Copertina – Le frane di Nascemi del 25 gennaio 2026, immagine pilot and photo @dimitridinoto (da FB_gianfranco_di_pietro). Esposizione di un fronte instabile lungo oltre 4 chilometri e alto una trentina di metri.
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Niscemi > Vajont
Dopo l’evento disastroso del 25 gennaio 2026 sono esplose le consuete cronache, spesso improvvisate e poco documentate, dei media, della stampa anche con pedigree. Basterebbe che i giornalisti raccontassero con dovizia i fatti, senza cercare sempre e per forza lo scoop. Così, spesso, anche in questo frangente sono proliferate le argomentazioni (non si può parlare di interpretazioni) pseudogeologiche e le progettazioni pseudoingegneristiche.
Sappiamo bene, ed è una consuetudine, che molti Italiani si scoprano Direttori Tecnici alla vigilia e durante un campionato di calcio, una Coppa Davis, un Giro d’Italia o un Mondiale di sci. Ma scoprirsi scienziati di fronte a drammi come terremoti, alluvioni e frane, con vittime e danni, ce ne passa.
E poi la diffusione dei social ha dato ulteriore voce a chi si sentiva in dovere di fornire interpretazioni, sempre superficiali e parziali, nonché progetti generalmente fantasiosi se non terrapiattistici.
Purtroppo le trovate originali non sono state casi isolati (Figura 1 e Figura 2), ma si sono moltiplicate, come le ciliegie che una tira l’altra…
Non sarebbe un problema se non contribuissero a creare false speranze nelle persone colpite, in evidente stato emozionale, combattute fra paura e speranza. E peggio se divengono anche avventate speculazioni politiche.
Nel caso di Niscemi è stato raggiunto il delirio nell’accumunare la frana, disastrosa e replicata, al dramma del Vajont (Figura 3), riproponendone il ricordo, strumentalizzandolo con le migliaia di vittime che qui, fortunatamente, non ci sono state.
Ma la storia pregressa di Niscemi è presente negli abitanti, il ricordo anche solo del 1997 è ben vivo è questo fa la differenza con la strumentalizzazione.
Nascemi 1790: il primo evento documentato
Accadde il 19 marzo 1790 che …il lato opposto al pendio della montagna si sollevò in un piano e unitosi al pendio abbassato coll’altro lato formò li due piani inclinati che ora si vedono… Sono le parole di Saverio LANDOLINA NAVA (Figura 4), riprese dal suo Relazione Della Rivoluzione Accaduta in Marzo 1790 Nelle Terre Vicine A S. Maria Di Niscemi Nel Val Di Noto (Figura 5). Pare che la sera prima del collasso siano stati uditi boati sotterranei (Figura 6), si siano sprigionati fumi solforosi ed effusi coni di fango. L’aria sarebbe divenuta irrespirabile ed il calore anomalo (Figura 7).
La frana durò otto giorni, con movimento lento, che non cagionò vittime. Probabilmente i paurosi segni premonitori determinarono la tempestiva fuga degli abitanti.
Il vasto movimento di massa interessò la porzione di borgo più prossima al ciglio di distacco ed innescò ampie deformazioni dei versanti con ingenti spostamenti di terreno. Evidentemente, all’epoca dell’insediamento non fu percepito il pericolo. È plausibile che il versante a valle fosse continuo, come pare intendersi dalle parole di LANDOLINA NAVA.
Le testimonianze successive, conservate in documenti storici e religiosi dell’epoca, sono vaghe e lacunose. Lo stesso per quanto concerne il patrimonio edilizio coinvolto nei ripetuti collassi. Solo un tiepido accenno al coinvolgimento di parte del centro storico.
