Arsenico, semimetallo tossico e… medicamentoso

Copertina

Copertina – Il ritrovamento di tracce di arsenico nella chioma di Napoleone hanno istigato il dubbio di una morte violenta (omicidio) dell’Imperatore. Nel dipinto di Charles de STEUBEN, la morte di Napoleone, è ritratto anche MONTHOLON, il presunto avvelenatore, come uno dei personaggi sullo sfondo.

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Le due “V” dell’arsenico: veleno e verde

L’arsenico, il veleno per antonomasia.
La prima cosa che viene alla mente è Arsenico e vecchi merletti, la commedia di Joseph Otto KESSELRING del 1938, oppure l’omonimo, successivo (1944), film di Frank CAPRA (Figura 1).
Sicuramente, nel corso dei secoli, l’arsenico è stato uno dei veleni più usati, soprattutto per i delitti al femminile.
Incolore, insapore e facilmente reperibile per i suoi infiniti usi, anche leciti.
È stato il veleno dei re ed è stato il re dei veleni. 
Impiegato in molti casi di morte accertata, ma in molti altri di morte solo fortemente sospetta.
Un aspetto originale dell’arsenico è il verde.
…Chi di verde si veste, di sua beltà si fida….
Nella moda, il verde, è stato da sempre un colore apprezzatissimo, ma difficile da produrre.
Per ottenere tessuti verdi erano necessari diversi passaggi. Prima, le stoffe venivano tinte di giallo, mediante la curcuma (Figura 2) o la reseda dei tintori (Figura 3). Quest’ultima, per altro, è stata una delle più antiche piante tintorie coltivate nel continente europeo. Quindi, i tessuti venivano sovratinti con blu dell’isatis (Figura 4) o con l’indaco estratto dall’indigofera tinctoria (Figura 5). Ma il risultato era anche funzione del tipo di tessuto che poteva restituire tonalità e durate differenti. In ogni caso, proprio per queste difficoltà, gli abiti verdi erano manifestazione di opulenza (Figura 6).
Poi, nel 1775 Carl Wilhelm SCHEELE, (Figura 7) ottenne un pigmento verde dall’arsenico ed è iniziata un’altra storia che viene da lontano.
Infine, lo spauracchio arsenico. L’arsenico è un elemento molto comune nelle rocce, ma non per questo è un pericolo assoluto. Lo diventa per alte concentrazioni e quando la sua formula molecolare è inserita in composti inorganici. In questo caso, però, le concentrazioni sono generalmente molto basse e diviene soprattutto uno spauracchio che si presta a strumentalizzazioni ambientali.

Verde arsenico e Verde Parigi

Il verde di SCHEELE o verde di SCHLOSS (Figura 8) è una miscela di differenti arseniti.
Colore di tono verde-giallastro, ma piuttosto instabile, a causa della variabilità del rapporto rame/arsenico indotto dai materiali di origine. Risultato era, comunque, che il colore sbiadiva o si ossidava facilmente. 

Un quarantina di anni dopo si diffuse il Verde Parigi (Figura 9), un acetato arsenito di rame(II), che manteneva tono più profondo, smeraldo, ma con il medesimo problema dell’instabilità e, soprattutto, della tossicità.
Fu impiegato per derattizzare le fogne di Parigi, poi come insetticida ed anche come larvicida per controllare la malaria in Italia, Sardegna e Corsica,
Il grosso problema era che, con l’umidità, ambedue i pigmenti sbiadivano, ma soprattutto si alteravano producendo arsina, un gas incoloro, tossico, infiammabile e fonte di malattia.
Tuttavia, il Verde Parigi (Figura 10) fu notato e scelto da molti artisti per il suo tono vivace e la sua stabilità rispetto ad altri pigmenti verdi disponibili nel XIX secolo.
MONET lo utilizzò in particolare per il suo giardino d’acqua di Giverny con le ninfee e il ponte giapponese (Figura 11). Ma non disdegnò di verniciarne le imposte dalla sua casa rosa (Figura 12)…
VAN GOGH fu letteralmente affascinato dalla brillantezza del Verde Parigi, al pari della Fata Verde (l’assenzio). Due elementi determinanti per la sua arte (Figura 13 e Figura 14).

E RENOIR con quel verde ha interpretato la natura rigogliosa e l’atmosfera parigina dei giardini di Montmartre (Figura 15) e del ballo al Moulin de la Galette (Figura 16).
Ma c’è di più e di peggio.
Dopo le persiane di Villa Monet, diviene una moda esplosiva la carta da parati (Figura 17, Figura 18, Figura 19 e Figura 20). Una moda pericolosa.

