Le nevere del Finalese (SV)

copertina

La nevera, o neviera, Vecchia di Carbuta riscoperta lungo il versante marino delle Alpi Liguri, nel territorio del Comune di Orco Feglino.

Identificata una nuova nevera del Finalese

E’ del 2017 la notizia del ritrovamento una nuova nevera, in un luogo che vogliamo rimanga al momento misterioso. È la soluzione necessaria almeno fino alla completa pulizia e recupero della struttura. È un ritrovamento che andrà ad integrare le conoscenze su le nevere del Finalese.
Il manufatto (copertina) è sito sul versante marino delle Alpi Liguri, nel territorio del Comune di Orco Feglino (SV).
Chiamarla nuova non è del tutto corretto: nuova lo è per la nostra conoscenza, ma è di antica costruzione. Il fatto che si trovi ad una quota relativamente bassa (circa 650 slm), fa pensare che sia stata edificata almeno nel XIV secolo. A quel tempo, il clima era più rigido dell’attuale e nevicava anche e spesso a quelle quote. Con l’innalzarsi della temperatura dopo il XV secolo gli abitanti furono costretti a realizzarne di nuove in zone più elevate.
Il ritrovamento, a cura di alcuni studiosi (Figura 1), è particolarmente importante. Il manufatto si presenta in ottimo stato di conservazione.
Dopo l’abbandono come nevera è stata probabilmente destinata ad altri scopi: fossa per il letame, riserva di acqua irrigua, ecc.. Oggi si presenta colma di terra e foglie. Le persone che vivono nella zona hanno smarrito la memoria storica della sua reale natura e di come fosse usata.
Ma cerchiamo di capire cos’era e a cosa serviva una nevera.

Cos’è una nevera (o neviera)

Verso la sommità della catena alpina, alle spalle del Finalese ma anche nel resto della Liguria e d’Italia, esistono alcune strutture circolari dette neviere. Testimoniano l’antica attività di conservazione della neve invernale per poi farne uso nel periodo caldo. Ma altresì evidenziano come tale attività alimentasse un commercio divenuto tanto importane da essere regolato da una gabella.
Oggi, le nevere, complice l’abbandono delle strutture e del territorio in generale, sono difficilmente identificabili nel folto dei boschi. La neviera infatti è un manufatto che passa inosservato perché spesso è ormai colmato da fogliame e da terriccio, quando non addirittura è colonizzata da alberi ed arbusti. La sua localizzazione in zone fuori mano (per essere più vicina alle aree dove il vento accumula maggiori quantità di neve), rende i manufatti ancor più difficilmente rintracciabili.
Sono costituite da un grande pozzo circolare, in pietra ricavata in loco. Non a caso questa la ritroviamo in località Capasse, toponimo molto evocativo.
La struttura è profonda qualche metro (generalmente 5), e larga circa 4 (Figura 2). Per essere meglio isolata termicamente veniva di solito scavata al di sotto del livello del suolo. In taluni casi poteva emergere anche di poco, ma doveva essere protetta da una minima soglia per impedire alle acque superficiali di essere convogliate al suo interno (Figura 3). L’ingresso, cioè l’apertura per l’estrazione del ghiaccio, era rivolto verso nord, per ridurre l’irraggiamento solare diretto verso l’interno. Vi si pigiava la neve coprendola poi con fogliame e tessuti impermeabili, per mantenere la temperatura. Il ghiaccio così ottenuto veniva (nella stagione calda) portato a valle ridotto in blocchi. Era venduto per usi alimentari o medicinali. La neve raccolta veniva sistemata all’interno della neviera evitando di lasciare spazi vuoti o interstizi nei quali potesse infiltrarsi l’aria che ne avrebbe favorito lo scioglimento. Le pressioni che venivano esercitate dagli operai avevano lo scopo di comprimere uniformemente la neve. In questo modo la neve assumeva, con l’ausilio delle basse temperature e delle parziali rifusioni diurne, le caratteristiche del ghiaccio (Figura 4). Ad avvenuto caricamento rimaneva una piccola apertura che era protetta con frasche e terreno. Questa permetteva il periodico accesso per la raccolta del prodotto, che evveniva sempre nottetempo per ridurne al minimo lo scioglimento.