Secondo l’attuale ...vicesindaco di Niscemi, Pietro Stimolo (molti degli edifici coinvolti in tutti e tre i megacollassi) sono stati realizzati prima del 1977, quando non c’era un regime di concessioni, quindi non dovrebbero esserci situazioni di irregolarità… (ATS/ANS(b), 2026). Chissà se costruire senza fondazioni (Figura 8)…
Ma probabilmente quello del 1790 non fu proprio il primo dissesto che ha colpito il versante sud-occidentale di Niscemi. LANDOLINA NAVA ricorda di avere …sopra detto come parte della costa detta di S. Croce sotto le stesse abitazioni di Niscemi, che forma una curvilinea sino al Poggio del Trappeto dove incomincia l’ultimo abbassamento, si profondò in altri tempi... (Figura 6). Ma non riferisce ulteriori indicazioni, dilungandosi su una descrizione della stratigrafia leggibile sulla superficie di scivolamento della frana (Figura 9).
Nascemi 1997: una replica documentata
La storia si ripetè il …12 ottobre 1997 quando i residenti dei quartieri Sante Croci e Santa Maria, citiamo ancora la ricostruzione di Giuseppe Caridi, avvertirono «scricchiolii sinistri provenire dalle pareti delle proprie abitazioni. Le fessure, inizialmente sottili come fili di ragnatela, si allargavano a vista d’occhio (Figura 10 e Figura 11) sotto la pressione di un terreno ormai saturo d’acqua». Finché pezzi del paese si staccarono pian piano a gradoni… (STELLA, 2026).
In seguito, la frana è stata studiata mediante indagini indirette, profili sismici AGIP e geofisica, nonché dirette mediante carotaggi, posa di inclinometri in foro, piezometri, indagini GPS, prelievo di campioni indisturbati ed analisi delle terre. La campagna geologico-geognostica fu realizzata dal Genio Civile di Caltanissetta, in collaborazione col Comune di Niscemi.
In conclusione fu definito il modello geologico locale. …La frana di Niscemi costituirebbe un movimento gravitativo all’interno di un processo preparato dalla tettonica; mentre le piogge svolgerebbero un importante ruolo destabilizzante, ma secondario, su una massa già geotettonicamente predisposta all’instabilità… (RIZZO, 2004).
Un modello geologico ed un meccanismo di dissesto ripetutosi anche negli eventi del 1790 e del 2026. Un fenomeno caratterizzato da enormi dimensioni, volumi coinvolti e perduranti ipotesi di attività che condizionarono previsionali opere ciclopiche, dispendiose e assolutamente non risolutive. Un placebo politico che non ha avuto seguito.
E quindi? Evacuazioni, contributi di sostegno e demolizioni (parziali).
Già nel 2000 furono demoliti 48 edifici e la settecentesca chiesa di Sante Croci (Figura 10) nonostante che una dozzina di persone abbia fatto scudo per impedirne l’abbattimento (AST/ANS(b), 2026).
Nel 2007 fu imposto un vincolo R4 nel PAI (Piano di Assetto Idrogeologico), ampliato arealmente nel 2022. Per i non addetti ai lavori è l’ufficializzazione fisica e amministrativa di una frana attiva. Ne consegue un vincolo di inedificabilità assoluta.
Dal 2019 furono concessi finanziamenti, anche ingenti, ma non seguirono neppure tentativi di progettazione di interventi (AST/ANS(a), 2026). È pur vero che una frana di quel tipo e quelle dimensioni e non si ferma… forse neppure per intercessione divina… Qualcuno pontifica di interventi strutturali, regimazioni idrauliche superficiali e profonde di costo pluridecamiglionario (SIRIGNANI, 2026). Ammesso e non concesso che vengano approvate le progettazioni ed i finanziamenti, i lunghi tempi amministrativi e tecnici per l’avvio dei lavori ne determinerebbero già l’insufficienza. E poi chi penserebbe alla manutenzione (questa sconosciuta) delle opere? Sappiamo che qualunque opera ha una sua età progettuale, a condizione che sia anche manutentata nel tempo, pena la sua incipiente inutilità, depauperamento (Figura 12), collasso.
