Ardesia del Tigullio – cuore, storia e paesaggio

La regione ardesia della Liguria Orientale

Copertina: gli affioramenti di ardesia del Tigullio (in giallo) ed i gruppi di cave attive e storiche). Disegno da DEL SOLDATO M. (1986).

L’ardesia del Tigullio, una premessa

L’occasione per raccontare questa storia che viene da lontano è stata la relazione ad invito tenuta al convegno organizzato da SIGEA “Muretti  in pietra a secco, capanne a falsa cupola, “calcare”, coperture litiche, geositi: l’uso delle risorse naturali lapidee nella montagna italiana” (Pereto, L’ Aquila, 9 agosto 2019).
L’argomento dell’intervento è stato Ardesia di Liguria, peculiarità del paesaggio: i tetti di pietra e l’edilizia spontanea.
Si è presentata così l’occasione per parlare della lunga e particolare storia dell’ardesia del Tigullio. Ma anche di confrontare la sua presenza nel paesaggio costruito, con quella di altri materiali, altrettanto tipici e caratteristici della cultura materiale di altre realtà territoriali
Casualmente poi, in concomitanza con la pubblicazione di questa storia, è uscito  l’articolo di Marco RAFFA: L’ardesia della Fontanabuona va al contrattacco. Appello ai sindaci e corsi per cavatori e spacchini (Il Secolo XIX, Cronaca del Levante, 9 dicembre 2019).

L’ardesia del Tigullio, la pietra

L’ardesia è la tipica pietra del Tigullio.
È una pietra unica e ritenuta, da sempre, differente dalle altre pietre simili ed analogamente utilizzate. Prima fra tutte dall’ardoise francese (GRISELLINI, 1768, pagg. 228-236; AUTORE IGNOTO, 1839, pag. 366) o da quelle dell’Olanda, dell’Inghilterra e della Svizzera (PATRIN, 1833, pag.70 e segg.). Oppure da quella tedesca di Kirt (GUALAIS, 1780, pagg. 123-125). Ed ora quella del Brasile.

Se ne fanno delle cave nella Savoia, nella contea di Nizza, sugli Apennini presso la Toscana e sul lago di Como, in Francia e in Inghilterra ma la più nota in Italia e la migliore è quella del territorio di Lavagna vicino a Genova… (AUTORI VARI, 1793, pag. 217).

I potenti banchi coltivabili e coltivati cominciano ad essere presenti sul contrafforte che separa la Val Graveglia da Lavagna (Monti Zucchetto, Le Rocchette, San Giacomo, e Capenardo). Sono quelli sfruttati da epoca più antica. Da qui, proseguendo in direzione NW, si ritrovano oltre la pianura alluvionale del torrente Entella, lungo i due fianchi della Fontanabuona (Copertina da DELSOLDATO M., 1986, p.42).
Sono gli affioramenti più estesi ed importanti. Ma lembi disarticolati si rintracciano nella regione di Uscio-Monte Rosso (alle spalle di Recco), fra Bargagli e Molassana (al limite di Genova) e, a meridione, a ridosso del promontorio della Mandrella (Sestri Levante; quest’ultimo nascosto alla vista, sull’immagine di copertina).

L’ardesia del Tigullio in natura

L’ardesia si trova in natura sotto forma di strati e banchi dello spessore compreso da qualche decina di centimetri a 12-13 metri. Essi sono, generalmente, compresi fra due strati di arenaria (il cosiddetto aïgro in dialetto). L’ardesia presenta sovente caratteristiche chimico-fisiche e composizione variabili procedendo dal letto (la base) al tetto (la parte superiore) dello strato. A letto assume composizione più carbonatica e per questo appare dura e scheggiosa: è la cosiddetta pietra colombina, impiegata generalmente per conci in edilizia. La perfetta sfaldabilità che rende unica l’ardesia ligure, la cosiddetta pietra dolce (ü duçe in dialetto) è dovuta all’aumento della componente marnosa nella composizione del banco di ardesia.
Il colore tipico caratteristico dell’ardesia è il grigio-nero che vira al biancastro per alterazione, sulle superfici esposte. Ma la peculiarità principale è la finissima scistosità e fissilità che rendono l’ardesia del Tigullio suscettibile di essere suddivisa in lastre sottilissime (fino ad un paio di millimetri).
Diverso è il discorso per quelle straniere, del ponente ligure o di altre regioni, rocce simili ma non uguali, tanto è vero che non sono lavorabili a spacco come quelle del Tigullio.