Per il trasporto nei luoghi di utilizzo del ghiaccio si usavano vari sistemi: talvolta a dorso di mulo, altre volte, quando le strade lo permettevano, mediante carri.
La resa era sicuramente penalizzata dallo scioglimento progressivo durante la discesa a valle. Questa attività, sicuramente non continua nel corso dell’anno, era però certamente un aiuto al bilancio degli abitanti delle borgate montane.

Le nevere del Finalese

Non sono molte le nevere presenti nel Finalese. Quella che attualmente si trova nel miglior stato di conservazione è a Carbuta, in località Ciapasse (copertina, Figura 1 e Figura 2), in un sito adiacente alla strada Beretta (TESTA, 2003). Questa era detta, già nel XVII secolo, Nevera Vecchia, segno che anch’essa, con il progressivo variare del clima, quando le nevicate a quote così basse erano diventate rare, fu poi usata saltuariamente, a favore di  nuove nevere realizzate a quote più elevate (circa 1000 metri s.l.m.). L’unico punto franato risulta quello dalla parte dove erano stati realizzati alcuni gradini per poter scendere fino alla superficie della neve ghiacciata, a mano a mano che la nevera veniva svuotata. I fratelli Chiazzaro di Carbuta, proprietari dei terreni  dove si trova la nevera, ricordavano che loro padre (classe 1887) raccontava come in giovane età fosse stato testimone del trasporto del  ghiaccio con i muli. E’ quindi presumibile che la stessa sia stata utilizzata, anche se saltuariamente, sino ai primi anni del ‘900.
Un altro paio di queste nevere le possiamo vedere a poca distanza dalla fattoria eolica di Pian dei Corsi, poco sotto la vecchia piazzola di atterraggio per gli elicotteri, sui mille metri di altitudine. Sono in pessimo stato di conservazione, sia per la loro inutilità pratica, sia per via del lunghissimo periodo in cui, essendo in zona militare, è stato impossibile anche avvicinarle. Sono relativamente recenti, usate da quando, per l’innalzamento della temperatura, nel XV secolo la sottostante nevera di Carbuta risultava esclusa dall’innevamento stagionale e, quindi, usata solo in casi di eccezionali nevicate basse. Un’altra nevera in mediocri condizioni è sul “Bric Gettina o Porrino”, a circa 900 metri di altitudine, alle spalle di Rialto.

Immagine nel testo

Figura 5 – Pianta e prospetto di nevera (da PUCCI, s.d.)

Esempio di Regolamento tipico per la costruzione, l’uso ed il mantenimento delle nevere

Estratto dal Regolamento d’igiene Comunale scritto l’8 marzo 1898 dal medico e ricercatore ciociaro Cristoforo de RUZZA. Nella Parte Seconda, dagli articoli 112 al 130 tratta Dell’igiene della Nevera e della Neve, e viene qui riportato integralmente per farci capire le problematiche legate alla raccolta, immagazzinamento e distribuzione del prodotto.

