Macine in arenaria e antiche miniere

copertina

Copertina. L’immagine cristallizza le fasi di lavoro e gli attrezzi in uso in una cava di arenaria del XVIII-XIX secolo della Val di Vara (Dis. MDS 1986).

Prologo

Arenaria, una risorsa geologica, naturale, molto versatile. Si trova diffusamente in natura in numerose sequenze litotsratigrafiche. Una delle caratteristiche salienti è che gli affioramenti sono spesso interessati da discontinuità che agevolano l’estrazione di blocchi prismatici di dimensioni utili a diversi utilizzi.
La rappresentazione in copertina è ricostruita sulla base di testimonianze della cultura materiale raccolte in Val di Vara negli anni Ottanta del secolo scorso, ma si può estendere ben oltre gli indicati XVIII-XIX secolo. I concetti metodologici di base non sono molto dissimili da quelli dell’Eneolitico e dell’Età dei Metalli e non solo per l’arenariaL’immagine rappresenta l’estrazione e produzione dei caratteristici masselli per l’edilizia (Figura 1). Ma se ne potevano ricavare fino a manufatti megalitici tipo quelli utilizzati per i sovrapposta (Figura 2Corvara). L’estrazione avveniva sfruttando i rapporti instaurati fra i sistemi naturali di fratturazione e fessurazione della roccia, la giacitura degli strati ed i piani di debolezza generati dalle intercalazioni argilloscistose. I blocchi si isolavano facilmente percuotendo le superfici di strato mediante differenti tipi di mazze (4 in copertina) e/o aiutando il distacco inserendo stampi di differente foggia (5 in copertina) oppure cunei di ferro o di legno. L’alloggiamento era approntato mediante differenti picchi (2 in copertina). Per la preparazione e rifinitura dei masselli era utilizzato anche il classico mariello (piccone a corto manico – 3 in copertina). La rifinitura era affidata agli scalpellini (6 in copertina) che impiegavano le classiche punte e mazzuoli.
I pezzi pronti venivano trasportati a dorso d’uomo dalla cava al cantiere di posa in opera. Curioso, ma funzionale e caratteristico localmente era il modo di annodare la giacca (peggèttu – 1 in copertina) per ammortizzare il peso del manufatto durante il trasporto.

L’Arenaria Macigno

L’arenaria della Formazione Macigno (Oligocene superiore-Miocene inferiore) è una roccia sedimentaria originata dal consolidamento di imponenti frane sottomarine (arenaria torbiditica) . Ha colore grigio o grigio-verde e si presenta in strati di spessore variabili da qualche decimetro a qualche metro.
In Lunigiana, vallata appenninica della Toscana nord occidentale, si presenta in una successione di strati a granulometria variabile. È grossolana quando i granuli raggiungono il diametro di 1-0,5 mm, media per 0,5-0,25 mm e fine se 0,25 – 0,06 mm, anche se quest’ultima è meno frequente. Appare massiva o laminata, occasionalmente con strutture convolute. La potenza degli strati varia da zona a zona e può raggiungere in casi estremi diversi metri, come ad esempio nella cava Pontia di Pognana Fivizzano (MS) dove gli strati raggiungono i 4-5 metri.
Al taglio fresco mostra una colorazione grigio-azzurra o grigio-acciaio che può passare a grigio-giallastra a seguito di fenomeni di alterazione per esposizione esterna. La tessitura è clastica con abbondanti cristalli di quarzo (Figura 3), feldspati, frustoli carboniosi nerastri (Figura 4), schegge pelitiche e rare lamelle argentee di muscovite (1 di Figura 21).
L’arenaria Macigno costituisce una successione terrigena che raggiunge lo spessore massimo di circa 3000 metri. È una sequenza di arenarie silicoclastiche. Ha composizione quarzoso-feldspatica con plagioclasio ed ai precedenti minerali si aggiungono anche biotite e clorite. Gli strati di arenaria si alternano a siltiti, argilliti, livelli conglomeratici (rari) e marnosi, nonché a sporadici strati calcarenitici e di arenarie ibride.
Tra i minerali pesanti sono presenti: granato, zircone, tormalina, epidoto, titanite e pirite framboidale.