L’ardesia del Tigullio: un po’ di geologia

Nei primi anni Ottanta del secolo scorso è stato eseguito un rilevamento geologico di dettaglio della regione ardesiaca. Sono state mappate le cave antiche presenti sul versante che dallo spartiacque con la Val Graveglia degrada al mare. Ma anche i cantieri estrattivi che hanno iniziato a lavorare dalla metà dell’Ottocento in Fontanabuona. Soprattutto è stato possibile riconoscere e documentare l’andamento dei maggiori banchi in corso di sfruttamento (i filoni nel gergo dei cavatori) presenti nell’area di maggiore interesse estrattivo ed industriale. Un particolare dello studio è rappresentato in Figura 1. Si tratta di uno zoom dell’andamento dei banchi di ardesia  coltivati in località Ponte di Mastra a Lorsica (da CONTE e DEL SOLDATO, 1985).
L’ardesia del Tigullio è una roccia sedimentaria, una marna calcarea, che ha subito un processo tettono-metamorfico, cioè un debole metamorfismo di carico.

L’ardesia del Tigullio: l’origine dell’uso

Il primo utilizzo consapevole di ardesia o di materiali molto simili all’ardesia del Tigullio è stato quello per realizzare i recinti e le tombe a cassetta della necropoli della prima Età del Ferro di Chiavari. Un’idea della necropoli si trae dalla ripresa aerea eseguita nel 1960-61 dall’elicottero durante lo scavo archeologico diretto da Nino LAMBOGLIA (Figura 2). I materiali provenienti dalle cinque campagne di scavo sono oggi conservati nel Museo Archeologico di Chiavari.
L’intenzionalità dell’uso è dimostrata, seppure occasionalmente, dalla realizzazione di incastri maschio/femmina per migliorare la solidità della cassetta che doveva contenere le urne cinerarie. Tuttavia, è stata un’attività molto meno sistematica rispetto, ad esempio, a quella delle analoghe e pressoché coeve cassette della necropoli di Ameglia dove gli incastri sono stati realizzati sia nella lastra di base che nelle due laterali, in questo caso del tipo definito a ghigliottina.
La scelta dei materiali da cui sono state prodotte le lastre della necropoli di Chiavari è piuttosto variegata. L’impiego di ardesia locale è molto ampio e rappresenta il 60,8% del totale delle lastre. Questo dato deriva da un’analisi petrologica eseguita su un campione di circa un terzo delle lastre provenienti dal monumento. I risultati sono stati poi confrontati con analisi petrografiche, in sezione sottile, di materiali provenienti da locali affioramenti.
Litotipi molto simili all’ardesia, ma assolutamente dotati di sfaldatura molto grossolana, provengono in grande quantità dalle sequenze stratigrafiche della regione che corona il sito della necropoli. Sono intercalazioni delle formazioni arenacee, di quelle scistose ed anche di quella dei Calcari Marnosi di Monte Antola.
Il fatto che sia stato impiegato anche un 40% circa di lastre prodotte da altri litotipi indica come il bacino di approvvigionamento potesse essere anche esterno all’area ardesiaca, ma soprattutto molto prossimo al sito archeologico.

L’ardesia del Tigullio: la storia dell’utilizzo

Dopo l’archeologia anche la storia testimonia l’impiego antico dell’ardesia del Tigullio.
Il primo riscontro si trova un in atto datato 1176 che riferisce di un precedente accordo. Si tratta di una stipula sancita fra gli abitanti di Savona e quelli di Recco. A Savona era in corso l’edificazione della chiesa di Santa Maria. In cambio delle lastre per la copertura dell’edificio sacro, fornite dagli uomini di Recco, Savona ricambiava con la protezione contro le mire espansionistiche di Genova.
Non è tuttavia accertato se gli abbadini per Savona fossero stati preparati con l’ardesia di una delle cave del monte Borgo (DE BARTOLOMEIS, 1847, pag. 1490), o del monte Rosso presenti tra Uscio e Tribogna alle spalle di Recco. Altresì potrebbe ipotizzarsi una provenienza dal lido di Lavagna, e quindi dal Monte San Giacomo.
La chiesa savonese di Santa Maria fu comunque edificata. E nonostante le vicende e le distruzioni delle epoche successive se n’è ritrovata traccia negli scavi archeologici eseguiti dall’Istituto Internazionale di Studi Liguri nella fortezza del Priamar, parzialmente costruita sulle sue rovine.

