Alberi, storie di vita

copertina

Copertina – Gustav KLIMT, l’ Albero della vita, 1908-1911. Matita, pastelli e lamina metallica su carta, circa 200 x 306 cm. Vienna, Österreichisches Museum für angewandte Kunst. Il trittico che il maestro viennese progettò per l’abitazione del mecenate Adolphe Stoclet.

Alberi, una storia che viene da lontano

Proviamo a pensare qual’è la nostra reazione alla parola albero.
Beh, certamente pensiamo alla pianta, magari a quella del viale sotto casa o del giardino.
Ma basta soffermare un momento il pensiero e comincia ad accavallarsi una moltitudine di immagini assolutamente varie e differenti. Magari pensiamo alla nostra famiglia, ai genitori, ai nonni, … all’albero genealogico
E quindi il pensiero va alla storia… Alla storia nel suo significato più ampio… E andiamo indietro, agli alberi storici, a quelli millenari (come gli Olivastri di Luras, Figura 1, con o’sozzastru il loro Patriarca, gli olivi pugliesi di Borragine-Melendugno, quello umbro di Melestrada, quelli toscani di Pian del Quercione, Massarosa e Magliano) e monumentali (come il Quercus pubescens di Calice al Cornoviglio (Figura 2) o il Quercus Ilex di Santa Giulia di Centaura (Tigullio, Figura 23). Alla gestione medievale delle foreste o a quella neolitica degli alberi da foraggio e della scalvatura. Alla produzione romana dell’olio come nella villa del Varignano Vecchio (Figura 22)  ed ancora più oltre, nella spirale del tempo, alle foreste fossili.
La spirale del tempo scritta negli anelli degli alberi (Figura 3). Agli anelli degli alberi testimoni dei cambiamenti ambientali…

L’incontro con l’albero fossile

Il ricordo di un incontro casuale.
Sion nel Vallese, una splendida e suggestiva città medievale (Figura 4, Figura 27 e Figura 28). Il capitolo di Sion e la sua cattedrale del 1043 (Figura 5, Figura 19 e Figura 20), nella quale ebbe la sua prima residenza, circondata dalla cinta sacra (palitium) del X sec.. Circa un secolo più tardi vi rimasero solo quattro canonici. Gli altri si erano trasferiti sull’incipiente collina di Valère dove sorsero il complesso conventuale (Stiftsbezirk, Figura 7), la chiesa e la fortezza (Figura 8 e Figura 9). Già risalendo l’erta per Valère, si respira un’aria intrisa di monumentalità, di solennità, di sacralità, di medioevo, ma anche di potenza e non solo religiosa (Figura 6). Lungo il percorso, si trova il piccolo Musée de la Nature. Nell’ultima sala, dedicata alla geologia, svetta un imponente frammento di tronco silicizzato. È la porzione basale del tronco di un cordaites, un albero probabile precursore delle odierne conifere. All’epoca, fra il Carbonifero (359-299 milioni di anni fa) ed il Permiano (299-251 milioni di anni fa), costituiva enormi e vitali foreste. Ecco un altro collegamento fra l’albero e la genealogia (la sua), la geologia, la botanica, …la vita.
Ritrovamenti di foreste fossili non sono infrequenti. Nel 2015 ne fu segnalata una in Antartide vecchia di 250 milioni di anni. E poi quella permiana di Chemnitz, in Germania, o quella bretone molto più giovane (fra 5340 e 4200 anni fa). Ma forse non tutti sanno che frammenti di tronchi silicizzati si trovano anche dispersi nei diaspri della Liguria Orientale, in prossimità delle mineralizzazioni di manganese. Così avviene a Gambatesa, a Cassagna, alla Scrava, a Molinello, a Rocchetta Vara ed a Monte Nero. Tutti questi legni silicizzati hanno caratteristiche fortemente analoghe sia dal punto di vista botanico che in relazione ai processi di sostituzione che li hanno interessati. E come nel caso di Sion sono riconducibili a conifere.