L’Arenaria del Gottero

Analogamente al precedente Macigno, le Arenarie del Monte Gottero-Zatta-Ramaceto sono torbiditi arenacee. Si differenziano dalle precedenti per il bacino e l’epoca di formazione. Le Arenarie del Gottero-Zatta -Ramaceto sono di età compresa fra il Campaniano superiore/ Maastrichtiano inferiore ed il Paleocene. Anche in questo caso sono il risultato finale della diagenesi di enormi frane sottomarine (Figura 6). In genere sono costituite da grovacche (arenarie poco consistenti e di granulometria grossolana, Figura 7) quarzoso-feldspatiche grigie, ricche di miche (Figura 5), in strati spessi e molto spessi. Sono ben esposte e facilemente osservabili alle Rocche di Sant’Anna di Sestri Levante (Figura 8).
La fonte di alimentazione originaria delle colate torbiditiche che hanno originato le Arenarie del Gottero (comprese quelle dei monti Zatta e Ramaceto) poteva essere il Massiccio Corso-Sardo (Figura 9).

immagine nel testo

Figura 10 – Una macina a sella molto particolare ed originale è quella conservata dalla Dolceria Bonajuti di Modica. Queste macine, in particolare, erano utilizzate per la produzione della cioccolata di Modica, sulla base di una ricetta molto antica, appresa dai conquistadores spagnoli dalle popolazioni mesoamericane. I semi di cacao venivano macinati su questi strumenti e tutta la lavorazione doveva svolgersi a bassa temperatura per non provocare la fusione dello zucchero. Da qui nasce la tipica granulosità della cioccolata di Modica

La macina di arenaria di Libiola: analisi macroscopica

Il manufatto interpretato come macina a sella è un grosso frammento di arenaria a forma approssimativamente esagonale, risultato di almeno tre/quattro distacchi conseguenti a probabili urti importanti.
La superficie superiore, appiattita è quella d’uso (Figura 11) come evidenzia l’isorientazione delle abrasioni rettilinee (CAMPANA e DE PASCANE, 2004).  Presenta con un’ampia porzione lisciata per abrasione cosparsa da diffusi piccoli distacchi da percussione (Figura 12).
Premesso che il minerale era in genere poco consistente e con l’aspetto di una sabbia grossolana/ghiaia grigio argentea (Figura 13), si può ipotizzare che vi fosse preliminarmente pestato o sbriciolato. 
La superficie inferiore era quella di appoggio a terra. È molto convessa (Figura 14) e con aspetto naturale, non rettificato, se non nella parte centrale che risulta abraso, lisciato, con l’evidente scopo di ricavarne una superficie di appoggio più stabile (Figura 15).
Lo spessore del manufatto è irregolare. Si può escludere che si tratti di un massello prelevato in cava o staccato da un affioramento, anche per effetto naturale, poiché le superfici laterali, seppure lisce ed arrotondate, non presentano tracce di lavorazione e d’altronde non ce ne sarebbe stata necessità in ragione del previsto utilizzo. Al contrario sono presenti tre o quattro macrodistacchi di materiale, indotti da urti violenti come dimostrano le superfici fresche (Figura 16).
In conclusione, la macina è stata ricavata da un grosso ciottolo sub elissoidale, reperito in ambito di alveo fluviale. Meno probabile è la provenienza da una spiaggia a forte energia.