Arsenico, veleno dei re: Enrico VII di Lussemburgo

Enrico VII (o Arrigo) di Lussemburgo (Figura 22)  ha rappresentato un personaggio centrale e di grandi aspettative per Dante. Durante l’esilio da Firenze, iniziato nel 1302, vedeva in Enrico VII l’unico in grado di riportare la pace e l’autorità imperiale, giusta e indipendente dal potere temporale della Chiesa, che riteneva corrotta.
Dante esortò Enrico VII, con linguaggio solenne nell’Epistola VII (1313), a scendere in Italia per liberare Firenze (Figura 23) dai suoi nemici (i Guelfi Neri, accaniti sostenitori di Bonifacio VIII, Figura 24) e ristabilire la giustizia imperiale. Questo avrebbe permesso anche il ritorno in patria del poeta e degli altri esuli.
Ma Enrico, appena incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero (Figura 21), incontrò notevole resistenza lungo la strada per Firenze e un’improvvisa morte, il 24 agosto 1313 a Buonconvento, prima di poter compiere la sua missione. Faceva molto caldo. Il corpo era straziato. Impensabile e impossibile riportarlo in Germania (REDAZIONALE, s.d.)
Nonostante tutto, Dante gli destinò un seggio nel Paradiso (Figura 25).
Vicende confuse ed ancora discusse fra gli storici. Differenti teorie sulle cause della morte di Enrico VII.
Morì di malaria.
Morte indotta dagli …effetti collaterali della cura a cui l’imperatore si sottoponeva per l’antrace (o carbonchio), la malattia contratta probabilmente da uno dei suoi cavalli e che prevedeva la somministrazione terapeutica di piccole dosi di arsenico…  (REDAZIONALE, 2014). …Le viscere furono subito asportate e conservate all’interno dell’altare di Sant’Antonio nella chiesa di Buonconvento… (REDAZIONALE, s.d.; Figura 26).
Secondo il prof. MALLEGNI …Il corpo fu allontanato da Buonconvento su una lettiga sotto le sembianze camuffate di un ancora vivente per non far sapere della sua morte. Il fetore che emanava il cadavere, unito al lezzo della piaga che lo aveva tormentato per un anno, consigliò una sosta a Paganico dove, secondo le costumanze dell’epoca, più che altro germaniche, gli fu tagliata la testa. Il corpo fu poi bollito nell’acqua – e non nel vino come riportavano alcune fonti – e in seguito letteralmente spolpato e lo scheletro fu bruciato su di una pira… (REDAZIONALE, 2014).
Se tale rituale è corretto dev’essere rimasto ben poco su cui fare analisi…

 

Immagine richiamata nel testo

Figura 28 – Francesco I de’ Medici nel suo atelier di alchimia.

Arsenico, veleno dei re: Francesco de’ Medici

Francesco I DE’ MEDICI (Figura 27), figlio di Cosimo I fu un governante impopolare. In realtà, nella sua vita, fu più interessato all’alchimia ed alle scienze che alla politica (Figura 28).
Morì il 19 ottobre 1587 all’età di 46 anni, ufficialmente a causa di una febbre terziaria (malaria). Nella Toscana dell’epoca la malaria era diffusa. I sintomi precedenti la morte (febbre alta, vomito, debolezza improvvisa) resero plausibile la diagnosi. Qualche scetticismo generò, in verità, la morte coeva della moglie Bianca CAPPELLO (Figura 29) a pochi giorni di distanza.
A cavallo del secolo furono esperite alcune analisi su resti ossei e viscerali attribuiti ai due sposi. Ne risultarono concentrazioni elevate di arsenico, in particolare arsenico triossido.
Poteva trattarsi di un’intossicazione da contaminazione ambientale o di un dosaggio eccessivo per la cura della malaria di Francesco. Tuttavia, si paventò anche il sospetto di un avvelenamento per l’analogia sintomatica.
I sospetti degli storici caddero sul cardinale Ferdinando (Figura 30), fratello di Francesco per la sua immediata successione a Granduca (Figura 31). In realtà era anche ostile a Bianca CAPPELLO, che considerava pericolosa politicamente, ed per l’immediata opportunità di abbandonare la porpora per governare.
Naturalmente non ci sono prove dirette del duplice omicidio, ma l’opportunità ed il movente erano forti.
Nel dibattito fra storici è stata anche avanzata la possibilità di un’autosomministrazione sperimentale o accidentale conseguente alla pratica alchemica. Ma contrastava con la morte contemporanea di Francesco e Bianca.
Il caso era stato sollevato nel 2006 da un articolo pubblicato sul British Medicai Journal (MARI et alii, 2006; ripreso da MARI, BERTOL e POLETTINI, 2007; FERRI e LIPPI, 2007; BECCATTINI, ).
In realtà sono risultate tutte illazioni. Analisi successive hanno dimostrato …la presenza di Plasmodium falciparum (l’agente della malaria perniciosa) conferma(ndo) le fonti secondo cui Francesco de’ Medici morì di febbre malarica… (FORNACIARI e BIANUCCI, 2019).
Nel casato dei MEDICI, tuttavia, si sono ripetuti i casi sospetti di avvelenamento ed in particolare di avvelenamento da arsenico. Così:
– Piero DE’ MEDICI detto il gottoso (Figura 32), a causa della malattia e dei suoi numerosi nemici. In questo caso, tuttavia, le voci di un avvelenamento cominciarono a diffondersi già nel XV secolo;
– Isabella DE’ MEDICI (Figura 33) accusata di adulterio in conseguenza dell’infelice matrimonio con Paolo Giordano ORSINI (Figura 34), delitto d’onore;
– Gian Gastone DE’ MEDICI (Figura 35), ultimo Granduca, ma isolato politicamente, debole e malato;
– Garzia DE’ MEDICI, morto in una battuta di caccia, ma probabilmente solo di malaria.
Come per il caso di Francesco e Bianca, però rimangono sospetti o dicerie anche poiché la mancanza di reperti certi non consente verifiche.

