Filo e fuso: l’antica arte di filare la lana

copertina

Copertina: la matassa di lana, la conocchia, il fuso, la fusaiola ed il filato.

La sinistra teneva la conocchia coperta di morbida lana, la destra, leggermente tirando i fili li formava con le dita supine, mentre col pollice supino torceva le fibre e faceva ruotare il fuso librato in aria dalla fusaiola. Al tempo stesso i loro denti staccando le asperità senza posa rendevano uniforme il filo e alle labbra disseccate aderivano le fibre della lana che dianzi fuoriuscivano dalla superficie compatta del filo; ai loro piedi i flosci bioccoli di candida lana empivano corbe di vimini.
(Catullo Le Nozze di Peleo e Teti, LXIV 311-319)

Filo e fuso, alcune premesse

Una testimonianza diretta raccolta in Valbrevenna nel 2007 ha permesso a CREPALDI e TRAVERSO (2009) di documentare dalla cultura materiale una delle attività femminili fondamentali del mondo contadino fino all’anteguerra. Parliamo della filatura di lana ovina. Parliamo di una tecnica ormai perduta.
Questa storia che viene da lontano racconterà i diversi passaggi e tecniche di lavorazione affrontando i processi di trasformazione della materia prima in semilavorato, cioè il filato, la produzione del filo mediante il fuso.
È un argomento alternativo ed integrativo di quelli prevalenti in letteratura, cioè la lavorazione e la costruzione del tessuto, con notizie ricche di particolari e di curiosità, ma concentrate sul telaio e sull’analisi del prodotto finito. 
Parleremo della filatura della lana e, in particolare, della lana ovina.
È un’attività che trova meno riscontri in archeologia ed in letteratura rispetto alla lavorazione della fibra vegetale (cotone, lino, canapa, juta ecc.). E questo forse per la maggior facilità conservativa e per l’aspetto simbolico-religioso, legato alla maggior purezza della fibra vegetale rispetto a quella ricavata dagli animali.

La materia prima

La materia prima è la fibra animale: la lana di pecora e capra.
Le analisi quantitative eseguite sulle faune restituite dai diversi siti preistorici, indicano una presenza sensibile di caprovini, nell’Italia centro-meridionale, a partire dal primo Neolitico (RIEDEL, TECCHIATI, 2003). Tuttavia, già nel Neolitico recente e finale se ne registra, almeno in alcune regioni, un forte calo. L’andamento è costante fino all’Eneolitico, a vantaggio dell’allevamento bovino e suino. Tale trend sembra invertirsi durante l’Età del Bronzo, in Italia settentrionale, con una dislocazione dei capro-ovini soprattutto in area alpina e in area endoappenninica (RIEDEL 1991-92).
La pastorizia orientata ai prodotti secondari (pelli, lana, etc.), con la macellazione di animali di 4-6 anni, deve collocarsi nel post Neolitico (BÖKÖNYI, 1974, SHERRATT, 1981 e 1997).
Ma non tutta la lana, anche del medesimo animale, possiede le stesse qualità e resa.
Dalle spalle e dai fianchi deriva la lana più fine; da sopra e sotto i fianchi e dalle parti laterali si ottiene la lana meno fine; dalla schiena deriva la lana a fibra più lunga, ma è anche quella maggiormente danneggiata dall’esposizione agli agenti atmosferici; infine dal collo, dalla testa e dalle frattaglie deriva una lana molto danneggiata (Figura 1).
Fino all’Età del Bronzo, pecore e capre avevano un vello grossolano e fragile, privo di borra (cioè il sottopelo sottile che isola l’animale dal freddo), ma più ricco di giarra (cioè il pelo esterno che impermeabilizza l’animale). La borra era quindi il pelo più pregiato ed adatto alla filatura, per la lunghezza, la resistenza e le caratteristiche costanti delle sue fibre, lungo tutta la fibra.
Di conseguenza è dall’Età del Bronzo che si può pensare all’inizio della filatura delle fibre ovine (RYDER, 1983).