Di conseguenza si rendono necessari interventi più radicali, meno strutturali, sicuramente non meno onerosi, ma certo più sicuri. Ad esempio la delocalizzazione delle comunità direttamente coinvolte, in area accuratamente sicura. Un intervento difficile e incisivo soprattutto sulla radicalità e l’attaccamento alle origini familiari e culturali.
Implicazioni esterne.
Fondata a ridosso di un già esistente ciglio di terrazzo morfologico, che in realtà poteva essere un precedente ciglio di arretramento attivo, Niscemi, …già nel 1693, fu gravemente danneggiata dal notissimo terremoto della Sicilia orientale… (PIOMBINO, 2026), ma questa è un’altra storia.
Di fatto non si ha notizia storica di movimenti di massa a Niscemi presenti al 1790, né fra il 1790 e il 1979. Questo non implica che non ci siano stati smottamenti a piccola scala, fenomeni di instabilità locale o fenomeni precursori non correlati, tipo anomalie idriche. Indica solo che non sono stati registrati eventi particolari o di grandi dimensioni nei resoconti storici disponibili.
Tuttavia, nelle cronache, sono ricordati sintomi e fenomeni collaterali.
Uno fra tutti, come in altri casi simili, sono stati i boati. Così nel caso delle frane del 1790 e del 12 ottobre 1997, quando molte persone a Niscemi percepirono un rumore, un rombo riconducibile ad un terremoto. Tuttavia non sono stati trovati riscontri ed i fenomeni sonori possono ricondursi a collassi interni, rotture improvvise e scorrimenti lungo superfici argillose.
Sono sensazioni che possono simulare azioni sismiche al manifestarsi degli scivolamenti di frana.
In conclusione, i tre maggiori eventi disastrosi manifestatisi a Niscemi sono riconducibili ad un modello geologico di frana senza implicazione sismo-indotte. Semplicemente di tipo idro-geologico e strutturale, innescatesi su un territorio già di per se intrinsecamente instabile.
Figura 23 – Janpieter van Dijk, Niscemi Landslide – A Proposal, A Synthesis
Rapporti franosità-sismi a Niscemi
Niscemi fu costruita, o ricostruita, con l’embrione dell’attuale assetto (Figura 13), su mandato del Re di Spagna, dal principe BRANCIFORTE della famiglia proprietaria del territorio.
Fu un grande rinnovamento dell’assetto del borgo, eseguito secondo le nuove pratiche urbanistiche, barocche, del tempo (Figura 13).
Ma il destino era evidentemente avverso.
Infatti pochi anni dopo, nel 1693, fu distrutta dal terremoto di magnitudo stimata attorno a Mw 7,3–7,4 con epicentro nella Val di Noto (Figura 14, Figura 15 e Figura 18). Terremoto che lambì comunque il territorio di Niscemi.
La perseveranza e l’evidente attaccamento della comunità locale ne determinò la ricostruzione all’inizio del Settecento.
Oltre a questo del 1693, sono ricordati un’altra ventina di eventi sismici manifestatisi con epicentri e magnitudo che, potenzialmente, avrebbero potuto interferire con Niscemi (Figura 16), ma non ci sono riscontri di danni o innesco di frane (Figura 17).
Oltre a questi, maggiori, i cataloghi sismici riportano numerosi eventi di magnitudo inferiore (≥M3) attorno alla Sicilia negli ultimi decenni, Gli epicentri relativi, localizzati in varie zone dell’isola e negli specchi di mare circostanti, distano oltre 70 Km da Niscemi e non hanno sortito risentimenti sismici forti sulla città.
Il modello causale Niscemi
Il modello geologico Niscemi attesta la presenza di una sequenza di terreni argillosi e marnosi, stratificati, a bassa permeabilità, soggetti o sottoposti ad una sequenza di terreni sabbiosi. L’effetto chiave indotto da questa sequenza è che l’acqua penetra lentamente ed esce ancora più lentamente creando un accumulo idrico progressivo nei pori intragranulari.
