTOLOTTI, 1834, p. 213; DE BARTOLOMEIS, 1847, p. 826; PARETO, PALLAVICINO, e SPINOLA, 1846, p. 42).
Ne seguirono altre. Così la breccia ossifera, essenzialmente a resti di Hippopotamus amphibius, scoperta nell’agosto 1876 durante i lavori di fortificazione del Golfo di Spezia. In particolare fu rinvenuta all’interno di una piccola caverna, nel calcare cavernoso triasico del promontorio di Punta di Santa Teresa, fra San Terenzo e Pertusola (CAPELLINI, 1879) sul Promontorio Orientale.
Pochi anni dopo, fu la volta della breccia ossifera rinvenuta nella cava Raggianti all’Isola Palmaria, molto simile a quella della Grotta dei Colombi (Figura 13; CAPELLINI, 1896).
In seguito, nel 1951, si sparse la notizia che assieme alle ossa di Ursus spelaeus fossero presenti, a Cassana, anche tracce di resti umani, neandertaliani. Il prof. TONGIORGI di Pisa ne fu molto interessato, tanto che ne volle cercare conferma con nuove ricerche. Si rivolse all’appena costituito Gruppo Speleologico Lunense, ma con scari risultati (FORMENTINI, 1951). La grotta aveva subito un probabile crollo in corrispondenza dell’imbocco e, soprattutto, per successive …ispezioni… Presso l’imbocco lo testimoniavano i resti di …un tenue strato di carboni alla profondità di 70 cm. nel punto immediatamente antistante all’attuale ingresso (che) mostrerebbe una possibile riutilizzazione della grotta in età purtroppo assolutamente imprecisabile… (FORMENTINI, 1951).

Immagine citata nel testo

FIgura 16 – L’Ursus spelaeus nell’immaginario collettivo (dis. P. GIANNINI, 2009)

La Grotta di Cassana nella tradizione

Dunque, Paolo SAVI visitò la Caverna Ossifera nel 1825. Voleva vedere e visitare il luogo in cui il GUIDONI aveva trovato quei primi reperti fossili. Il SAVI li aveva ricevuti in dono a scopo di studio e stava preparando una memoria per descriverli. Il GUIDONI aveva esplorato la grotta l’anno precedente dietro segnalazione di certo SACCOMANNI di Casale. Tuttavia, pare che la grotta fosse già nota allo SPADONI (SPADONI, 1793) dalla fine del Settecento.
La Caverna Ossifera (65 LI SP) si trova in località Mulino del Ponte (Muin du Mou, Figura 14), nota localmente come Ren-sciaua (Ressadora) e più generalmente come la Grotta dell’Orso.
Secondo la tradizione, dalla caverna sgorga acqua per sei mesi e per altri sei mesi sfiata vento. Il nome dialettale è probabilmente legato proprio a questa caratteristica indicando, secondo alcuni, l’affiorare dell’acqua e secondo altri lo sfiatare dell’aria.
Per rintracciare la grotta occorre risalire nel bosco lungo sentieri appena tracciati che si dipartono proprio poco sopra una piccola emergenza idrica intermittente (Copertina).
Oggi la lunghezza della grotta esplorata è di circa 1600 m (AA.VV., 2015). Circa 250 metri sono costituiti dal ramo fossile (tratto blu di Figura 15). Altri 200 m circa dal ramo principale (tratto verde di Figura 15). I restanti 1150 m, esplorati dal Gruppo Speleologico Lunense a partire dal febbraio 2005, sono costituiti da un ambiente completamente nuovo sia come formazione che come grandiosità, naturalmente in relazione alle emergenze della provincia della Spezia (tratto rosso di Figura 15).
Un’altra originalità della grotta di Cassana (65 LI SP), analogamente al Pozzo di Cassana (1040 LI SP) ed alla Risorgenza di Cassana (1041 LI SP), è l’anomalia di essere le uniche inserite nel Rosso Cassana. Non si trovano in area prettamente calcarea, ma all’interno di una facies micritica, delle marne di Sugame, della Falda Toscana.

L’ursus spelaeus di Cassana

I reperti fossili studiati e pubblicati dal SAVI furono diagnosticati come appartenenti all’Ursus spelaeus. All’epoca era uno dei primi ritrovamenti d’Italia. In seguito Lorenzo PARETO e Giovanni CAPELLINI raccolsero altro materiale fossile che fu depositato nei musei di Genova, Bologna e Pisa. Le ricostruzioni paleontologiche, basate sulla forma e le dimensioni dello scheletro (Figura 17), hanno permesso di appurare che l’orso delle caverne era un plantigrado di notevoli dimensioni e di struttura imponente. I maschi potevano raggiungere i 1000 kg di peso e una lunghezza di 2,80 m. Era, quindi più imponente dei due più grandi Ursidi attualmente viventi, l’Orso kodiak e dell’Orso polare. Il cranio risultava più corto e più alto di quello dell’attuale Orso bruno.
Durante il medioevo, il ritrovamento dei grossi crani di Ursus spelaeus contribuì ad alimentare storie fantastiche e leggende a sostegno della presenza di draghi e grifoni all’interno delle grotte. Alle ossa venivano talora attribuite proprietà terapeutiche.
Persino nell’iconografia paleontologica ottocentesca questa specie appare spesso come un feroce e terrifico orso troglodita (Figura 16).

Le moderne interpretazioni dell’ecologia dell’Ursus spelaeus

Le più moderne interpretazioni sull’ecologia di questa specie (NARDELLI in AA.VV., 2015) sono frutto di ricerche scientifiche riguardanti sia le ricostruzioni paleoambientali sia la struttura dello scheletro. I risultati di queste indagini forniscono un’immagine del tutto opposta dell’Ursus spelaeus rispetto a quella più nota e ricorrente.
Appare più attendibile pensare all’Ursus spelaeus come ad un animale mansueto, che si aggirava in individui singoli (Figura 18) o in piccoli gruppi familiari (Figura 19) entro la fitta copertura forestale alla continua ricerca di cibo.
La struttura dei denti suggerisce un regime alimentare prevalentemente vegetariano e abbastanza specializzato. Era basato su frutti e radici ad elevato contenuto energetico. Anche se più recenti studi hanno avvalorato l’ipotesi di una dieta onnivora (NARDELLI in AA.VV., 2015).

Bibliografia

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DE BARTOLOMEIS, L. (1847). Notizie topografiche e stratistiche sugli Stati Sardi dedicate a S.S.R.M. Carlo Alberto – Della Liguria Marittima (Vol. Libro secondo, volume quarto, parte seconda). Torino, Tipografia Chiro e Mina.
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