Articolo 112 – Chiunque intenda scavare una neviera, o fossa per la neve, dopo la scelta del sito dovrà domandarne l’autorizzazione all’autorità comunale.
Articolo 113 – Le neviere devono essere scavate nelle piccole valli in strato non impermeabile per lo scolo dell’acqua di liquefazione, lontano da ogni centro abitato o casa rurale, in luogo non adibito a pascolo di animali. Avranno le pareti e il fondo costruito in modo da poter essere facilmente sterrate e ripulite, per ciò saranno o in materiali a pareti ben intonacate o scavate in uno strato di arenaria. Le neviere non potranno scavarsi in mezzo i boschi, perché facilmente raccoglieranno gli insetti e le larve attaccate alle foglie, e perché facilmente potrebbero essere inquinate dalle urine e dalle fecci degli animali pascolanti.
Articolo 114 – Ogni neviera avrà a monte e lontano dal margine di escavazione almeno tre metri, un fosso profondo almeno m. 0,90 per lo scolo delle acque soprastanti, sarà poi recinta da muro a secco alto m. 1. Lo spazio recintato e riservato intorno alla neviera dovrà essere tenuto sterile perché gli animali pascolanti non vi siano adescati dalle fresche erbe.
Articolo 115 – Le neviere di proprietà comunale o private prima di essere colmate saranno accuratamente sterrate e ripulite da ogni residuo organico, foglie di elce, di faggio, di fagginola, paglia colla, ecc.
Articolo 116 – I concessionari delle neviere comunali e i proprietari delle private hanno obbligo conservare unicamente la neve caduta nelle grandi nevicate dei mesi più freddi, Dicembre e Gennaio, la quale per essere ghiacciata richiede minore pestamento, e per essere più abbondante e vicina alla fossa, ed è meno esposta ad essere inquinata dai nevaioli.
Articolo 117 – Nella raccolta della neve è preferibile il sistema del rotolamento delle valanghe artificiali, da monte a valle direttamente nella fossa, a quello poco pulito del trasporto con le cabelle.
Articolo 118 – Chi è adibito all’intasamento o al pestamento della neve nella fossa, abbia le calzature pulite nuove, ed usi all’uopo anziché i piedi martelli o magli di legno.
Articolo 119 – I recipienti per il trasporto della neve nella neviera, le pale ed ogni altro utensile siano nuovi, e prima di essere usati per la raccolta debbono essere sfregati e nettati con la neve.
Articolo 120 – La neve raccolta deve essere bianca e che sia tale ne avrà cura il rappresentante del comune inviato sopra luogo, con personale responsabile di non fare mescolare alla neve foglie, erbe, altre sostanze organiche, terra, pietre, ecc.
Articolo 121 – In caso di contestazione o di rifiuto da parte dei concessionari o degli operai nevaioli, il rappresentante del comune abbandonerà il posto, e ne farà rapporto scritto al Sindaco. Per tutto l’anno la neviera sarà dichiarata fuori uso, e non potrà essere usata se non nella prossima stagione invernale dopo essere stata messa in condizione secondo gli articoli precedenti. Il danno eventuale e le multe inflitte dall’Autorità Comunale saranno a carico dei concessionari.
Articolo 122 – A ricoprire la neve nella fossa si farà esclusivo uso di colla e di paglia di frumento per uno strato di almeno 20 centimetri. La paglia e la colla dovranno essere pulite e della stagione prossima passata, né dovranno essere state adibite ad uso di pastorizia o di stalla.
Articolo 123 – Nell’estrazione della neve dalla fossa si farà uso esclusivamente di badili o scuri in ferro, tagliando pezzi rettangolari, da cospargersi di colla pulita di grano e da porsi in secchi di recente lavati al bucato e non usati per altra faccenda agricola, domestica o commerciale.
Articolo 124 – La neviera in consumo non potrà mai restare scoperta, ma la parte dove si estrae giornalmente la neve deve essere sempre coperta con novello strato di paglia.
Articolo 125 – L’appaltatore della neve prima di aprire la vendita al minuto, dovrà invitare l’Autorità Comunale alla ispezione del locale, facendo dichiarazione di non adibirlo ad altro uso e di apportarvi tutte quelle modifiche che dalla stessa Commissione Sanitaria Comunale saranno ritenute indispensabili.
Articolo 126 – Il locale di vendita e deposito per la neve deve essere bene pulito, abbia le pareti di recente imbiancate, ed il pavimento impermeabile in qualunque modo lastricato e fornito di canaletto di scolo per l’acqua in liquefazione. Non dovrà essere adibito per uso stalla, o di pollaio, né per qualunque uso domestico o industriale.
Articolo 127 – I blocchi di neve non poseranno mai sul pavimento direttamente, ma su tavole nuove di abete piallate e imbiancate di recente con latte di calce, e sollevate dal pavimento ad una altezza minima di meri 0,50.
Articolo 128 – Chi è esposto alla vendita della neve deve essere immune da malattie infettive e contagiose, e non deve coabitare con persone sofferenti per tifo, tubercolosi, scarlattina, ecc. ecc.
Articolo 129 – Il rivenditore nella distribuzione della neve userà la massima pulizia personale ed avrà le mani ben lavate e le unghia rase. Non farà uso delle mani per spezzare la neve, ma di coltellaccio pulito e di bilancia di ferro o rame a coppe stagnate di recente. Per nessuna ragione potrà prendere indietro pezzi di neve già distribuiti e consegnati al consumatore.
Articolo 130 – Il Sindaco e l’Ufficiale Sanitario avranno l’obbligo di ispezionare il locale deposito, il modo tenuto nella rivendita e le stesse fosse della neve, elevando, in caso di inosservanza delle presenti disposizioni, verbali di contravvenzione ed infliggendo multe.
In caso di recidività potranno dichiarare decaduto il contratto sostituendo la persona del rivenditore.