Poiché la resistenza del terreno dipende dalla coesione (c), dall’attrito interno (φ) e dalla tensione efficace, aumentando la pressione interstiziale le argille diventano plastiche, i piani di stratificazione diventano superfici di scivolamento e si attivano frane. Queste possono essere lente o progressive, come nel 1790, o più rapide con collassi locali, come nel 1997.
In ambedue i casi sono ricordate fessurazioni del terreno, preliminari e conseguenti, i boati, movimenti anche irregolarmente rapidi ed una durata molto lunga (da ore a giorni) del fenomeno. Anche nell’ultimo evento, le cronache continuano a rendicontare la durata dei crolli, seppure localizzati.
Le frane di Niscemi sono controllate dall’evoluzione della pressione interstiziale nei terreni argillosi in seguito a precipitazioni prolungate, e non necessariamente intense, con perdita progressiva di resistenza al taglio e attivazione di superfici di scorrimento preesistenti e nuove.
In conclusione, il conseguente indebolimento strutturale innesca frane lente e distruttive senza la concausalità di un terremoto.
Niscemi è un territorio urbano. Probabilmente l’urbanizzazione non crea direttamente la frana, ma altera l’equilibrio idro-meccanico del versante. Sono agenti attivi le impermeabilizzazione superficiali (strade, piazzali, coperture), l’infiltrazione diffusa, le concentrazione dell’acqua in pochi punti (cunette, scarpate, margini urbani). L’acqua entra dove il terreno è più debole e ne modifica il drenaggio naturale. Hanno effetto negativo i fossi tombati, gli impluvi deviati, le reti pluviali incomplete o disperdenti, i ristagni, le infiltrazioni. Tutti fattori che interagiscono negativamente sulle superfici di scorrimento profonde.
L’incremento di peso indotto dalle edificazioni costituisce uno stress aggiuntivo che accelera i collassi.
l dissesto idro-geologico del territorio di Niscemi deve essere interpretato come fenomeno strutturalmente predisposto, ciclicamente riattivabile in condizioni idro-meteorologiche critiche e aggravato dall’urbanizzazione dei versanti.
Osservazioni
Accomunare la frana di Nascemi a quella del Vajont manifesta una profonda ignoranza delle cause scatenanti i due fenomeni, ma anche della storia.
Non sono certo i 350 milioni di mc collassati lungo la scarpata principale a sud di Nascemi il 25 gennaio 2026 (Copertina, Figura 19, Figura 20 e Figura 21), rispetto ai 263 milioni del Vajont (REDAZIONALE(a), 2016; BRUGNONI, 2026) a poter fornire un dato di paragone.
Bisogna guardare ben oltre.
Il Vajont si è verificato per la negazione della pericolosità del Monte Toch imposta da un interesse apparentemente sociale, ma realmente economico. Senza contare le 1917 vittime ignare e innocenti che ha prodotto.
L’attuale frana a scorrimento profondo con cinematica complessa (rotazionale, retrograda a superfici multiple; Figura 22 e Figura 23) di Nascemi è la semplice continuazione di un fenomeno del tutto naturale, noto almeno dal Settecento, che si è ripetuto e che continuerà a ripetersi in futuro. Per altro un fenomeno inarrestabile che continuerà in progressione retrograda, all’indietro entro l’abitato, lungo le già manifeste crepe secondarie. È prevedibile l’innesco di altri futuri collassi. In particolare la frana si fermerà al raggiungimento di un nuovo equilibrio idrostatico. Tuttavia è prevedibile la ripresa della migrazione retrograda dell’attuale scarpata principale e della superficie di scivolamento (Figura 22, Figura 23 e Figura 24) quando si romperà anche il nuovo, raggiunto, equilibrio.
Un fenomeno che per sola e pura fortuna non ha prodotto vittime, ma solo sfollati (ad oggi 1500, ma destinati a crescere).