L’ardesia del Tigullio: il primo approvvigionamento

La forma delle lastre impiegate per i recinti e le tombe a cassetta della necropoli preromana di Chiavari è alquanto grossolana.
Ben diverso il caso dei classici abbadini da copertura, regolari e di spessore 3-4 mm.
Nel primo caso, data l’eterogeneità dei litotipi, l’approvvigionamento era potuto avvenire anche da aree prossime al monumento. Potevano essere lastre staccatesi naturalmente oppure ottenute con l’azione di semplici leve o cunei dalle porzioni più superficiali ed alterate degli affioramenti (punti 1, 2 e 3 della Copertina).
Viceversa la produzione all’origine dell’industria ardesiaca necessitava di una metodica di estrazione e lavorazione molto più raffinata.

L’ardesia del Tigullio: la coltivazione a cielo

Il più antico metodo di coltivazione delle cave di ardesia del Tigullio ha seguito una metodica molto specializzata ed attenta all’ambiente.
Il territorio ligure è generalmente molto aspro, acclive e difficile. Per questo è stato necessariamente ridisegnato dall’uomo con l’antica pratica del terrazzamento. I versanti sono stati rimodellati mediante la costruzione di muretti a secco e riporti di terra fino a ricavare micro-appezzamenti da destinare alla povera agricoltura. È facile comprendere come l’apertura e la coltivazione di una cava avrebbero dovuto essere compatibili con questo paesaggio. Da qui la necessità di eseguire coltivazioni in sotterraneo e, originariamente, senza discariche di risulta.
Il primo metodo di coltivazione è stato quello definito a cielo. Questo sistema è rappresentato nella Figura centrale: la coltivazione a cielo è quella praticata dall’operaio in alto a sinistra.

Cava del Chiappajone (Della Torre)

La Cava del Chiappajone descritta dal Della Torre (1840). Si vedono alcuni operai intenti nella delimitazione dei blocchi da estrarre: quello in alto a sinistra opera a tetto, mentre quello in alto a destra lavora a letto. Ancora, in basso a sinistra un operaio è intento a sfaldare un grosso blocco per ricavare lastre da tinello, mentre quello in basso a destra sta sfaldano un cippo per produrre gli abbadini.

Il banco di ardesia veniva attaccato lavorando dal di sotto. La prima operazione era quella di …dar le puntate…  (DELLA TORRE, 1840, pag. 15) cioè scavare un solco perimetrale alla lastra da estrarre. In questa fase era utilizzato un piccone con una sola punta e dotato di manico corto per meglio operare nello spazio ristretto. Il solco perimetrale era ampliato tracciandone altri laterali e centrali in modo da approfondire la traccia fino allo spessore voluto della lastra. La posizione dell’operatore, col volto rivolto all’insù, lo obbligava ad inspirare gran quantità di polvere, pur in un ambiente umido quale la cava.

Onde il maggior numero de’ montanari addetti a quelle cave tra i 45. o i 50. anni ridotti sono a estrema magrezza, e presi da celere e grave respirazione, che fassi di giorno in giorno più affannosa, vanno presto a finir colla morte… (SPADONI, 1793, pag. 108).