Arsenico nei capelli di Napoleone…

…Muoio prematuramente, ucciso dall’oligarchia inglese e dal suo sicario… la frase di Napoleone nel suo testamento autografo (SÁNCHEZ ARRESEIGOR, 2021).
Una frase scritta di getto… una preoccupazione… un sospetto?
Poi, la descrizione dei sintomi, causa della morte dell’imperatore, scritte nelle memorie di un cameriere. Ecco suscitare la curiosità dello svedese Sten FORSHUFVUD ed il sospetto di un avvelenamento da arsenico. Pare che la sintomatologia potesse corrispondere. In questi casi, il veleno si accumula nei capelli e pertanto avrebbe dovuto lasciare traccia nelle ciocche che, il Bonaparte, amava lasciare come suo segno di affetto (Figura 36 e Figura 37; SÁNCHEZ ARRESEIGOR, 2021). L’idea di FORSHUFVUD fu di analizzarle, ma solo quelle di origine assolutamente documentata. 
Le analisi evidenziarono tenori di arsenico molto più alti del normale e, soprattutto, presenti in specifici periodi. Correlando gli aumenti del tasso di arsenico con i peggioramenti, discontinui, dello stato di salute di Napoleone, ne fu verificata la coincidenza.
A questo punto occorreva individuare un probabile assassino. Poteva solo essere una persona che aveva frequentato assiduamente l’imperatore nel suo esilio di Sant’Elena (Figura 38), a Longwood House (Figura 39, Figura 40 e Figura 41). Fra i cinque candidati omicidi prevalse il conte di MONTHOLON (Figura 42), personaggio controverso, seppure ricordato nel testamento di Bonaparte. Politico opportunista, aveva combattuto con Bonaparte, ma si era schierato con la restaurazione borbonica, per poi accompagnarlo nell’esilio a Sant’Elena. Pare, tuttavia, che avesse eseguito solo un ordine del conte di ARTOIS, nel timore di una nuova fuga. MONTHOLON fu accompagnato dalla moglie, in seguito accusata di essere divenuta l’amante di Napoleone. Conseguenza ne fu il ritorno in Francia, da sola.

Indizi che non si materializzarono in prove. Anzi, l’esame necrologico rilevò la presenza di un’ulcera gastrica, evolutasi in forma cancerogena allo stomaco e di altre patologie ereditarie. Quindi una precoce morte naturale, seppure non ancora condivisa in letteratura.
E la presenza dell’arsenico, comunque provata dalle diverse analisi, le ultime eseguite nell’ospedale di Parigi e nei laboratorio dell’FBI? Sono state formulate differenti …ipotesi: la carta da parati di Longwood House (Figura 39, Figura 40 e Figura 41), dei medicinali contenenti la sostanza, qualche alimento oppure i cosmetici usati per la conservazione del cadavere… (SÁNCHEZ ARRESEIGOR, 2021), fino all’abuso di acqua di colonia (REDAZIONALE, s.d.).
Dalla carta da parati ritorna il sospetto dell’esposizione al Verde Parigi, ma Longwood House è stata restaurata negli anni Cinquanta del secolo scorso, dopo i danni prodotti da un’invasione di termiti. E bisognerebbe avere la disponibilità dei capelli delle persone dell’entourage di Napoleone. Ma queste verifiche risultano impossibili.

