Il leoncino sul capitello figurato del chiostro dell’isola del Tino

Copertina

Copertina – Il motivo del leoncino. Quindi una rosetta (simile a quella presente su un frammento marmoreo del museo dell’isola – catalogo n. 57). Poi un fiorellino su alto stelo, inquadrato da fogliami che continuano nella parte frontale della colonnina. Si interrompono sulla sinistra, in corrispondenza dell’altro angolo. Il fregio sembra incompleto, non finito. Inoltre manca il consueto pilastrino o colonna (da FRONDONI, 1995).

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Il capitello figurato (leoncino e floreali) del chiostro del Tino

Alessandra FRONDONI (1995, p. 29) indica che …una datazione non oltre la fine del secolo XI viene anche dall’unico capitello del chiostro in situ (Figura 1 e Figura 2), pertinente ad un pilastrino angolare con semicolonna addossata, in marmo bianco di Carrara. Vi è raffigurato un leoncino passante, con la coda attorcigliata fra le zampe e il corpo (Figura 3), desinente in un elemento vegetale stilizzato; il motivo decorativo prosegue con una rosetta (simile a quella presente su un frammento marmoreo del museo dell’isola: catalogo n. 57; Figura 4) che trova confronto, ad esempio, con l’analogo motivo floreale di un capitello cubico proveniente dalla chiesa genovese di Santa Sabina (DUFOUR BOZZO 1966, fig. 88; DI FABIO 1984 citati da FRONDONI, 1995, p. 30). Segue un fiorellino su alto stelo inquadrato da fogliami che continuano nella parte frontale della colonnina (Figura 5), interrompendosi poi sulla sinistra, in corrispondenza dell’altro angolo, dove il fregio sembra non finito e manca il relativo pilastrino… (FRONDONI, 1995, pp. 29-30).
Una rosetta analoga ad otto petali, ma dalla quale …si stacca una palmetta persiana con volute terminali… (Figura 39) si trova pure su un pluteo frammentario, in marmo, da San Nicola di Bari (SALVATORE e LAVERMICOCCA, 1980).
Occorre precisare, infine, che la litologia del manufatto del Tino, all’epoca della pubblicazione, era solo supposta a fronte di un esame macroscopico.

Il capitello figurato: considerazioni

Saltano all’occhio alcune differenze fra le immagini scattate in momenti diversi (Figura 1 e Figura 4).
È già stata notata la stringente somiglianza tra la decorazione vegetale del nostro capitello e l’unico esemplare del loggiato (Figura 6) della chiesa di San Pietro di Portovenere (in marmo nero della Palmaria) dove sono ugualmente presenti colonnine romane di spoglio (DI FABIO 1986 citato da (FRONDONI, 1995, p. 30). Analoga è la tecnica di esecuzione probabilmente dovuta a un medesimo artefice, legato a un gusto d’impronta lombarda e operante sulla fine del secolo XI (Niveo de marmore, 1992, scheda n. 106).
I motivi decorativi del capitello del Tino si possono inoltre agevolmente collegare a moltissime opere della scultura protoromanica genovese… (FRONDONI, 1995, p. 30).

In realtà sembrerebbe esserci qualche sfumatura di differenza fra le due rappresentazioni. Innanzitutto, lo stelo del fiorellino è perfettamente rettilineo e verticale sul capitello del Tino (Figura 4 e Figura 5), mentre è ondeggiante su quello di Portovenere (Figura 6). Forse anche il fogliame non pare uguale. Ma soprattutto la differenza fra i materiali impiegati: marmo bianco al Tino e Portoro a Portovenere.
Quest’ultima osservazione porta a considerare che il Portoro è da sempre disponibile a pochi metri dalla chiesa di San Pietro (Figura 7 e Figura 8) e quindi reperibile a chilometro zero. In particolare, non era necessario neppure andare di fronte, sulla Palmaria, poiché i Portoro è presente già nei pressi della chiesa ed alle spalle del Castello e nel suo fossato (dove ne era stato richiesto un permesso di coltivazione dal MAGINI nel 1626).
Diverso il caso del Tino dove il marmo (o il capitello stesso già preparato) sono necessariamente di importazione.
Il capitello è posto su una base esagonale. Tale forma per adattarlo all’inserimento nella parete.