L’uso della neve a Genova nel Seicento

Nel 1602 Bartolomeo PASCHETTI, nobile veronese e medico residente a Genova, descriveva le tradizioni alimentari dei genovesi più ricchi e condannava decisamente l’uso smodato di bevande ghiacciate. Era una moda che molti genovesi andavano facendo nel periodo estivo, ma era causa di tanti malanni. Consigliava invece di seguire l’esempio di gentiluomini più morigerati fra i quali era invalsa l’abitudine di …rinfrescar l’acqua nella quale si tempera il vino riponendola in vasi d’argento quali poscia si raffreddano nella neve…. In questo modo …il vino all’hora tratto dalla botte bevesi fresco ma non immoderatamente freddo…(PESCHETTI 1602, pp. 305 e segg.). Questa è una tra le più antiche notizie, in Liguria, relativa al consumo nel periodo estivo, di refrigerante naturale.
Da dove proveniva quella neve?
Per molti secoli, fino alla scoperta del metodo di fabbricazione del ghiaccio artificiale (verso la fine dell’800) in varie località d’Italia (vedi Appendice con alcuni link) veniva raccolta la neve in grande quantità durante l’inverno. Era quindi accumulata in grotte, fosse, scantinati e protetta con materiale isolante perché si mantenesse fino all’estate e oltre. In tal modo poteva essere impiegata in vari usi, ma soprattutto per rinfrescare le bevande. Ma anche nell’applicazione del freddo a scopi terapeutici, contro febbri, contusioni, insolazioni, ecc. Siamo di fronte a costumi dalle origini piuttosto incerte, anche se indubbiamente antichissime, considerato che secondo Seneca ed altri autori classici, già nella Roma imperiale la neve era utilizzata per l’alimentazione e per raffreddare l’acqua del frigidarium nelle terme .

Le nevere, il sorbetto, la conservazione del pesce e la riserva d’acqua

A Firenze all’inizio del ‘500, alla corte dei Medici e presso altre poche famiglie nobili, cominciò ad essere usata la neve nella preparazione del sorbetto. Il sorbetto era una nuova ghiottoneria per la quale la gente del tempo andava pazza e la cui conoscenza venne diffusa ad opera dei gelatai siciliani.
Nei locali dove era depositata la neve vennero sovente creati adattamenti per svolgere funzione di cella frigorifera ante litteram. Qui potevano essere conservati più facilmente anche i prodotti commestibili che il caldo estivo poteva deteriorare.
Sul litorale romagnolo, dal XVII  sec. in poi speciali impianti fatti costruire con una certa razionalità dai grossi proprietari di barche da pesca, funzionarono benissimo per la conservazione di ingenti quantità di pesce in attesa di essere immesso sul mercato. Potenvano raggiungere temperature dell’ordine dei -5¸ -6° (GRAFFAGNINI A., 1977).
Fino alla fine del secolo scorso per le popolazioni rurali del carsico e siccitoso altopiano del Murge, in Puglia, raccoglievano ed ammassavano la neve, di solito, in sotterranei appositamente scavati dai contadini nella roccia. Pare che questa rappresentasse una preziosa riserva d ‘acqua potabile estiva, ad integrazione di quella esistente nelle cisterne  (SPANO B., 1963).