A questo punto ne veniva provocato il distacco battendo colpi calibrati sulla superficie finché …la pietra non tenda a lasciarsi… (DELLA TORRE, 1840, pag. 15). Quindi il blocco o la lastra cadevano per il loro peso. Per non danneggiarli nella caduta veniva preparato un mucchio di scarti e scaglie di ardesia. Questo mucchio, in realtà veniva utilizzato anche per lavorare quando il fronte di cava migrava verso il tetto del banco, a causa delle successive asportazioni di lastre. Il metodo descritto era in uso nella cava detta il Chiappajone, sul versante alle spalle di Lavagna, ancora negli anni Quaranta dell’Ottocento (BERTOLOTTI, 1834, p. 102 e DELLA TORRE, 1840, figura centrale).
Il blocco estratto aveva la forma di un tronco di piramide con la base minore di dimensione quadrupla rispetto ad un abbadino. La caduta lasciava in vista la base maggiore che veniva riquadrata mediante una traccia a croce eseguita come quelle perimetrali precedenti. Si ricavavano così quattro ceppi più piccoli, blocchi prismatici con le facce maggiori delle dimensioni di un abbadino. Gli abbadini venivano ottenuti per sfaldatura operata partendo da una delle due superfici laterali minori. Non una qualunque delle due, ma una ben precisa individuata direttamente in cava in base alla giacitura del banco ed alla fissilità. Secondo la tradizione popolare e la cultura materiale era lungo la cosiddetta linea du sö, individuata tradizionalmente, e con un po’ di superstizione, guardando la direzione del sorgere del sole.
I materiali di risulta erano conservati in cava sia per l’allestimento dell’ammortizzatore o per realizzare i pilastri per sostenere il tetto. In alternativa erano sistemati lungo le pareti di cava non più in produzione, simulando dei muretti a secco. Questa abitudine viene ricordata anche dal Della Torre quando scrive che sul Monte San Giacomo vi erano cave …non poche rovinate dal tempo, e talmente zeppe di materiale, che fora troppo malagevole assunto per chi volesse intraprenderne lo sgombramento. Quindi essi (i cavatori) appigliansi a tentare sempre nuove scoperte… (DELLA TORRE, 1840, pag. 5).
All’esterno era portato solo il materiale destinato alla vendita, abbadini o lastre che fossero.

L’ardesia del Tigullio: la coltivazione a terra

Il passaggio dalla dimensione artigianale a quella via via più industriale dell’attività è stato segnato dall’adozione del metodo di coltivazione detto a terra. Inizialmente i due metodi erano usati contestualmente, soprattutto nelle cave più estese e nelle quali erano in coltivazione i banchi di maggiore potenza. Il metodo a cielo è stato, infine, completamente superato con l’introduzione della macchinetta tagliatrice a catena e della corrente elettrica.
Con il metodo di coltivazione a terra, il banco era attaccato dall’alto ricavando una prima camera di scoperta asportando la porzione alterata superficiale e ponendo a discarica la risulta.
Dopo questa fase di apertura del cantiere, la coltivazione proseguiva come nel caso a cielo, ma tracciando il solco perimetrale dall’alto verso il basso ed approfondendo sia il solco che la coltivazione (Figura 3).
La lastra o il blocco venivano staccati con l’aiuto di cunei e poi estratti 
 rovesciandoli, mediante leve e palaferri.  (Figura 4)
Il blocco a forma di tronco di piramide era analogo al precedente ed altrettanto le fasi successive di lavorazione. È evidente che in questo modo il fronte di cava, posto ai piedi degli operatori, doveva essere mantenuto pulito. il materiale di scavo e di scarto doveva per forza essere portato a discarica posta a bocca di cava.
L’ampliamento dell’industria estrattiva è stato graduale nell’area storica dei monti San Giacomo, Capenardo e Le Rocchette, mentre ha registrato un incremento iperbolico nella nuova area di espansione della Val Fontanabuona.

L’ardesia del Tigullio: la macchinetta tagliatrice a catena e la corrente elettrica

L’espansione vera e propria dell’industria ardesiaca è avvenuta in Fontanabuona dopo l’introduzione della corrente elettrica nei cantieri, prodotta nelle numerose centraline private, e cioè dagli anni Cinquanta del secolo scorso.
Contemporaneamente è avvenuta anche l’evoluzione delle attrezzature. Fra queste è stata fondamentale l’invenzione, del tutto locale, della macchietta tagliatrice a catena (Figura 5). Era una specie di sega a catena con denti al widia, montata su un binario che le consentiva di essere ruotata ed allineata secondo le direzioni volute. In tale modo produceva un taglio lungo quanto il binario stesso. Il taglio perimetrale era verticale e molto stretto cosicché restituiva un blocco molto più grande e di forma regolare. In questo modo è stata superata anche la perdita di materiale che preoccupava il DELLA TORRE quando osservava che:

molta pietra si consuma inutilmente, in grazia del vasto solco che fa il piccone, calcolandosi che tra polvere e tritoli ne vada perduta poco meno della metà; tuttochè non si vegga con qual metodo più appropiato vi si potrebbe supplire, nè certamente qui meglio vorrebbe la sega… (DELLATORRE, 1840, pag. 26).