C’è memoria scritta a cominciare da quanto accaduto nel Settecento. Quindi …sono almeno 236 anni che la gente sapeva di come fosse stato un grave errore costruire la cittadina lassù, sui colli argillosi che dominano Gela… (STELLA, 2026). …Rileggere oggi quelle testimonianze è un modo per comprendere che quel paesone – costuito su una collina di sabbia e argilla che domina la piana di Gela – convive da sempre con un territorio instabile, che oggi più che mai chiede scelte responsabili… (CICCHETTI, 2026).
Ed in questo contesto quale incidenza può avere il solito, trito refren del …porre in essere opportune politiche di sanazione, mitigazione e adattamento finalizzate a contrastare gli effetti del cambiamento climatico… (JANNI, 2026), perdendo di vista la geologia (Figura 25), la storia del dissesto, nonché l’evoluzione insediativa dalla sua fondazione nel 1692 (Figura 13).
Le frane sono la ricerca di un nuovo equilibrio naturale, generalmente innescato dalle modifiche ambientali e antropiche, che risultano quelle maggiormente incisive e scatenanti.
A Niscemi non sono possibili neppure i monitoraggi convenzionali mancando idonei punti di visibilità per gli strumenti specifici più moderni. Ma potrà essere di supporto e determinante, in ottica di convivenza col rischio, il monitoraggio mediante tecnologia InSar. Una tecnologia in grado di tenere sotto controllo h24 l’evoluzione del dissesto, segnalandone tempestivamente le attendibili anomalie. Intervento, questo, che non potrà in ogni caso sostituire la parziale o totale delocalizzazione parziale della comunità di Niscemi e mirati interventi di mitigazione, quali, ad esempio, regimazioni idrauliche mirate.
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Note di aggiornamento
2026.03.09
Niscemi a rischio: la frana da 80 milioni di metri cubi, scarpata in evoluzione e delocalizzazioni
L’Università di Firenze segnala rischio elevato e propone delocalizzazioni, in corso c’è un monitoraggio avanzato.
Articolo di Laura MENDOLA da LA SICILIA
Immaginate un versante che non smette di muoversi, con una scarpata che minaccia Niscemi, in provincia di Caltanissetta. La frana di gennaio 2026, con i suoi 80 milioni di metri cubi di terreno mobilizzati su 4,7 km, riaccende un’instabilità storica, ma ora il rapporto tecnico-scientifico dei docenti dell’Università di Firenze, guidati dal professor Nicola Casagli – presidente del centro Protezione Civile e ordinario di Geologia Applicata – getta nuova luce: rischio elevato e evolutivo, con proposte choc per delocalizzazioni entro 50 metri dal ciglio. Pubblicato sul sito del Dipartimento Protezione Civile, questo studio di 150 pagine integra analisi satellitari e sopralluoghi, confermando che il centro abitato resta sostanzialmente stabile ma la scarpata principale evolve pericolosamente.
Le radici geologiche di un disastro plurisecolare
Niscemi poggia su un equilibrio precario: sabbie plio-pleistoceniche permeabili sopra argille marnose impermeabili plioceniche, con pressioni interstiziali concentrate sui piani di contatto che favoriscono scivolamenti profondi. L’assetto monoclinale verso SSE, le scarpate sui margini ovest e sud, e l’erosione del Torrente Benefizio creano un sistema cronico di instabilità, eco di frane del 1790 con vulcanismo sedimentario e del 1997. Il rapporto Casagli conferma questa policiclicità: alleggerimento al piede, riorganizzazione delle superfici di scivolamento e arretramento progressivo dei coronamenti, controllati da stratigrafia, idrogeologia e acque incanalate.