Alberi e fuoco

Alberi e foreste fossili, foreste vive. Purtroppo, sempre più spesso, foresta vuole dire anche fuoco, incendio. Ma il binomio fuoco-foresta è sempre (o è sempre stato) sinonimo di piromania? Di distruzione? Di interesse?
No. Sappiamo dall’archeologia che la cura, la gestione e la coltivazione del bosco è stata operata per generazioni con un uso razionale del fuoco controllato. Anche qui in Liguria Orientale. Sappiamo ancora dall’archeologia che, a cominciare dal Mesolitico (circa 10.000 anni fa), la copertura vegetale dell’Appennino veniva trattata col fuoco. Quindi è successo prima dell’introduzione dell’allevamento e della necessità di creare pascoli, nonché prima dell’esigenza di modificare l’ambiente con la diffusione dei terrazzamenti.
È il bosco sporco, il sottobosco spontaneo e infestante che facilita la proliferazione del fuoco. Il piacere non solo neroniano di vedere ardere. La gratificazione del dispetto o dello spregio, nonché l’interesse sono causa del 60% almeno degli inneschi. Poi c’è la disattenzione, il menefreghismo la stupidità e l’arroganza/ignoranza, come bruciare gli sterpi o le stoppie in periodo di siccità, a causarne un restante 39%. Ma soprattutto non invochiamo l’autocombustione. Essa è causa di non più dell’1% degli incendi.
A questo proposito, un interessante progetto è stato avviato da qualche anno a Barcellona. Nel Parc Natural de la Serra de Collserola, il polmone verde da 8.000 ettari della città, ogni giorno pascola un gregge. Sono gli ovini di Daniel SANCHEZ che pascolano nei terreni ex agricoli abbandonati dagli anni ’60. L’incuria di questo polmone verde ha da sempre creato le condizioni ideali all’innesco ed all’espandersi degli incendi boschivi. Ed a queste latitudini
gli incendi divampano ogni volta che il clima è particolarmente secco, ventoso e la temperatura è elevata. L’intento è quello di eliminare il sottobosco e migliorare la biodiversità per evitare gli incendi, lasciando al pascolo 150 ovini. Ma questa non è assolutamente una tecnica innovativa. È solo il recupero di un saper fare che viene da lontano. Che arriva dal Mesolitico.

Il castagno, albero di sopravvivenza

Fra le testimonianze del passato c’è quella di un castagneto particolare. È un castagneto ceduato, cioè un castagneto non da frutto, a coltura con una tecnica antica (Figura 10). In particolare il ceduo (dal latino caedo, cioè io taglio) è una forma di governo del bosco che si basa sulla capacità di alcune piante di emettere ricacci se tagliate.
Le pecore di Figura 11 potrebbero ricordare l’intervento del Parc Natural de la Serra de Collserola, ma non è così. Siamo in Valle Lagorara. La foto è stata scattata nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso (da DE NEVI P., 1988. Val di Vara un grido, un canto. Centro Studi Val di Vara editore). Certo non si può escludere che gli ovini aiutassero a pulire il sottobosco, ma la forma di quei castagni è la testimonianza, ancora vivida, di un castagneto molto particolare. Innanzitutto è un castagneto composto da alberi centenari. Le piante sono molto alte e dritte allo scopo di produrre pali. Ed il castagneto manifesta ancora queste caratteristiche e la gestione riferibile al Medioevo. Si trova poco sopra Santa Maria di Maissana, a margine dello sterrato per la Valle Lagorara.
Ma il castagno non era solo l’albero della vita (Figura 24, Figura 25 e Figura 26). Per estensione poteva essere l’albero della morte. 
In Sardegna, fra storia e leggenda, si racconta di s’Accabbadora, Era una figura femminile, colei che dava la morte. Il termine s’Accabbadora, significa letteralmente colei che finisce, Deriva dal sardo s’acabbu, cioè la fine, o dallo spagnolo acabar, cioè terminare. Il suo compito era dare la morte ai malati terminali, E lo faceva su incarico (gratuito) dei familiari o dello stesso ammalato. La morte poteva essere data in vari modi, per soffocamento con un cuscino, con un colpo alla nuca, oppure, il più classico, mediante su matzolu, uno strano martello di legno d’olivo.

Immagine citata nel testo

Figura 12 – La Signora di Efeso come Diana Aventina. Copia romana in marmo della riproduzione greca di uno xòanon del periodo geometrico (incisione del XVIII secolo). Da Wikipedia

Xòanon, l’albero

Ma prima, molto tempo prima l’albero era lo Xòanon, un’effige divina dell’arte arcaica greca (Figura 12). Corpo cilindrico con rappresentazione plastica di testa e braccia. Un esempio recentissimo, di questi giorni, è quello del fortunoso ritrovamento del santuario etrusco-romano di San Casciano  dei Bagni (Siena). Qui, nella vasca sacra della sorgente termo-minerale, le offerte di monete d’oro, argento e bronzo, di frutti e pigne. Ma soprattutto c’è un albero. Un albero completo della ramificazione, piantato nel fondo della vasca, al quale erano ancorate venti statue di bronzo e quattro di terracotta. Dal fango caldo sono riemerse, fra l’altro, le effigi di Igea e di Apollo, oltre a un bronzo che richiama il celebre Arringatore di Perugia conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Ed il fango caldo ha conservato anche le iscrizioni etrusche e quelle romane. Un albero ed una scoperta eccezionale. 