L’Autore non immaginava che ciò si sarebbe invece avverato.
Da questo momento il lavoro in cava è stato limitato alla sola estrazione. Le fasi di sfaldatura, rettifica o scultura avvenivano ora nei laboratori esterni, di monte, prima, e di valle, poi,

Il trasporto dell’ardesia del Tigullio: le portatrici

La figura più nota e tradizionale per il trasporto dell’ardesia è quella della portatrice. Erano le donne, spesso ancora bambine o fanciulle, (Figura 6) ad eseguire il trasporto degli abbadini o delle lastre.
Il trasferimento dell’ardesia lavorata, dalle cave sul monte al lido di Lavagna (Figura 7) (per l’imbarco) avveniva lungo alcuni sentieri percorsi a piedi nudi e col carico in equilibrio sul capo. Il lavoro era pagato in base al numero ed alla dimensione delle lastre trasportate e quindi con carichi generalmente molto elevati. Il Bertolotti ricorda che …non minore di 7 od 8 rubbi è il peso ch’esse reggono sulla colonna vertebrale… (BEROLOTTI, 1834, pag. 101). Rapportando l’unità di misura genovese a quella metrico-decimale si ottengono fra 55 e 63 kg a viaggio. Nel tempo ciò era causa di menomazioni irreversibili. Va considerato, poi, che le donne eseguivano due viaggi al giorno ed anche in stato di avanzata gravidanza, come attestano le nascite avvenute sui sentieri.

Si vedon tutti i giorni, eccettuati i dì festivi per la strada, che da Lavagna conduce a Cogorno ed a S. Giulia, delle lunghe file di donne giovani, e vecchie, le quali col solo aiuto di un rozzo pannolino, che si pongono sul capo portano dei pesi enormi (Figura 8) e qualche volta sono obbligate di marciare due, tre, e quattro unite insieme in fila, e non già di fronte, attesa l’angustia della via, per reggere un masso straordinariamente pesante. Si avverta ancora, come tutte queste donne laboriosissime, e malgrado l’aspro travaglio miserabili, e pezzenti sono nell’istesso tempo provvedute di conocchia, e di fuso per filare il lino ogni volta che non deggiono impiegare le loro mani (Figura 6)… (MONGIARDINI, 1809, pag. 196).

Lavoro pericoloso ed estremante faticoso, eseguito per un compenso ridicolo di 30 centesimi al giorno …che sembrerebbero pochi ad un facchino di Genova pel viaggio di un quarto d’ora… (DELLA TORRE, 1840, pag. 93).
Un particolare curioso è che le donne addette al trasporto dei lavorati di ardesia erano dette portatrici finché operavano dalla cava alla spiaggia o ai laboratori di Lavagna. Ma erano chiamate camalle se facevano solo il trasposto dai laboratori della città al mare (DELLA TORRE, 1840, p. 100).

Il trasporto dell’ardesia del Tigullio: i bajuli

Alle donne si affiancavano occasionalmente gli uomini chiamati in gergo bajuli. Questi erano chiamati solo per i trasporti eccezionali, in particolare le grosse lastre per i tinelli da olio. I bajuli operavano in gruppi di quattro ed utilizzando delle imbracature per sostenere il carico (Figura 9). Erano operazioni occasionali poiché agli uomini erano riservati i lavori più nobili, l’estrazione e la sfaldatura. Esattamente come avveniva nelle miniere dell’entroterra dove alle donne era riservata la cernita, mentre gli uomini facevano i minatori.

L’ardesia del Tigullio: i laboratori

La razionalizzazione del lavoro in cava ha portato come conseguenza la necessità di trasferire all’esterno la produzione dei prodotti finiti. Sono sorti allora i primi laboratori a bocca di cava, in genere dei semplici capanni (Figura 9), all’interno dei quali avveniva la sfaldatura dei blocchi (ceppi ) e la produzione degli abbadini. Occasionalmente erano prodotti qui anche i manufatti più importanti.
L’evoluzione dei trasporti avvenne sostanzialmente con l’introduzione delle teleferiche (strafie in dialetto) cui conseguì la migrazione dei laboratori in fondo valle, in prossimità delle nuove strade, ed anche direttamente al mare (Figura 10). Alla semplice sfaldatura dei blocchi venne aggiunta la meccanizzazione per nuove produzioni. Entrarono nei laboratori le tagliatrici a banco, le rettificatrici, le lucidatrici, etc. Tutti macchinari per la nuova produzione in serie dei tavoli da biliardo (l’attività più redditizia), delle lavagne, dei piani per mobili, etc., soppiantando completamente la produzione dei tinelli.
Tutte le apparecchiature erano dotate di trasmissione a cinghia azionata da motori a vapore, prima, e da motori elettrici, poi.