La descrizione classica più completa dell’arte del filo e fuso

Il brano di apertura dell’articolo riporta la descrizione storica più dettagliata dal punto di vista tecnologico della filatura, da tutti i punti di vista.
Al di la del fatto che Catullo, rimanda alla rappresentazione simbolica della vita come prodotto dell’attività delle Parche che filano il destino (Figura 2), resta il fatto che questo brano è di gran lunga la fonte storica più  esaustiva e completa sotto il profilo tecnologico a noi nota. 
Nello specifico, le informazioni catulliane sono numerosissime e di diversa natura; esse spaziano da una terminologia dettagliata nell’indicare gli strumenti impiegati: conocchia (colum), fuso (fusum), fusaiola (turbinis), cesto (calatiscius); i materiali usati: lana (lana), filo (filum), boccolo (vellerum); i gesti e le parti del corpo impiegate: trattenere (retinere), muovere in basso (deducere), formare (formare), torcere (torquere), ruotare (versare), districare (decerpere), (aequare), (haerere)… (CREPALDI e TRAVERSO, 2009).  Inoltre è da tenere …in evidenza la relazione etimologica stretta esistente nell’ambito della terminologia tessile dove vellerum indica non solo il bioccolo di lana ma anche il pelo dell’animale e torquere, che in senso lato indica l’operazione di torcere, ha la sua radice nel greco traktos che indica appunto in quella lingua lo strumento del fuso… (CREPALDI e TRAVERSO, 2009).

immagine nel testo

Figura 1 – A sinistra il vello della pecora: in colore grigio le parti di migliore qualità per la filatura (rielaborazione da Romolotti 1940); a destra un paio di cesoie in ferro da tosatura (I sec. d.C. ca.) dalla necropoli di San Lorenzo di Parabiago.

Premesse alla filatura

Nel marzo del 2007 è stato possibile testimoniare le tecniche di filatura con il fuso utilizzando gli strumenti (Figura 3) e le modalità applicate durante tutto il secolo scorso. La testimonianza materiale è stata fornita dalla Sig. Maria Rosa di Chiappa (frazione del Comune di Valbrevenna, Genova). L’approccio sperimentale è iniziato con l’attenta osservazione dei gesti della filatrice per, in un secondo tempo, riprodurli. Ne sono derivate numerose considerazioni di tipo tecnologico che hanno reso possibili diverse chiavi di lettura del dato archeologico.
La signora Maria Rosa ha imparato la filatura all’età di sei anni, dalla nonna. Filava al pascolo, nell’arco della giornata, preferibilmente all’aperto e durante lo svolgimento di altre mansioni. L’attività è stata condotta ininterrottamente fino al matrimonio. La filatura non richiedeva condizioni particolari di luce, tanto che veniva svolta anche di sera intorno alla stufa.
La lana veniva approvvigionata dalla tosatura di tre suoi specifici animali di diversa età . Erano tosati all’arrivo del caldo ed una sola volta all’anno poiché, diversamente, la lana avrebbe perduto in robustezza e resistenza. Occasionalmente, la signora, cercava un agnellino di colore differente così da poter pianificare l’alternanza di gradazioni cromatiche nei suoi futuri lavori. Particolare curioso è che l’agnellino non era acquistato, ma veniva ottenuto per scambio di animali.
La lana conservata per la filatura era quella delle spalle, dei fianchi e della coppa della pecora (Figura 1). Tutta la lana proveniente dalle altre parti dell’animale veniva usata come concime.
Curiosamente, la lana tosata non veniva lavata. In questo modo veniva inibito l’attacco dei parassiti e favorita una migliore conservazione del prodotto. Inoltre risultava facilitata l’operazione di torsione del filo, evitando di doversi umettare con frequenza le dita. Soprattutto non veniva persa la lanolina, cioè la sostanza grassa che avvolge le fibre.
La materia prima era selezionata scartando i fili più duri della giarra. Una sommaria pulitura era assicurata dall’esposizione degli animali alla pioggia nei giorni precedenti la tosatura. Un’operazione curiosa, precedente alla tosatura, è testimoniata in molte regioni d’Italia: è quella del salto, detto anche lavatura addossolavatura saltata antica, o vagnatura nella regione del Sele (Salerno). La vagnatura consisteva nel far tuffare le pecore, una alla volta, in un corso d’acqua, in un punto tranquillo, a scorrimento lento (ROSSI 1869; ROMOLOTTI 1940; Figura 4).