Il capitello figurato nelle fonti iconografiche

La fonte iconografica va, anche nel nostro caso, ricercata nei capitelli del primo chiostro di San Tommaso di Genova (DI FABIO, 1982 citato da FRONDONI, 1995) con motivi fitomorfi e leoni (fine X- primissimi anni dell’XI secolo, Figura 9) e nei coevi, o poco più tardi capitelli di San Fruttuoso di Capodimonte (Figura 10), esemplari che sono stati tutti riferiti a un’influenza della cultura bizantina di età macedone (DUBOUR BOZZO 1966, 1979 e 1987, citati da FRONDONI, 1995)) con modelli derivanti dalle arti minori – ad esempio gli avori – e con il probabile tramite degli scriptoria dei monasteri benedettini (DUFOUR BOZZO-CAVALLARO, 1990… citato da FRONDONI, 1995).
In tempi recenti un altro ritrovamento di notevole rilevanza è venuto dagli scavi della Sprintendenza Archeologica nella chiesa di San Fruttuoso, che hanno portato in luce un fregio vegetale e zoomorfo in stucco (DUFOUR BOZZO-CAVALLARO 1990; GARDINI 1990, citati da FRONDONI, 1995), ancora da studiare compiutamente … nel quale compare un leoncino analogo e ascrivibile a una produzione egemone di più alta qualità, al pari della succitata produzione capitellare di Capodimonte e del San Tommaso.
Alcuni dei motivi iconografici di cui si è detto – quali la coda attorcigliata del leone, l’occhio segnato da una doppia mandorla, la coscia anteriore nettamente delimitata – ritornano nelle lastre e nel fregio reimpiegati nel portale di San Giovanni nel duomo di San Lorenzo di Genova (Figura 40 e Figura 11) datati in genere tra la metà del secolo XI e la sua fine (DUFOUR BOZZO 1966; DI FABIO 1984 e 1987 citati da FRONDONI, 1995) o, più recentemente agli inizi del XII (DAGNINO 1992, citato da FRONDONI, 1995).

Ultime segnalazioni e ritrovamenti

Tutti questi rilievi presentano un linguaggio chiaramente riferibile al romanico milanese e comasco (DI FABIO 1986, citato da FRONDONI, 1995), che troverà il suo apice nelle sculture del portale di San Giovanni il vecchio (Figura 11), databile tra 1118 e 1142 (DI FABIO 1981, 1984, 1987 citato da FRONDONI, 1995). Il capitello de Tino sembra collocarsi in una fase intermedia tra queste ultime e gli esemplari più antichi, potendosi istituire, ad esempio, rapporti con sculture comasche del secolo XI, quali il leoncino entro clipeo nel noto fregio che incornicia la monofora presbiteriale di Sant’Ambrogio di Como (ZASTROW 1978; DI FABIO 1984, citati da FRONDONI, 1995; Figura 12). Più tarda rispetto al nostro rilievo, sembra invece la lastra con leone murata nello stipite sinistro del portale di San Giovanni (fine XI-inizi XII sec.) con analoghi dettagli iconografici, resi però con una plasticità più rigida e schematizzata (DUFOUR BOZZO 1966, fig.100 citata da FRONDONI, 1995; Figura 11)… (FRONDONI, 1995, p. 30). Ancora si può ricordare Il leone del V-IV secolo BC rinvenuto nel 1976 nell’antica tomba tracia di Zhaba Mogila (Tumlina della Rana) in Bulgaria (Figura 41). Oggi inserito nella collezione del Museo Nazionale di Storia di Sofia.
Di tutte queste rappresentazioni, tuttavia, la più simile al capitello del Tino (Figura 3) sembra quella di San Fruttuoso di Capodimonte (Figura 10), seppure la coda sia rivolta all’indietro, termini in una specie di palmizio e l’occhio non sia a doppio contorno, seppure ovalizzato.
Altri esempi locali sarebbero residenti presso il Museo Archeologico della Spezia, provenienti dalla collezione/scavi FABBRICOTTI di Luni (Pia SPAGIARI, pers. com.). Molto interessante, seppure da verificare, sarebbe la loro classificazione in Marmo Lunense.
Infine, l’ultimo ritrovamento. Si tratta di un grosso frammento di capitello marmoreo rinvenuto nel greto del Fiume MAGRA ad Aulla, nel giugno 2023 (Figura 13). Il reperto è attualmente allo studio. Di particolare importanza è i fatto che sia stato rinvenuto da due pellegrini nei pressi dell’Abbazia di San Caprasio (Figura 14). E qui, per altro, sono conservati diversi frammenti marmorei ed arenacei, lavorati, con particolari analoghi e probabilmente coevi (Figura 15, Figura 16 e Figura 17).