I tre fronti di gennaio: collassi che cambiano il paesaggio
Si parte il 15-16 gennaio con la frana Nord: oltre 12 metri verso ovest, erosione idrografica che fa crollare la Sp12. Poi il 25-26 gennaio esplode la frana Centrale, principale: più di 50 metri sud-ovest lungo il Benefizio, con scarpata che sfiora l’urbano. Chiude la frana Meridionale, oltre 7 metri ovest e sud-ovest, distruggendo parte della Sp10. Uno scivolamento composto retrogressivo – compound slide alla Hutchinson – con movimenti pseudo-rigidi, Horst e Graben in cima, profondità fino 80 metri e Fahrböschung del 6,5° che suggerisce liquefazione o resistenza residua al minimo. Un dramma che ha isolato il paese e sfollato centinaia di famiglie.
Satelliti e geofisica: dati che non mentono
Sentinel-1, COSMO-SkyMed e PlanetScope tracciano tutto: pre-evento, stabilità urbana entro ±2 mm, ma creep lenti a valle dal 2011; co-evento, 37 metri in 11 giorni al sud; post-evento, quiete nel centro con residui minimi fuori zona rossa. Geofisica 3D rivela contrasti litologici a 35-40 metri; modellazione FLAC conferma scivolamento listrico basale. Il rapporto Casagli integra questi dati: “Il quadro delineato dai sopralluoghi e dai dati satellitari indica che il rischio rimane elevato per la frana nel suo complesso e che il fenomeno è destinato a evolvere ulteriormente”.
Evoluzione pericolosa e interventi immediati
La relazione di Firenze, incaricata dal Dipartimento Protezione Civile, avverte: “La scarpata principale che borda il paese è suscettibile di un’evoluzione che potrebbe coinvolgere ulteriori edifici posti in prossimità del margine instabile e compromettere in modo permanente tratti di viabilità strategica”. Eppure, il centro del paese “presenta condizioni di sostanziale stabilità”. L’approccio deve essere multifronte: ridurre infiltrazioni da monte, intercettare flussi idrici prima che penetrino la massa destabilizzata, proteggere il piede dei versanti contro l’erosione fluviale – “elemento motore della riattivazione” – e intervenire sull’alveo del Benefizio con ingegneria naturalistica come piantumazioni.
Potenziare il monitoraggio con inclinometri profondi per le pressioni, e soprattutto: “Prevedere la delocalizzazione degli edifici ubicati entro una fascia di 50 metri dal margine della scarpata”. Attualmente la zona interdetta è a 100 metri, ma Casagli spinge per azioni mirate e urgenti, ribaltando parzialmente stime precedenti più cautelative.
Cause multifattoriali e rischio residuo
Erosione al piede del Benefizio riduce il confinamento, piogge antecedenti gonfiano pressioni residue su piani al limite: un innesco geologico-idrogeologico-erosivo, non imprevedibile. Il rapporto conferma arretramento potenziale 50-83 metri con FS=1,5, ma insiste su un rischio evolutivo alto che richiede delocalizzazioni entro 50 metri per sicurezza immediata.
La roadmap per la resilienza: da Niscemi una lezione nazionale
Servono reti GNSS, piezometri, drenaggi profondi, protezioni fluviali e fasce dinamiche satellitari. La gestione integrata – Protezione Civile, monitoraggio INGV, mitigazioni naturalistiche e delocalizzazioni – trasforma il dramma in opportunità resiliente. Niscemi, con il suo versante vivo, insegna alla Sicilia: monitorare, intervenire, adattarsi. Dal 9 marzo partono i bonifici per i danni, ma il futuro dipende da scelte coraggiose come quelle di Casagli.
Vajont, provincia di Pordenone, Italia
Bibliografia
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ULLO, E. (2026, febbraio 02). La frana di Niscemi, il procuratore: “Per ora nessun indagato. Inchiesta partirà dal 1997”. Tratto il giorno febbraio 02, 2026 da www.qds.it: https://qds.it/frana-niscemi-procuratore-nessun-indagato-inchiesta-partira-1997/#google_vignette
Link di interesse
Dipartimento della Protezione Civile Presidenza, del Consiglio dei Ministri