Le nevere, il consumo ed il commercio in Liguria

Per quello che concerne l’ area ligure è anzitutto il consumo privato che ne fanno nobiltà e borghesia del XVII e il XVIII secolo ad alimentare il florido commercio di refrigerante naturale. Ne esistono testimonianze storiche a Genova, Chiavari, Savona, Taggia e Finale. È un consumo che assume spesso aspetti di autentica mania, considerato che raggiunge paradossalmente uno dei momenti di maggiore intensità durante i festeggiamenti di carnevale, perciò ancora in pieno periodo invernale.
La neve, nelle città della Riviera Ligure soggette a scarse precipitazioni nevose, proveniva solitamente da depositi situati sulle alture dell’immediato entroterra. Sopra Taggia il Monte Neveia addirittura ci rivela col suo toponimo l’esistenza in loco di uno o più di questi pozzi. A Genova il candido refrigerante, richiesto in buona quantità dai rivenditori di bibite fresche, dai pescivendoli, dai monaci di numerosi conventi e da quei malati bisognosi della terapia del freddo, divenne una merce di notevole valore commerciale. Arrivò addirittura ad alimentare un giro d’affari tutt’altro che disprezzabile. Di conseguenza, sulla sua importazione in città fu applicata una tassa nel 1625.

La Gabella della Neve (1640)

Nel 1640 venne istituita la Gabella della Neve. Lo Stato con ciò vendeva il diritto esclusivo ad esercitarne il commercio ad un unico Impresario che, tra i suoi numerosi obblighi sottoscritti, si impegnava a non fare mancare mai il prodotto a Genova e nei suoi sobborghi.
A partire dal 1667 tale diritto venne assegnato all’incanto e dal 1686 una Grida ne proibì la vendita di frodo in …città e sottoborghi… sotto pena pecuniaria di lire 100. Nell’ Archivio di Stato di Genova (A.S.G. Antica finanza n.i 775, 776, 777-Neve) e nell’archivio storico del Comune (Fondo segret. Amm. Civica – 1251 Gabella della Neve, 1005 Neviere) esiste buona parte dei carteggi scambiati tra i vari personaggi coinvolti in questo commercio e le autorità. Possiamo così ricostruire gli aspetti di questa curiosa ed insolita attività.
L’appaltatore della Gabella subito dopo una nevicata assoldava decine di lavoratori giornalieri per il riempimento delle neviere. Come anticipato, erano una sorta di pozzi troncoconici rivestiti da muri di sostegno in pietra a secco. Erano profondi in media 4/5 mt. e con diametro superiore fino a 10/12 mt. La neve trasportata a spalle entro corbe, era immessa nelle buche e quindi veniva pressata con appositi battitoi. L’isolamento termico era assicurato da uno spesso strato di fogliame secco e da un tetto conico di travi e paglia nel quale, a nord, si apriva uno sportello. Da qui avveniva il caricamento e lo svuotamento dell’impianto. Particolare cura era posta nell’ancoraggio a terra della copertura. Se un colpo di vento l’avesse fatta volare via e si fosse manifestata una pioggia prolungata, si sarebbe avuto il deterioramento ed addirittura la perdita della merce.
Sul fondo della neviera un piccolo canale di scolo permetteva il deflusso dell’antea di fusione.