Immagine citata nel testo

Figura 28 – Area archeologica dell’Isola del Tino. Il cerchietto rosso indica la posizione del capitello col leoncino all’interno del chiostro del monastero.

Andiamo un po’ indietro nel tempo… e nello spazio

Fra gli innumerevoli leoncini e leoni noti nella storia dell’arte, vale la pena di ricordarne almeno un paio.
Il primo è il leone che compare nel trittico della Basilica di San Pietro al Monte, in località Civate, sul Lago di Lecco (Figura 23 e Figura 24). Una prima leggenda indica che sarebbe stato il re longobardo Desiderio (Figura 29) a fare erigere il monastero nel 772, poco prima della sua morte. In questo luogo, Adelchi suo figlio (Figura 39), avrebbe riacquisito la vista persa in un incidente di caccia. Secondo un’altra leggenda, invece, sarebbe stato un segno di gratitudine per avere sconfitto i Saraceni. Oggi ci rimane un grande complesso (Figura 23) con la chiesa originaria a due absidi, conseguenti (il secondo) all’inversione dell’asse indotta nell’XI secolo.
Ma veniamo alla nostra storia che viene da lontano. Nella parte settentrionale della chiesa si trova la scala che introduce alla cripta. Il parapetto è adorno di tre bassorilievi litici. Il primo rappresenta il caos iniziale (Figura 25). Un grifone (le forze misteriose) e un leone (l’uomo) mangiano foglie che scaturiscono da un calice rituale (radice della vita). L’uomo ed il grifo alato convivono in una vita indistinta. Nel secondo bassorilievo (Figura 26) la vita si umanizza e due leoni si nutrono dei frutti prodotti dal Cristo fatto uomo (la vita fruttifera e produttiva). Rimane il peccato originale con un serpente, attorcigliato su un albero, che tiene una mela nelle fauci. Nel terzo bassorilievo i leoni non si cibano più del frutto della vita, ma del simbolo di Cristo, il pesce (Figura 27). Acquisiscono le ali (la spiritualità) e cominciano a trasformarsi in pesci, cioè in alter Christus, la figura del cristiano destinato alla dimensione eterna.
L’altro bassorilievo da ricordare (Figura 38) è il leone con elementi vegetali stilizzati, di bottega sarda del X secolo di Maracalagonis (CA). Questo, fu rinvenuto intorno al 1966, all’atto di scavi nell’area della non più esistente chiesa di Santo Stefano del villaggio bizantino e medioevale di Calagonis, abbandonato tra il 1416 ed il 1436. Anche in questo caso ricorrono la definizione bidimensionale; l’attenzione naturalistica e quella botanica.

Il frammento marmoreo del capitello figurato del Tino. Analisi macroscopica

Il frammento proveniente dal capitello del Tino, staccatosi naturalmente, presenta forma sub-trapezoidale molto irregolare. È molto piccolo. La sua dimensione maggiore, in lunghezza, è di 19 mm. La larghezza media, intesa fra i due lati sub-paralleli, è di 7,5 mm (Figura 18 e Figura 19).
l lato più lungo, in corrispondenza della punta, misura 13 mm.
Il colore naturale del frammento è rilevabile sulla faccia interna, cioè quella che rappresenta il piano lungo il quale si è verificato il distacco. È palesemente bianco con una leggerissima sfumatura rosata (Figura 20).
L’altra faccia maggiore, quella che era esposta, presenta una patina di lieve alterazione ( Figura 21). In particolare, si riscontrano variazione cromatica e presenze di minerali di neoformazione. Il tutto derivato da esposizione alle intemperie.
In ogni caso i minerali risiedono in posizione intergranulare alla struttura saccaroide.

Il litotitpo assume durezza pari a 3,0-3,5 della scala Mohs.
Seppure le dimensioni del frammento siano molto piccole, non si osservano variazioni né di granulometria, né di colore.
Appare estremamente omogeneo.
Occorre sottolineare, tuttavia, che date le dimensioni ridotte e l’unicità del frammento-campione analizzabili, la diagnosi risulta parziale.