L’arsenico in natura

L’arsenico è un metallo pesante, presente in natura.
I vulcani, ad ogni eruzione, emettono quantità variabili di tutti gli elementi della Tavola Periodica. La distribuzione di questi elementi avviene su grandi aree, marine e terrestri, ad opera di vento e pioggia-neve. Pertanto l’arsenico è presente nell’acqua e nei terreni, con concentrazioni variabili. Poi l’azione antropica può aumentare tali concentrazioni con le esalazioni industriali, le concimazioni, le fertilizzazioni, l’incenerimento dei rifiuti, lo scarico delle automobili, etc..
Ne consegue l’assorbimento di arsenico da parte di animali e vegetali. Verdure, cereali, soprattutto quelli integrali ed i prodotti a base di cereali (in chicco e derivati), pesce, latte e formaggi, birra, caffè, acqua in bottiglia, etc.
Quello da arsenico, però, non deve considerarsi una presenza o un inquinamento solo antropico. Poiché presente nelle eruzioni vulcaniche e trasferito nel terreno e nelle acque origina anche reazioni chimiche naturali e la genesi di minerali e mineralizzazioni.
Così, quando l’acqua scorre attraverso le rocce, si arricchisce di minerali, ma talvolta anche di elementi indesiderati come l’arsenico. 
Tuttavia, esistono diversi metodi di trattamento che possono rimuovere l’arsenico. Fra questi l’adsorbimento su idrossido di ferro, la coagulazione a monte del trattamento di ultrafiltrazione o l’osmosi inversa.
Presenze minerali naturali, dunque, come pure i noduli polimetallici di fossa oceanica (attuali fonti di ricerca) o le mineralizzazioni ad arsenopirite, anche aurifera, come quella coltivata storicamente nella Miniera dei Cani in Valle Anzasca (VCO; Figura 49 e Figura 50).

L’arsenico buono

Le potenzialità terapeutiche dell’arsenico della Valle Anzasca furono segnalate, per la prima volta, nel 1803 da CROPPI e STROLOGO. Ma dovevano passare diverse decine di anni prima che il medico condotto di Vanzone, dott. Attilio BIANCHI, si facesse carico di una serie analisi e studi sulla sorgente arsenico-ferruginosa dell’antica miniera dei Cani, in Valle Anzasca (Figura 49 e Figura 50).
Lo studio sfociò nell’apatura di un Kurhaus per la cura delle malattie cutanee, nervose, anemiche e di nevriti con bagni e fanghi. Nel 1916, l’acqua veniva trasportata in recipienti di vetro e legno, dalla sorgente posta a 1473 metri alll’Albergo Regina di Vanzone dove avevano sede le cure.
Ma l’acqua era venduta anche in bottigliette per le cure a domicilio (Figura 43).
Dopo qualche anno l’attività fu sospesa. Ma l’interesse per lo sfruttamento della sorgente riprese nel 1961 ad opera della S.p.A. Terme del Monterosa. Nei primi anno Ottanta del secolo scorso, furono riprese le annose analisi finalizzate alla dichiarazione di acqua minerale e soprattutto medicamentosa o curativa. Le analisi ebbero una durata decennale, con prelievi mensili).

Ricordo ancora l’ascesa alle miniere accompagnato da un incaricato di campionare l’acqua. Un’ascesa faticosa, lungo un antico percorso dei minatori che incrociava continuamente il vecchio tracciato della struja. Era la via delle slitte che portavano a valle il minerale aurifero (Figura 44, Figura 48 e Figura 51).
L’ingresso nella miniera…  (Figura 45 e Figura 46)
un percorso nel buio sulle tracce dei binari della decauville… (Figura 47)
un piccolo laghetto di acqua cristallina su un fondo patinato di rubino…
l’arrivo ad una vecchia tramoggia ancora piena di minerale, dalla quale sgorgava l’acqua arsenicale…
il campionamento….
la curiosità…
un assaggio… gusto aspro ed allappante (che allega), limonoso (un’acqua acida, con valori di PH compresi tra 2.4 e 2.5; MARZAGALLI, 2017)… 
In Valle la sorgente era nota da sempre. Vi facevano ricorso i valligiani per curare le malattie più aggressive, o quelle all’ultimo stadio. Era l’ultima spiaggia…
Poi la breve fortuna dello stabilimento terapeutico, delle fangature. E l’ultimo ritorno di interesse.
Dunque l’arsenico non è solo un veleno, ma preso per il verso giusto (in giuste quantità e metodiche) è stato anche una risorsa. Un’importante risorsa per la Valle e per la scienza. 