Gli alberi del vischio

Rimaniamo nel sacro, un sacro profano. Ricordiamo il leccio (quercus ilex) ancora molto diffuso spontaneamente (Figura 21) e presenza sovente connessa ai siti archeologici. Sarà casuale, oggi, ma è ancestrale. La connessione più materiale e coeva ai siti archeologici deriva però dalle analisi polliniche.
Il leccio è fondamentale nella fitocenosi a portamento arboreo ed arbustivo in associazione a ginepri, querce e pini, fra i quali il domestico (Pinus pinea), per proteggere dall’insabbiamento la corona esterna dei sistemi dunali e conservarli. E nonostante alcune follie, sono fortunatamente ancora diffusi lungo molte coste italiane.
Un’altra sacralità legata all’albero è la presenza di un suo parassita. È una storia ammantata di antico e di mistero. È la storia/leggenda del vischio.
Nasce nei paesi scandinavi dall’invidia di Loki per il fratello Balder, figli della dea Frigg ed alla conseguente morte violenta di Balder. È un’articolata leggenda che per molti versi è simile a tante storie di rivalità fraterne, note e presenti a diverse latitudini. Sarebbe stato proprio il vischio bagnato dalle lacrime di Frigg a riportare in vita Balder. E Frigg, per gratitudine, avrebbe dato un bacio a chiunque fosse passato sotto quel vischio che aveva raccolto la sua disperazione alla morte del figlio. Da qui la tradizione di fine anno, il bacio sotto il vischio.
La storia del vischio si è poi conclamata nel mondo celtico. I druidi (sacerdoti), ritenevano il vischio espressione della presenza della divinità all’interno della pianta, l’albero, sul quale cresceva. Era generalmente una quercia. E questa diventava sacra.La stessa raccolta dei ramoscelli carichi di bacche perlacee e gelatinose avveniva nella notte della sesta luna dopo il solstizio d’inverno.

L’albero di Natale

Storie forse un po’ strane e distanti fra loro nello spazio e nel tempo. Ma profondamente radicate nella cultura, nelle scienze, nell’archeologia, nella storia e nel sacro. Alberi apparenti (Figura 13), alberi nella bruma (Figura 14), alberi al tramonto (Figura 15), alberi della Luna (Figura 16), alberi al bordo del lago (Figura 17), alberi gemelli diversi (Figura 18) e alberi su stemmi, vessilli e bandiere.
Storie sconnesse? Forse. Ma comunque storie di alberi. Storie di alberi protagonisti. E quale albero è simbolo e diffuso protagonista, oggi, dell’abete di Natale?

Articolo è stato liberamente tratto da quello dello stesso Autore, pubblicato sul n. 9, Alberi, della rivista HIRO, edita dall’associazione culturale HIROAndCO, da oggi in libreria.

 

 


Un piccolo assaggio…

INDICE

06 – Photo Story Neos fotografi
14 – Camminando tra i misteri del parco
18 – L’ulivo simbolo della vita, della pace, dell’agricoltura
20 – L’abbraccio della Natura nonostante tutto
24 – Piante ribelli nel mondo
28 – Max Ernst e la foresta
30 – Gente strana i marinai!
34 – Alberi da 350 milioni di anni. Simbolo di vita, evoluzione, spiritualità
38 – Ricordi di un bosco della mia infanzia
42 – Melo,,, Mela… Mele

 

Note di aggiornamento

2023.01.31

La foresta più antica del mondo risale a 385 milioni di anni. Fossili del sistema radicale dell‘Archaeopteris sono stati scoperti nello Stato di New York.
Tratto da Charles Ver Straeten
Resti fossili di una foresta risalente a 386 milioni di anni fa sono stati scoperti in una cava abbandonata ai piedi delle Catskill Mountains, nella Hudson Valley (New York).
Questa foresta sarebbe da 2 a 3 milioni di anni più vecchia di quella di Gilboa, sempre dello Stato di New York. Il biotopo si sarebbe diffusa da New York fino alla Pennsylvania e oltre.

La scoperta si deve ad un team di scienziati della Binghamton University, del New York State Museum e della Cardiff University. Durante gli studi sul terreno sono stati mappati oltre 3.000 metri quadrati della foresta. E sono stati riconosciuti due tipi di alberi.I cladossilopsidi, piante primitive simili a felci arboree (presenti anche in gran numero a Gilboa). Gli Archaeopteris, alberi dal tronco legnoso simili a una conifera.
É venuta alla luce una spettacolare ed estesa rete di radici degli Archaeopteris, con elementi lunghi anche più di undici metri.
Pare, infine, che la foresta sia stata infine spazzata via da un’alluvione. Tale ipotesi deriva dalla presenza di molti fossili di pesci visibili anche su altri livelli delle sezioni.
Possibili immagini delle originarie foreste di Archaeopteris si trovano in mattysparadigm

Immagine citata nel testo
Radici di Archaeopteris fossilizzate, risalenti a 386 milioni di anni fa sono stati scoperti in una cava abbandonata a New York
Immagine citata nel testo
Ricostruzione pittorica di una foresta devoniana di Archaeopteris (da mattysparadigm.com)

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