Il frammento marmoreo del capitello figurato del Tino.

Il frammento è stato sottoposto ad analisi microscopica, mediante due strumenti digitali (Figura 22). 
Il frammento lapideo presenta una spiccata struttura microgranulare ed una caratteristica tessitura saccaroide.
Già su questa base è possibile classificare, dal punto di vista geologico, il campione come marmo.

Premesso che il termine marmo indica rocce metamorfiche derivanti dalla ricristallizzazione dei minerali carbonatici di rocce sedimentarie, il processo metamorfico innesca l’aumento della dimensione della grana e conferisce la tipica tessitura saccaroide. Differente è la dimensione granulometrica e differente è l’origine del marmo.
La maggior parte dei marmi è composta da calcite o, meno comunemente, dolomite (marmi dolomitici).
Quando il processo metamorfico si esplica su calcari impuri (contenenti quarzo e fillosilicati) si originano marmi contenenti minerali differenti quali: diopside, tremolite, talco, flogopite, wollastonite, plagioclasio, vesuviana, forsterite e granato. Questi minerali sono estremamente utili per determinare le condizioni termo-bariche a cui è stata sottoposta la roccia. 

Il frammento marmoreo del capitello figurato del Tino. Analisi microscopica, esempi

Nel nostro caso il campione, pur nei limiti della sua dimensione, non presenta impurezze, riducendo così il ventaglio delle possibilità diagnostiche.
In fase preliminare è stato possibile un confronto dimensionale fra i granuli della tessitura ed una scala grafica. La comparazione è stata possibile su alcune immagini fotografiche in scala. Anche in questo caso la ridotta dimensione del frammento ha limitato l’analisi, quanto meno su base statistica.
Ne è risultato che la maggior parte dei granuli aveva dimensione maggiore di 200 µm (Figura 31) che fa propendere per diagnosticare i campione come di Marmo Lunense (Marmo Apuano).
Nelle macro-immagini con ingrandimento più spinto si evidenzia maggiormente la purezza e la forte trasparenza dei cristalli carbonatici che costituiscono la struttura saccaroide (Figura 32). Altro fattore che confermerebbe la prima diagnosi.
Di alcuni cristalli è stato possibile, inoltre, individuare i piani dei sistemi di sfaldatura (Figura 33, Figura 34 e Figura 35).

Il frammento marmoreo del capitello figurato del Tino. Possibile alternativa al Marmo Lunense (Apuano)

Fra le varie qualità di marmi bianchi note ed utilizzate storicamente, quella più vicina al campione esaminato, sia in termini di logistici che qualitativi generali, poteva essere il Marmo di Punta Bianca (Figura 36). A Punta Bianca …affiora una lente di marmo appartenente alla sequenza Triassica, di basso grado metamorfico, della “Unità di Punta Bianca”. Si riportano le caratteristiche macroscopiche ed i dati chimici, mineralogici e fisici misurati su 25 campioni prelevati sulla falesia. La grana minuta (70 µm), la costante presenza di muscovite nella massa, la presenza di vene contorte di ankerite che assumono color ruggine per alterazione, permettono di distinguere facilmente questo marmo da quello ben più noto dei vicini giacimenti giurassici di Carrara… (FRANZINI, 2003):
In particolare, la grana del Marmo di Punta Bianca è più minuta (anche se arriva intorno ai 100 µm) di quella del Marmo Lunense (Marmo Apuano; Figura 37), la granulometria è meno specializzata e ci sono minerali accessori.
Dalle datazioni dei pavimenti a mosaico di Luni sembrerebbe che il Marmo di Punta Bianca sia stato utilizzato nelle prime edificazioni (da I BC), mentre il Marmo Lunense nel periodo più ricco e di massimo splendore. In seguito, il Marmo di Punta Bianca sarebbe ricomparso nel periodo di decadenza della Città.
Sulla base di un’analisi statistica della dimensione dei granuli sulla tessitura saccaroide esperita su oltre un centinaio di campioni provenienti da Luni (tessere di mosaici e frammenti di strutture edilizie o architettoniche) è stato riscontrato che le curve logaritmiche  e le curve Gaussiane caratteristiche dei due differenti marmi si assembrano su serie differenti.
Da qui la diagnosi del materiale utilizzato nella realizzazione del capitello del Tino al Marmo Lunense (Marmo Apuano).

Bibliografia

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