L’ardesia del Tigullio: lo spacchino

Ma in tutta questa evoluzione la figura fondamentale, ancora oggi, è stata ed è rimasta quella dello spacchino (Figura 11)È la figure simbolo, assieme alla portatrice, della storia dell’ardesia.
Ancora oggi sono riservate allo spacchino le produzioni speciali e specialistiche, ottenute per sfaldatura. Prima fra tutte è la produzione storica degli abbadini. Ma più in generale di tutti i manufatti per i quali è richiesta la caratteristica superficie finemente ondulata che deriva dalla sfaldatura. Le superfici lisce e rettificate si ottengono dalla catena di montaggio dei laboratori, ma la tipica superficie a spacco si può avere solo mediante la sapiente e tradizionale manualità degli spacchini.

Col mezzo di uno o più scarpelli applicati a queste fissure la pietra si divide facilmente in lastre più e meno sottili e d’ordinario pianissime (AUTORI VARI, 1793, pag. 215).

L’operazione della sfaldatura dei blocchi è molto semplice, ma solo da raccontare. Gli strumenti sono delle scalpelle analoghe alle lame delle pialle ma di spessori e dimensioni differenti, oltre ad un percussore rappresentato da una barra di ferro.
La sfaldatura viene operata dimezzando via via il blocco e le porzioni ottenute (Figura 12).
L’operazione è possibile, però, solo finché il blocco di partenza possiede ancora il grado di umidità che aveva in condizioni naturali. Per tale ragione i tagli freschi, in cava, vengono protetti ricoprendoli immediatamente con boiacca di acqua e polvere di ardesia. Altrettanto avviene in laboratorio per i blocchi che non possono essere subito lavorati. Questa operazione è nota e ribadita da sempre:

trasportati poscia i banchi ancora informi all’apertura della cava, il primo lavoro cominciasi coll’introdurre nell’estremità delle linee indicate un sottile scalpello, che battuto leggermente sopra in guisa, che dividesi la pietra da se medesima in lastre di quella misura, e solidità necessaria al differente uso, a cui vengono destinate. Tutto ciò però conviene eseguire senza dilazione, perchè il menomo ritardo sarebbe pregiudizievole; poichè diversamente evaporandosi le particelle acquee, che rendono molle, ed arrendevole la materia, acquistando una maggior consistenza la pietra, anche maggior difficoltà si incontra nel separarla, e si corre il rischio di vedersi in buona parte resa inutile la fatica. Il solo rimedio in tal caso è quello di riporla nel luogo, ove è stata tolta, e ricuoprirla della stessa terra umida, quando però non sia stata lungo tempo esposta a cielo aperto… (MARCHESE, 1820, pag. 7).

Lo spacchino (Figura 12), Con colpi leggieri di martello la divide in due parti, e quindi ognuna di queste parti nuovamente divide in due, proseguendo in tal modo la divisione, e badando sempre di tagliar la lastra nel mezzo affinchè presenti un’eguale resistenza in tutti i suoi lati (MONGIARDINI, 1809, pag. 200).

L’ardesia del Tigullio nell’edilizia spontanea

L’ardesia ligure è un materiale adatto a mille usi tanto da aver caratterizzato l’architettura ed il paesaggio della Liguria Orientale.
Nel centro di Genova l’ardesia è stata surrogata della locale Pietranera di Promontorio, un materiale simile all’ardesia, soprattutto nell’aspetto, utilizzato in architettura da epoca medievale. E l’abitudine tutta genovese alla Pietranera di Promontorio ed all’ardesia ne ha determinato l’esportazione nelle terre di conquista. Città come Portovenere, ad esempio, mantengono quell’aspetto genovese nel grigio dei tetti, nei portali, negli ornati, nei fregi. Basta percorrere il borgo fino alla chiesa di San Pietro col suo tetto a copertura tripla, oppure a quella di Sant’Antonio con le cupole in scaglie (a squame) di ardesia per riscontrarlo.
L’ardesia è il costituente principale e fondamentale dell’architettura spontanea del Tigullio.
Gli scampoli, le scaglie ed i masselli costituiscono le orditure murarie. Poi tutti gli accessori esterni. Cosi, ad esempio, …con le lastre di Lavagna si rivestono le mura più esposte alla tramontana, alle piogge, ed all’umido… (BERTOLOTTI, 1834, p. 96), le tipiche facciate ventilate. Ed ancora si fanno i passamano, i gradini, i lastricati. Negli interni si trovano d’ardesia i ripiani e le mensole di cucine e cantine, i tinelli per l’olio e l’acqua, i coperchi per le pentole, fino ai portali ed ai sovrapporta dei quali si conservano esempi artistici a Chiavari e Sestri Levante.