La fine delle nevere, di un’epoca e di un mestiere

Il trasporto del refrigerante, come per tutte le altre merci in transito sulle Alpi o lungo gli Appennini Liguri, veniva eseguito principalmente a dorso di mulo fino al XIX secolo. I nostri monti, con la sola eccezione della Via Beretta, erano privi di strade carrozzabili, alla cui costruzione si rinunciò sempre per le notevoli difficoltà tecniche di realizzazione e manutenzione. In estate i giornalieri salivano alle nevere e, durante il giorno, tagliavano i blocchi prismatici di ghiaccio, del peso di circa 10 rubbi l’uno (kg 79). Infatti, la neve, dopo una permanenza di mesi nei pozzi era praticamente diventata ghiaccio. Solo la notte, per limitarne al massimo la liquefazione, le liste avvolte con fogliame secco e sacchi di tela venivano caricate a coppie sui muli e avviate al deposito cittadino per lo smistamento e smercio. Il prelievo, il trasporto e la vendita non fu mai un lavoro facile, con un prodotto così deperibile.
Nel 1846, con la Liguria  ormai  parte del Regno di Sardegna, ci fu tanta penuria di neve che la si dovette importare dal Moncenisio, dalla Savoia e via mare dalle colline di Pisa.
Alle soglie del XIX secolo si arrivò alla produzione industriale del ghiaccio. Dopo circa 230 anni scomparve la Gabella e, poco alla volta, le nevere furono abbandonate.
Oggi, percorrendo antichi sentieri, è ancora possibile imbattersi nei resti di questi manufatti, spesso rovinati dalle ingiurie del tempo, tangibile testimonianza di attività e mestieri scomparsi per sempre.

‏Appendice

Leggendo l’articolo dell’amico Giuseppe TESTA, mi è tornata in mente un’immagine di molti anni fa e che potrebbe ricondursi ad i resti di una nevera
All’epoca mi trovavo in Val di Vara e durante uno dei numerosi sopralluoghi trova i resti parziali di una struttura interrata. Aveva forma originariamente circolare, con diametro di 4-5 metri e profondità indefinibile. Le pareti erano rivestite in pietra locale. Il manufatto si trovava al fondo della valle del torrente Cassana, in località Muin du Punte, nei pressi della famosa Grotta dell’Orso. La struttura era stata intercettata dalla costruzione della strada provinciale per Casale e quindi era priva di una parte. Non poteva trattarsi di una fornace ed era troppo grande per essere un forno metallurgico.
L’ultima volta che sono ripassato in quella zona è stato subito dopo la disastrosa alluvione del 2011 ed in quell’occasione constatai che anche i ruderi rimasti erano stati completamente asportati da una frana. Chissà se qualche lettore di questo articolo ha un’immagine o un ricordo di cultura materiale su quella struttura e sulla sua possibile funzione di nevera
(mds).

Infine, si riportano qui alcuni link relativi alla presenza di nevere, produzione di ghiaccio e sua commercializzazione in alcune regioni italiane.
LIGURIA: Mele, Recco, etc,;
SICILIA: Palermo e Catania; Mistretta; Buccheri, Monterosso, etc.; Monti Peloritani; Monti Iblei
CAMPANIA: Varo delle Neviere; Trevico; Roccamonfina;
PUGLIA: Gioiadelcolle;

Opere citate

DE’ GIUSTI, P. (2017). Identificata una nuova neviera nell’entroterra finalese. Rivista Il Quadrifoglio, VII (17), 7-9.
GRAFFAGNINI, A. (1977). Le “Conserve” e le “Ghiacciaie” del litorale romagnolo. In Atti del Convegno La marineria romagnola, l’uomo e l’ambiente. Cesenatico, Azienda Autonoma di Soggiorno.
PESCHETTI, B. (1602). Del conservar la sanità et del vivere de’ Genovesi. Genova.
PUCCI, Italo (s.d.) La produzione del ghiaccio naturale nel genovesato. I.I.S.L., Sezione Genovese, 
SPANO, B. (1963). Neviere e precipitazioni nevose nel Salento. In Rivista Geografica Italiana, LXX, 12-14.

TESTA, G. (2003). La strada Beretta 1666. Una Via per l’Imperatrice (Seconda edizione 2017 ed.). Finalborgo.

Note di aggiornamento

2021.04.29
Vogliamo raccogliere in queste Note di Aggiornamento alcune segnalazioni di nevere suggerite da Amici di www.archeominosapiens.it
Ne sono state segnalate in Val d’Aveto, zona monti Penna e Pennino, Laghi del Gorzente (segnalate anche dal CAI),al Righi (Genova), in zona Foce-monte Parodi (La Spezia), in Lunigiana ed in Corsica

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