La macina di arenaria di Libiola: analisi petrologica

L’analisi petrologica ha consentito il riconoscimento di alcune componenti minerali caratteristiche della roccia di origine.
Il quarzo è presente in abbondanti minutissimi cristalli, agolari, a spigoli vivi, limpidi, trasparenti-traslucidi. In alcuni casi evidenziano bordi consunti per dissoluzione o frattura-usura prodotte dall’utilizzo del manufatto. La dimensione dei cristalli è generalmente molto al di sotto del millimetro (il maggiore in Figura 3 è di 0,66 mm). Occasionalmente sono presenti minutissimi granuli arrotondati neri che potrebbero rappresentare residui di macinazione del minerale oppure essere cristalli di pirite fromboidale, caratteristica del Macigno. La dimensione dei granuli non consente una diagnosi più certa. Particolarmente significativa per identificare la roccia di origine del manufatto è la presenza di frustoli carboniosi. In particolare di quelli inseriti nella matrice della roccia (Figura 4 e Figura 17), il cui aspetto differisce da quelli presenti sulla superficie d’uso, che sono di evidente provenienza esterna. Sulla superficie d’uso è stato identificato un frammento ceramico (Figura 18), un solco di usura centimetrino ad andamento trasversale e tracciato dall’alto verso il basso in Figura 19, nonché alcune tracce d’impatto (Figura 20). La superficie di appoggio, inferiore, è stata parzialmente lisciata per rendere più stabile l’appoggio. L’appoggio è testimoniato dal residuo di un piccolo grumo di terra ocracea (Figura 21).
L’esame è stato eseguito sul manufatto non lavato.
In base agli elementi raccolti la macina di Libiola è stata ricavata da un grosso ciottolo di arenaria silicoclastica a grana molto fine, la cui  composizione mineralogica la identifica come areanaria Macigno.

La macina di arenaria di Monte Loreto: analisi macroscopica

A Monte Loreto è stato rinvenuto, tempo fa, un grosso frammento lapideo interpretato come macina a sella (Figura 22). La macina è stata utilizzata per la frantumazione finale del minerale di rame/ferro (come vedremo) fino alla sua rottura che l’ha resa inutilizzabile (Figura 23). A quel punto, in ottica di economia, è stata riciclata come grosso mazzuolo ingavettato (Figura 24), destinato all’estrazione del minerale.
Questa ipotesi è la più attendibile, anche in ragione del ritrovamento di piani che …possono essere interpretati come pavimenti di lavoro temporanei, utilizzati per il trattamento a freddo del minerale – macinazione e setacciatura – e forse per la tostatura a bassa temperatura… (MAGGI, PEARCE, 2005). I piani risalgono ad epoche comprese fra 2870-2480 cal BC e 2925-2645 cal BC, in base a datazioni al radiocarbonio (MAGGI e CAMPANA, 2008). Quindi …si aggrediva e demoliva la roccia incassante quel tanto necessario per prelevare la vena di minerale, che veniva trattato sul posto per l’arricchimento a secco mediante sminuzzatura a mazzuolo… (MAGGI e CAMPANA, 2008) e quindi ulteriormente ridotta sulla/e macina/e a sella.
Tuttavia, non si può escludere a priori che fosse originariamente una macina da cereali (dei quali non è rimasta però traccia sul manufatto) e poi riciclata nella miniera.
Il manufatto è stato ricavato apparentemente da un grosso ciottolo di arenaria di forma ellissoidale, sub appiattita. Ne sono indice sia la forma del frammento rimasto che lo spessore del gradino in corrispondenza della porzione mancante (Figura 23). 
Le superfici laterali del ciottolo sono del tutto naturali, lisce per azione erosiva e non antropica.
Dal manufatto risultano staccate diverse scaglie e liste, anche grossolane (Figura 24 in basso e Figura 25). Questo a causa dei colpi inferti durante l’utilizzo come mazzuolo, prima dell’abbandono in discarica.
Infine è da segnalare un’area di arrossamento che potrebbe indicare contatto o un’esposizione al fuoco (in basso a sn di Figura 25). 
Ricordiamo che anche alcuni mazzuoli litici impiegati in fase di estrazione del minerale di Monte Loreto erano di arenaria (DE PASCALE, 2004; MAGGI e PIERCE, 2005; Figura 34).