Magnifica è una porta di casa Garibaldi, in via Rivarolo: essa è in pietra di lavagna scolpita da mano maestra l’anno 1449: presenta bassirilievi, fogliami e rabeschi. Nell’interno di detta casa sono altre sculture in pietra, degne dell’attenzione degli amatori dell’arti belle (CASALIS, 1837, pag. 637).

L’ardesia del Tigullio nell’edilizia monumentale

L’utilizzo dell’ardesia in edilizia monumentale si riassume completamente in un unico esempio: la basilica romanico-gotica dei Fieschi a San Salvatore di Cogorno (Figura 13).
Il complesso monumentale si colloca all’interno del borgo fliscano. Venne eretto a partire dal 1245 per volere di Papa Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi) durante l’aspra lotta che lo oppose a Federico II. La costruzione fu terminata in sette anni, nel 1252, dal nipote Ottobono Fieschi (papa Adriano IV).
L’interno è a tre navate scandite da una duplice fila di colonne realizzate in pietra nera con capitelli sfero-cubici sui quali s’imposta la copertura lignea. Il transetto ed il presbiterio conservano soffitti in pietra con volte a vela. La pietra nera ricordata è probabilmente la pietra colombina dei cavatori, più carbonatica e scheggiosa dell’ardesia, ma talvolta presente nella parte inferiore dei banchi.
All’incrocio fra la navata centrale ed il transetto si eleva l’imponente torre campanaria a doppio ordine di quadrifore. La copertura è una cuspide ottagonale affiancata da quattro pinnacoli piramidali.
L’ardesia, in scampoli e conci, costituisce gran parte dell’elevato, in corsi grigi alternati ad altri bianchi di marmo come costume della casa Fieschi (Figura 14). Altrove la muratura è irrigidita da conci di arenaria disposti nelle spigolature e nelle sezioni più esposte.
All’ardesia è riservato il ruolo d’onore. Sono di ardesia i bassorilievi (di epoche differenti), le coperture ed anche il pavimento, seppure non sia quello originale.
Di rimpetto alla basilica si trova quello che rimane del palazzo dei Fieschi (Figura 15) e al quale si addice, purtroppo, il detto dalle stelle alle stalle.
Rimangono le tracce degli antichi sfarzi nelle murature (anche qui a corsi grigi e bianchi) e negli ornati architettonici (Figura 16), tutti rigorosamente in ardesia, ma l’abbandono e la sua ultima destinazione a stalla, oggi evoluta in ricovero per gatti randagi e piccioni, ne determinano il progredire del degrado nell’indifferenza assoluta.

Alcune riflessioni finali

L’ardesia è quindi il cuore del Tigullio.
Cuore che viene da lontano, da una lunga tradizione di poliedricità d’impiego e di fatica. Cuore perché è l’espressione più tradizionale e che affonda le radici nella storia più antica di questo territorio. Cuore perché tale era la piccola cava connessa alla casa familiare; cresceva la famiglia e veniva aggiunta una stanza utilizzando il materiale prelevato ad hoc dalla cava che poi tornava ad essere cantina o cisterna. Cuore che si ritrova all’interno dei rilievi fra Sestri Levante e l’entroterra di Recco.
La sua presenza è però discreta, mai esagerata. Il nero dell’ardesia naturale, quella ancora umida e quindi tenera da lavorare, diventa presto grigio, grigio come quello del mare in burrasca, dei cieli plumbei delle sempre più persistenti perturbazioni rigeneranti alle quali ci stiamo abituando, e grigio come il rovescio delle foglie di ulivo.
Un aspetto suggestivo e mai triste, come il paesaggio della Liguria Orientale.

(Le immagini di questo articolo sono state derivate da Della Torre (1840), Ferretti (1934) e da una collezione privata)

Per altre storie sull’ardesia della Liguria Orientale clicca qui

Bibliografia

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