Bibbiena, provincia di Arezzo, Italia

Valenciennes, Nord, Francia Poggio a Caiano, provincia di Prato, Italia Firenze, città metropolitana di Firenze, Italia

Longwood, Sant'Elena, Sant'Elena Ascensione e Tristan da Cunha

Vanzone con San Carlo, provincia del Verbano-Cusio-Ossola, Italia

Bannio Anzino, provincia del Verbano-Cusio-Ossola, Italia

Bannio Anzino, provincia del Verbano-Cusio-Ossola, Italia

Buonconvento, provincia di Siena, Italia Rue Montmartre, 75002 Parigi, Francia Auvers-sur-Oise, Val-d'Oise, Francia Giverny, Eure, Francia
immagine citata nel testo
Tintori di guado, dalle foglie della Isatis tinctoria (immagine creata con AI, da FB_un_viaggio_tra_ate_storia_e_tradizioni)

Note di aggiornamento

2026.02.01

Notizia appena letta. 
Il Casentino è un territorio in provincia di Arezzo, da sempre famoso per gli omonimi tessuti. In queste terre operavano i tintori di guado cioè artigiano che producevano un particolare colore blu, profondo, dalle foglie di Isatis tinctoria, nota appunto come guado.
Mani macchiate, odore acre, caldaie e tini: da quel lavoro uscivano panni resistenti e colori che hanno vestito contadini, mercanti e nobili, alimentando scambi e ricchezza in Toscana… (FB_un viaggio tra Arte, Storia e Tradizioni con ConosciFirenze, 2026.02.01).

Bibliografia

BECCATTINI, M. (s.d.). Francesco e Bianca: arse­nico e vecchi merletti. Archeologia Viva (123).
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CROPPI e STROLOGO (1802) – Li deputati Croppi e Strologo in risposta ai quesiti proposti dall’Amministrazione Dipartimentale, con sua lettera delli 29 Dicembre 1802, anno l, rapporto le Miniere dell’Ossola. Ristampato nel febbraio 1936 a cura della «Fondazione Galletti» di Domodossola.
FERRI, M. e LIPPI, D. (2007). I Medici. La dinastia dei misteri. Firennze: Giunti.
FORNACIARI, G. e BIANUCCI, R. (2019, febbraio 03). Francesco e Bianca: non fu arsenico: ecco le prove. Tratto il giorno gennaio 22, 2026 da www.paleopatologia.it: https://www.paleopatologia.it/francesco-e-bianca-non-fu-arsenico-ecco-le-prove/
GAVINO, G. (1922, marzo 15). I capelli di Napoleone all’asta a Montecarlo. Il memorabilia arriva dal letto di morte a Sant’Elena, era di proprietà della dama di compagnia della regina d’Olanda. Tratto il giorno gennaio 18, 2026 da www.lastampa.it: https://www.lastampa.it/imperia-sanremo/2022/12/15/news/i_capelli_di_napoleone_vanno_allasta_a_montecarlo-12410838/
LENTZ, T. (s.d.). «Leggende» napoleoniche – Napoleone fu avvelenato? Tratto il giorno gennaio 15, 2026 da storiamagazinedigit.lascuolasei.com: https://storiamagazinedigit.lascuolasei.com/articolo/leggende-napoleoniche-napoleone-fu-avvelenato
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REDAZIONALE. (s.d.). La vera storia della morte di Arrigo VII. Tratto il giorno gennaio 15, 2026 da https://cnafoodandtourism.it: https://cnafoodandtourism.it/la-vera-storia-della-morte-di-arrigo-vii/?doing_wp_cron=1768664427.6682269573211669921875
REDAZIONALE. (s.d.). L’ossessione per l’acqua di colonia avrebbe ucciso Napoleone. Tratto il giorno gennaio 21, 2026 da www.agi.it: https://www.agi.it/cultura/news/2021-05-10/napoleone-morto-intossicato-da-troppa-acqua-di-colonia-12493804/
SÁNCHEZ ARRESEIGOR, J. J. (2021, maggio 05). Tracce d’arsenico nella chioma di Napoleone. (14, A cura di) Tratto il giorno gennaio 2026 da www.storicang.it: https://www.storicang.it/a/tracce-darsenico-nella-chioma-di-napoleone_15189
VALZANIA, V. (2010). Una piccola storia sul verde arsenico. Tratto il giorno 01 15, 2016 da www.madameflo.com: https://www.madameflo.com/blog/una-piccola-storia-sul-verde-arsenico/

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