La macina di arenaria di Monte Loreto: analisi petrologica

La macina di monte Loreto è stata realizzata da un grosso ciottolo di ambiente torrentizio-fluviale o litorale, anche se la sua forma appiattita farebbe protendere per un ambito litorale.
L’arenaria è molto fine (granuli di 0,25 – 0,06 di mm) e di colore marroncino. In superficie si riconoscono cristalli minuti di pirosseno con evidenti superfici di frattura (Figura 26; 1 di Figura 27) e spiccano le frequenti scaglie minute, brillanti e rilucenti di mica bianca  (3 di Figura 27).
Nella matrice sono presenti anche agglomerati di minuti cristalli neri, appressati, rilucenti, ad abito cubico. Sono relegati in una zona di urto prodotta durante l’utilizzo del manufatto come mazzuolo (Figura 28). I cristalli neri di minerale sono inseriti nella matrice dell’arenaria qurzoso-pirossenica. Altrove i granuli minerali cubici costituiscono degli agglomerati compatti ed a lucentezza metallica. Anche in questo caso si trovano relegati in una frattura su uno dei bordi del manufatto, prossimo ad una delle superfici di stacco delle schegge. I cristalli presentano un contorno di alterazione-ossidazione del minerale di rame che evidenzia la caratteristica colorazione verde-azzurra (Figura 29). In questo caso l’agglomerato presenta evidenza di superficialità per cui sono interpretabili come residui imprigionati durante la macinazione. Meno probabile è che derivino dall’impiego del manufatto come mazzuolo. In altri casi i cristalli minerali sembrano parte della matrice arenacela (Figura 30).
In conclusione, la macina di monte Loreto è stata realizzata da un grosso ciottolo di Arenaria del Gottero di ambiente probabilmente torrentizio. La presenza di residui minerali, anche alterati, fa propendere per un suo principale utilizzo per la macinazione del minerale cuprifero della locale miniera, precedente al riciclo come grosso percussore da impiegare nell’estrazione del minerale.

Conclusioni

Dalle analisi petrologiche eseguite sulle due macine a sella raccolte in prossimità delle miniere di Libiola e Monte Loreto si può concludere che sono ambedue manufatti di servizio alla più antica attività mineraria.
Innanzitutto sono state ricavate ambedue da grossi ciottoli raccolti in ambito torrentizio-fluviale o litorale.
La macina di Libiola è in arenaria Macigno, un litotipo non proprio locale, ma presente nello spezzino. E questo è un motivo di riflessione. Tuttavia la macina è stata trovata vicino al pozzo Brown, in una zona dove sono ancora presenti tracce di bassi cunicoli in alcuni dei quali sono stati rinvenutii, alla fine dell’Ottocento, altri attrezzi (BROWN, 1876; CAMPANA, in stampa).
La macina di Monte Loreto, invece è stata prodotta da un grosso ciottolo di Arenaria del Gottero-Zatta-Ramaceto. Litotipo molto diffuso anche localmente. La particolarità di questa macina è che ha avuto un primo utilizzo per la frantumazione del minerale e poi, a seguito di usura o rottura, è stata riciclata come mazzuolo immanicato per l’estrazione del minerale. È interessante notare che anche il 17% dei numerosissimi mazzuoli (oltre 600) ritrovati durante gli scavi archeologici ed assoggettati ad analisi petrografia (circa 180) sono risultati della medesima Arenaria del Gottero (Figura 34). E questo sarebbe dovuto al fatto che i suoi …caratteri tessiturali conferiscono a questo materiale elevate doti di resistenza meccanica rispetto ad altri tipi di arenaria… (CORTESOGNO, DE PASCALE, GAGGERO, MAGGI e PEARCE, 2004).
A queste due macine se ne deve associare una terza, o meglio il frammento di una terza, proveniente dal Castellaro di Pignone. Anche questo manufatto è in arenaria del Gottero-Zatta-Ramaceto e presenta tracce di minerali su una superficie (Figura 31 e Figura 32). Oltre a ciò, insieme alla macina, è stato trovato un nodulo di minerale di ferro (Figura 33) con tracce di anfiboli, indizio che anche questa macina poteva essere utilizzata in campo minerario o metallurgico (DEL SOLDATO, 2015; DEL SOLDATO, in stampa). Infatti anche nei pressi di Pignone era presente almeno una miniera di ferro: la miniera di Frassoneda.

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