Filo e fuso nella cultura materiale

La cardatura era eseguita, e lo è tutt’ora dalla signora Maria Rosa, a mano, senza l’ausilio di alcuno strumento (Figura 5). L’operazione consiste nel districare le fibre di lana e renderle fra loro parallele, creando un largo batuffolo che viene poi posto nella rocca (Figura 7).
Il fuso utilizzato abitualmente è lungo 21-22 cm ed ha profilo biconico (Figura 3). Alcuni esemplari presentano sottili solcature lungo il corpo forse per trattenere il filo affinché non scivoli. l’aspetto più singolare è che la signora Maria Rosa non correda il suo fuso con la fusaiola. La sua rocca è di legno leggero e stagionato, biforcuta ad un apice e la sostiene con le ascelle aiutata da un occhiello appositamente ricavato nella veste (Figura 6).
La filatura inizia traendo dalla rocca un piccolo ciuffo di lana, poi allungando ed orientando parallelamente le fibre, fino ad ottenere il cosiddetto triangolo di filatura. Da questo comincia la torsione del filo ad opera del movimento rotatorio del fuso (Figura 7). La rotazione viene impressa dalla pressione del pollice e dell’indice contrapposti che agiscono sul vertice assottigliato del fuso che, per questo, ne rimane usurato. Il rigonfiamento centrale o eccentrico sull’asta del fuso consente di dare stabilità alla rotazione che avviene quindi lungo un solo asse. La prima gugliata di filato viene arrotolata e fissata con un nodo (un mezzo barcaiolo) alla porzione mediano-superiore del fuso. La lunghezza del filo deve restare costante affinché il fuso  rimanga sempre sospeso da terra, ma anche per evitare eventuali rotture della punta dello strumento.
La filatrice procede alla filatura creando una certa quantità di filato avvolto sul fuso. La velocità di filatura rimane condizionata dalla lunghezza e dalle condizioni della fibra.
L’operazione termina quando il fuso è completamente avvolto di filato. Col filo viene allora prodotto in un gomitolo.

Il filo ritorto

La fase successiva è quella della ritorsione. Da due gomitoli vengono tratti altrettanti capi di filato per esser ritorti.
Anche la ritorsione avviene per caduta e torsione con l’ausilio del fuso.
I due filati accoppiati devono essere fatti passare attraverso un qualsiasi oggetto pervio, ma che presenti alcune caratteristiche:
– un foro centrale a sezione conica che consentirà di associare più facilmente i due fili;
– una superficie esterna subcircolare che permetterà all’oggetto di ruotare più facilmente sul pavimento;
– un anello od un occhiello fissato in alto, al di sopra della testa della filatrice.
Nella ritorsione si sostituirà la rocca usata nella prima torsione e si procederà all’avvolgimento del filo. Questa volta il senso di avvolgimento sarà opposto a quello della precedente torsione sul corpo del fuso.
Il ritorto andrà quindi a formare un nuovo gomitolo.

Filo, fuso e fusaiola

La fusaiola è considerata la testimone diretta della pratica della filatura. Di conseguenza si deve ritenere che l’attività fosse esercitata solo a partire dal Neolitico recente e cioè da quando le fusaiole fanno la loro comparsa tra i resti materiali. Tuttavia, molti Autori ritengono che la filatura con fuso e fusaiola sia stata preceduta dalla filatura senza fuso. Con questa modalità sarebbe stato prodotto il frammento di corda ritrovato a Lascaux e vi farebbe di riferimento la raffigurazione del gonnellino di fibre intrecciate della Venere di Lespugue (MÉDARD 2003b).
Relativamente all’impiego del vello di pecora per trasformarlo in tessuto, bisogna attenersi ai resti di questo specifico materiale.
Pertanto dobbiamo far risalire la produzione di tessuti di lana alla trasformazione delle pratiche di allevamento. Il manufatto in lana più antico è quello rinvenuto a Castione Marchesi (BAZZANELLA et alii 2003) ed è datato all’Età del Bronzo (Figura 8). È un piccolo frammento di tessuto le cui dimensioni non consentono una lettura tecnologica esaustiva. Differente è il caso dei gambali dalla Vedretta di Ries (DAL RI, MASPERO 1995-1996), databili all’Età del Ferro che, oltre a fornire indicazioni sulla materia prima (vello di capra), permettono di effettuare numerose osservazioni di ordine tecnologico. Ad esempio, la lana non era stata sottoposta a tintura poiché conserva ancora la pigmentazione naturale grigio e marrone e, soprattutto, il filato presenta sia la tipologia a filo semplice sia quella a filo ritorto (Figura 9).
In ogni caso il dispositivo maggiormente attestato sui siti archeologici resta la fusaiola che, inserita nell’asta del fuso rendeva la rotazione continua e regolare, riducendo l’intervento della filatrice, che poteva dedicarsi completamente alla stesura delle fibre nel triangolo di filatura (Figura 7).
Più difficile appare la caratterizzazione tipologica delle aste dei fusi che, quando sono fabbricate in legno risultano meno conservate e, talvolta, difficilmente distinguibili da semplici frammenti lignei. L’impiego di materiali come il bronzo (Figura 10), di peso significativamente marcato, rendeva estremamente difficile l’operazione di filatura. In particolare, un dispositivo troppo pesante rendeva faticoso il lavoro della filatrice e sottoponeva il filato ad un forte rischio di strappo. 

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